La Monaca di Monza di Testori/Malosti

RENZO FRANCABANDERA ed ESTER FORMATO | RF: È una storia buia, da sottoscala. Di grandi chiese vuote dove rimbombano i passi; di notti in un silenzio che non conosciamo, sopraffatti come siamo dal traffico delle città. Nelle notti di Monza, quattro secoli fa, non si sentivano altro che la civetta, la pioggia, le grida della pazza murata viva. E poco altro.

EF:  Un groviglio di voci si rincorrono, emergono confuse da un fosco barocco e si fanno tragedia.  È questa la Monaca di Monza, testo uscito dalla penna di Giovanni Testori che ci racconta di Marianna de Leyva, la suor Virginia del Ripamonti da cui la Gertrude manzoniana.

Parlare di Testori drammaturgo non è semplice, è difficile spiegare tutta la complessità celata in ogni singola parola che lo scrittore lombardo utilizza, cesella ed estrae dal tormento della carne e dello spirito; ma tutto questo può arrivare senza alcun problema al pubblico se vi è una sapiente regia che ne conosce a fondo la poetica, la scrittura e ne scandaglia la teatralità, disvelando la sua anima, ostica ai più.

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RF: Testori o lo ami o lo odi. Io lo amo, perché è antesignano di una modernità dissacrante e profonda, che sa recuperare intenzioni ancestrali, simboliche; porta la mano fra le cosce mestruate e subito dopo ti porta in estasi, manco fosse Santa Teresa d’Avila. E non la citiamo a caso, visto che il complesso statuario di Bernini che ritrae la Santa è uno dei tableaux vivent che la regia di questa sofisticata creazione incrocia a un lavoro sugli attori importante e a un gioco scenico non banale.

EF: La regia di Valter Malosti che cura maniacalmente la messa in scena della storia di Marianna, addensando la narrazione – già piuttosto potente – in una partitura a tre voci. Così facendo anche la scena viene ripartita in tre teche vitree poste una affianco all’altra e nelle quali i tre personaggi – Virginia, Gian Paolo Osio e la novizia Caterina – si raccontano, a mo’ di figure dantesche, alternandosi, dimenandosi con i loro corpi ancora accesi, nei quali palpita la vita con una cieca e vorticosa violenza.

RF: Valter Malosti ha una, peraltro condivisibilissima, passione per Testori, che ha intrecciato il suo percorso poetico-registico a più riprese negli ultimi anni; volendo menzionare solo alcune delle cose, il Passio Laetitiae et Felicitatis del 2008 con le belle interpretazioni di Laura Marinoni e Silvia Altrui, ma anche un recente progetto del 2017 su L’Arialda andato in scena al Teatro Gobetti di Torino con l’interpretazione dai giovani attori usciti dalla Scuola del Teatro Stabile di Torino. Anche lì regnava sovrano un vuoto scenico, che qui ha una potenza ulteriore di isolamento dei protagonisti, oltre che di ovvio richiamo sia alla celeberrima punizione inflitta alla monaca “peccatrice”, sia all’isolamento delle celle monastiche. Un’idea scenografica sintetica ma molto molto efficace, luogo ideale per abitare il (com)passionevole dramma che ha riempito pagine e pagine di letteratura e critica, da Manzoni in avanti.

EF: Verbum factum est; corpi testimoni della crocifissione e mortificazione della carne, di una straziante e caduca gloria, in un’eterna oscillazione fra agonia e desiderio. Abbiamo dinanzi a noi uno spettacolo in cui la mimesi teatrale risulterebbe paradossalmente superflua, laddove è sufficiente porre lo spettatore al cospetto dell’immobilità e dell’asfissia di questi tre personaggi che esplodono nelle loro carni sovvertendo la Regola, rincorrendo il desiderio cieco di una bestemmia nel tentativo di stravolgere la logica di un Dio che, muto, pare puntare gli occhi sul fondo di questi tre “loculi”.
Non parliamo naturalmente della spettacolarizzazione del corpo, ma del fatto che la verbosità e la densa carica della parola testoriana trovano nella staticità della scena la sua dinamicità violenta, un’intrinseca mimesi che da sola si riappropria della teatralità. Oltretutto è la tragedia nella sua accezione classica che ritorna nell’insanabile conflitto fra essere umano e dio, in un disperato bisogno di catarsi che non arriva… Troppo forte è la frattura nell’anima testoriana, riflesso di una contemporanea tragicità che si camuffa con una lingua quasi “vecchia”, maniacalmente profonda e distante dalla banalità della lingua italiana media e del presente.

