Quanto resta della notte: un “breve lungo viaggio” tra ricordi e perdono

PAOLA ABENAVOLI | Una sedia, un attore, la sua voce: il più puro esempio di teatro di narrazione. In cui però l’attore non è solo narratore, ma protagonista, essenza del racconto. Colui che ci porta nel suo mondo, nei suoi sogni, nel suo percorso; che ci consente di vedere con i suoi occhi, di percepire i suoni, le sensazioni, le sfumature degli sguardi; gli sfondi, le case, persino la nebbia che accompagna i passi; gli alberi in preda al vento, il fiume in piena che porta con sé morte e dolore. E lo fa con la voce, la mimica, la gestualità, che diventano strumenti, linguaggio, in un viaggio dentro il personaggio, dentro il perdono.

Perché Quanto resta della notte, il nuovo testo (proposto in anteprima allo Spazio Open di Reggio Calabria) scritto da Salvatore Arena e da lui, più che interpretato, “incarnato”, è proprio un viaggio, un percorso nell’animo umano, alla ricerca di una redenzione, di un perdono che non viene dagli altri, ma da se stessi; un viaggio in cui l’universalità prevale sui contesti.
Stavolta Arena si discosta dalla sua Sicilia, anche linguisticamente, evocandola solo come luogo da cui il protagonista, Pietro, parte per tornare al nord, nel suo paese natale, dove l’attende la madre gravemente malata. Una sorta di viaggio al contrario, inusuale, per evidenziare, forse, proprio l’universalità di un percorso privo di connotazioni precise. E questa universalità si riflette anche nello stile del racconto: fluido, semplice, ma di una semplicità che, attraverso la quotidianità, ci dà la dimensione del racconto stesso, in cui affiorano riflessioni profonde, una poesia che ci rivela l’interiorità e l’essenza dell’uomo.

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Foto Marco Costantino

Uno stile, dunque, dal ritmo incessante, come in un montaggio cinematografico moderno che ci conduce dentro una storia lunga apparentemente solo tre giorni, ma che porta con sè un passato di trent’anni. C’è la quotidianità di una vita, c’è l’ansia di una lettera che richiama indietro, lo stupore di rivedere luoghi conosciuti, i ricordi che isolano nei pensieri mentre qualcuno ti richiama alla realtà. E il ritorno concitato dell’incubo o del sogno nel quale perdersi, in un finale dietro il quale nascondersi, credendo che sia vero. Per tenere a bada il dolore.

Un sogno nel quale è trasportato anche lo spettatore, grazie alla tecnica sapiente, capace di trasferire tutta l’emotività della situazione, di un attore come Arena che, ancora una volta (citiamo, solo come prova più recente, quella di Come un granello di sabbia, prodotto da Mana Chuma Teatro), dimostra la propria straordinaria sensibilità artistica, unita, appunto, a tecnica e capacità drammaturgica.
Immaginiamo davvero, vediamo con lui quel ritorno nell’infanzia di Pietro, i giochi con il fratello più piccolo, i sogni infranti, il prendersi cura della madre, la camminata notturna alla ricerca di un gelato al limone – quasi un ultimo desiderio della donna –, l’arrivo in un classico bar di paese, immobile come i ricordi del protagonista. Siamo con lui in quel bar dove tutto riaffiora, tra i racconti del farmacista, del macellaio, o davanti a quella luce, quella visione, che fa sì che il dolore per il passato divenga finalmente perdono.

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Foto Marco Costantino

L’attore coinvolge il pubblico, lo avvolge con la parola come in un’unica persona, silente, che lo osserva riacquistare se stesso, pur nella sofferenza, placata proprio dalla comprensione, dallo svelamento di sè. Un «breve lungo viaggio» – lo definisce, appunto, lo stesso Arena, concludendo il monologo – che è anche una riflessione sul tempo: quello dilatato del ricordo, quello immobile fissato dal sogno, quello scandito dal ciclo della vita, quello guadagnato con la catarsi, quello riacquistato.
Il tempo sul quale siamo portati  a riflettere, ritornando sulle parole del protagonista, su quelle immagini che ha ricreato solo con quelle parole.
Se a volte può sembrare che il teatro di narrazione abbia magari già detto tutto o che abbia bisogno di nuove invenzioni, nuovi “effetti”, nuove strutture o linguaggi per dirci ancora qualcosa, Quanto resta della notte scardina queste convinzioni e ci riporta a un’essenza teatrale che, quando è vera, sa ancora parlarci.

 

QUANTO RESTA DELLA NOTTE

di e con Salvatore Arena
Produzione Mana Chuma Teatro

Spazio Open, Reggio Calabria
17 Febbraio 2019



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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1 reply

  1. Il Teatro non finirà mai di parlarci. E’ una creazione della mente umana, e come tale, nel suo divenire, non può avere limiti temporali nel lento illuminarci sull’arcano della vita; da Aristofane in poi.

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