Di cosa ti vergogni? Cronaca d’arte dal carcere di Matera

MARIA FRANCESCA GERMANO | Arrivo in anticipo a Matera. Manca qualche ora all’inizio dello spettacolo Humana Vergogna nella Casa Circondariale della città.
Decido di perdermi nei vicoli della parte vecchia. Non sono mai stata in un carcere e un senso di leggera inquietudine si infiltra, senza lasciapassare, nel mio irrazionale.  Sconfinamenti.

È facile sconfinare a Matera.  Matera è il luogo in cui tutte le emozioni interagiscono con le viscere, scivolando nella pancia. È un intreccio di poesia e suoni, un incastro fatato di viuzze e scale, il posto in cui l’uomo si è fuso con la terra, si è aggrappato sulle rocce di tufo a precipizio sulla gravina. Matera ti costringe a pensare, si abbatte su di te frantumando ogni ultima difesa. E non si può far altro che lasciarsi andare.

È il posto perfetto per riflettere sulla vergogna, per raccontare la storia di un affrancamento, da “vergogna d’Italia”  a  Capitale  Europea della Cultura, per dimostrare che è proprio accogliendo la vergogna, ascoltando i suoi messaggi più autentici che possiamo ribaltarne il significato trasformandola in bellezza.

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Alle diciannove siamo davanti al carcere per la performance diretta da Silvia Gribaudi e Matteo Maffesanti, nell’ambito del  progetto La poetica della vergogna pensato per Matera Capitale Europea della Cultura 2019.

Un cancello verde, aperto a metà, ci divide da uomini in divisa che ci ricordano tutto quello che in questo luogo non si può fare. Fanno l’appello, mostriamo i documenti già registrati per i controlli necessari. Non si può introdurre nulla all’interno, un metal detector rileverà ogni oggetto tintinnante.

Si apre una porta in metallo, si entra a piccoli gruppi, si chiude la porta in metallo. Si apre un’altra porta in metallo, si entra, si chiude. Sono l’ultima del primo gruppo, percorro un lungo e silenzioso corridoio la cui assenza di ornamenti fa rimbombare il rumore dei passi. L’inquietudine di prima si amplifica, posso quasi sentire il rumore del mio accelerato battito cardiaco.

Nel tragitto, che a me sembra non finire mai, mi guardo intorno, passo davanti a una porta di ferro con due quadrati a vetro ad altezza occhi che mi ricorda una sala d’attesa ospedaliera; ci guardo attraverso. Si vedono quelle che forse sono le celle, quel luogo fisico tante volte immaginato con dentro corpi e mani a stringere sbarre, etichette con vite programmate. Non si vede nessuno, non si sente nulla e provo imbarazzo per aver assecondato il voyeuristico bisogno di guardare da vicino il luogo della colpa. Mi sento come intrappolata in una sensazione claustrofobica.

Ci fanno entrare in una sala così illuminata che quasi si ha la percezione di essere  in un luogo incorporeo, inconsistente, dove tutto è bianco e accecante: soffitto, pavimento, pareti, spazio scenico. Una corona di cartone dorato su ogni seduta con su la scritta “Happy new shame”.
Comincio a rilassarmi, intorno a me un pubblico eterogeneo: il vecchietto con l’artrosi, la signora pienotta, l’intellettuale vestito di nero. Siamo forse una cinquantina, un numero intimo.

«Benvenuti in questa sorprendente prigione!»; comincia così lo spettacolo in cui cinque performer in pellicce grigio-verdastre di finto pelo arruffato, con calze di spugna sportive e biancheria intima, in una ridda di movimenti a volte sincronizzati nella danza, altre volte disarticolati in mimesi caricaturali e graffianti, ci proiettano nell’esperienza della vergogna in tutte le sue declinazioni, toccando i punti  più intimi della nostra identità.

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Attraverso il linguaggio dei corpi, del suono delle parole, nell’aura di una centrata colonna sonora, riproducono  le umane pulsioni, intrappolando, in una serie di quadri, la vergogna del corpo, del diverso, del fallimento, del sesso. Dietro di loro su uno schermo passano i titoli delle sequenze: Posso piangere – Scoreggiare – Manuale per uccidere i cani randagi – Toccami – La mia memoria – 80 Kg – Bellezza – Nazione.
In quasi due ore di spettacolo i cinque ballano, piangono, si agitano, simulano scoregge, gesticolano, si toccano, si grattano. Invitano gli spettatori ad abbracciarsi, si prendono in giro con ironia, parlano di bellezza, scherzano con il pubblico e la regia.