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RF: Tra l’altro, in questo caso, la lingua tipica di Testori assolve anche a una funzione si storicizzazione del dramma, di creazione di un assoluto temporale che viene richiamato dai costumi punk-vintage di Gianluca Sbicca – gioielli d’atelier curati in ogni minimo dettaglio – e che rimandano non solo a ciò che appare ma anche a ciò che deve trasparire e che rivela l’essenza stratificata di questi personaggi, dall’esteriorità apparente fino alla pelle nuda, a tratti esibita.

EF: Tutto si adagia in un’atmosfera gotica del Seicento lombardo; la peste, il padre che solo una volta si avvicina alla madre per poter concepire Marianna, il convento; la seduzione oscura e profanatrice di Gian Paolo Osio, le orge segrete, i parti di bambini morti, le uccisioni… Immagini si affastellano dinanzi ai nostri occhi mentre i tre personaggi sono accompagnati da luci di colori innaturali che distaccano definitivamente tutto l’impianto dello spettacolo da qualunque riferimento mimetico e realistico, al fine di edificare una dimensione interiore che risucchia il tutto nella propria irrequietudine e violenza.

RF: Per quanto mi riguarda questo allestimento ci pone dinnanzi, oltre che a una cifra registica molto accurata e leggibile e che si collega alle precedenti regie di Malosti su Testori, a un geniale lavoro di squadra di alcuni talenti assoluti presenti sulla scena italiana oggi: parlo di Nicolas Bovey che firma scene e luci, dei bellissimi costumi del recente premio Ubu Gianluca Sbicca, del grandissimo sguardo para-registico di Marco Angelilli, che con la sua cura del movimento ha magnificato alcuni dei protagonisti della spettacolarità italiana dell’ultimo decennio, oltre al complesso progetto sonoro dello stesso Malosti affiancato da Fabio Cinicola. Ci sono alcuni tagli di luce di Bovey come quello che crea il sottoscala a metà spettacolo che valgono da soli il biglietto: imperdibili. Arte pura.
Già da tempo parliamo del contributo imprescindibile di Angelilli ad alcuni spettacoli recenti, uno sguardo che non travalica il registico ma “educa” la regia a un senso del movimento che sta donando un respiro nuovo alla creazione spettacolare. E così combinazioni fra movimento, suono e luci, in una polifonia di intenzione di grandissima qualità, esaltano la proiezione scenica delle emozioni che il testo ha in sé.

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EF: Il dolore e la passione, l’impossibile tentativo di scagliarsi fisicamente contro un Dio imperscrutabile, la tensione emotiva che dà un peso quasi plumbeo alle parole, lese quanto la carne esposta all’eccitazione degli amplessi e allo strazio delle mortificazioni, la blasfema violazione del proibito contro cui scaraventare tutta la rabbia dell’esistenza. Potremmo trovare altrettanti modi di definire la complessa intimità di questa celebre malmonacata, contorto alter-ego di Giovanni Testori; ma nulla forse è efficace quanto la declamazione intensa, dolorosamente immobile di Federica Fracassi, la splendida Virginia immaginata da Malosti.

RF: Diciamo che nell’allestimento la declinazione del femminile riesce, almeno in queste prime repliche, più ricca e tridimensionale di quella del maschile, ancora un po’ schiacciata su un Giordano troppo corporeo e col vocione da maschione. Appena si scioglie un po’ dal turgore muscolare e dall’impostazione vocale, c’è spazio per abitare ancora oltre quel personaggio, il suo nero profondo, che va dalle brame insaziabili alla follia.

 

LA MONACA DI MONZA
di Giovanni Testori

adattamento per tre voci e regia Valter Malosti
con Federica FracassiVincenzo Giordano, Giulia Mazzarino
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Gianluca Sbicca
cura del movimento Marco Angelilli
progetto sonoro Valter Malosti
suono e programmazione luci Fabio Cinicola  
foto di scena Noemi Ardesi

produzione Teatro Franco Parenti / TPETeatro Piemonte Europa / Centro Teatrale Bresciano / Teatro di Dioniso
con il sostegno di Associazione Giovanni Testori
si ringraziano Giuseppe Frangi, Paola Pedrazzini, Noemi Apuzzo e Maria Caggianelli Villani

Teatro Franco Parenti, Milano
21 febbraio 2019



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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