Il tutto in una lingua universale che passa dall’idioma orientale e dalla straordinaria mimica facciale della performer anglo-giapponese Ema Tashiro, al carisma ambiguo della macedone Simona Spirovka – che riesce a trasformare il suo viso bambino in una maschera capace di portare in superficie la versione più abietta dell’umanità; dall’uso consapevole del corpo e dallo sguardo catalizzante di Mattia Giordano, alla personalità brillante, ironica e rotonda di Antonella Iallorenzi, fino alla intensa presenza scenica della danzatrice Mariagrazia Nacci.  

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Immaginando il “sé” negli occhi degli altri, quando lo sguardo altrui si fa giudizio in grado di condizionare ogni azione e ogni impulso, i performer ricostruiscono sulla scena le esperienze delle proprie vergogne, nello sforzo di emanciparle e attraversarle, fino a trasformarle in poesia.

Sentiamo sulla pelle la vergogna di corpi ingombranti, di baci saffici, di origini umilianti, di storie avvilenti; i performer ti bucano con le loro vergogne ed entrano nelle tue. Puntano gli occhi là dove fa più male, verso ciò da cui proveniamo, come a poterne catturare la bruttura; interagiscono col pubblico in un continuo in and out, dentro e fuori la performance, oltre la ribaltina a mischiare umori e debolezze in una umanità ritrovata.

Con la corona di cartone sulla testa, appallottoliamo le nostre vergogne scritte su un foglio di carta e le lanciamo sulla scena in un gesto redentivo. Dopo calorosi applausi in standing ovation, in un inatteso finale, viene proiettato un video in cui i detenuti della struttura ci raccontano, emozionandosi, esperienze e vergogne, e ci ricordano che «la bellezza è possibile anche in questo posto».

Esco con la voglia infantile di abbracciare tutti e percorro a ritroso il corridoio del carcere in apnea, affrettando il passo per respirare fuori a pieni polmoni (una sigaretta).

Nota sul progetto.

Humana Vergogna è l’ultima tappa del progetto La poetica della vergogna, co-prodotto da Fondazione Matera-Basilicata 2019 e #reteteatro41, network di quattro compagnie teatrali lucane (Compagnia teatrale Petra, Gommalacca Teatro, IAC e Compagnia teatrale l’Albero).
Il progetto -–diretto artisticamente da Antonella Iallorenzi, con il coordinamento di Franco Ungaro – si è articolato in un lungo percorso di ricerca e creazione che ha coinvolto – attraverso workshop teatrali, shame lab e una lunga residenza artistica a Skopje – comunità artistiche e scientifiche, gruppi di cittadini tra Italia, Macedonia, Kosovo e Giappone e i detenuti della Casa Circondariale di Matera.
Il progetto si è avvalso di collaborazioni di partner come: Artopia (Macedonia), Qendra Multimedia (Kosovo), Compagnia Ballo (Montenegro), Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa e in ambito nazionale dell’Accademia Mediterranea dell’Attore di Lecce.

HUMANA VERGOGNA

invenzione e drammaturgia Silvia Gribaudi e Matteo Maffesanti
performer e contributi alla creazione artistica Mattia Giordano, Antonella Iallorenzi, Mariagrazia Nacci, Simona Spirovska, Ema Tashiro
costumi Silvia Gribaudi, Matteo Maffesanti e Lia Zanda
consulenza per i testi Jeton Neziraj
direzione tecnica e luci Angelo Piccinni
musica The Black Keys, Matmos, Hespèrion XXI & Jordi Savall, Philippe Jaroussky, Frank Bretschneider, Scott Ross, Brenda Lee, Sofi Tukker feat. NERVO The Knocks Alisa Ueno e Dennis Wilson, Taylor Hawking
contributi artistici di laboratorio Massimiliano Civica, Sharon Fridman/Carlos Peñalver, Radoslaw Rychcik, Jakub Porcari

Casa Circondariale di Matera
3 marzo 2019



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Teatro

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