Per un teatro pericoloso. “Il Viaggio” di Giuseppe Argirò alla Camera dei Deputati

ANGELA FORTI | L’arte contemporanea ha tentato strade diverse per dare voce alle tragedie del Novecento, per superare l’indicibilità del dramma, l’impossibilità dell’arte, decretata da Adorno, in seguito agli orrori dei campi di sterminio. Per quanto riguarda gli episodi della Shoah spesso il palcoscenico ha ricorso al genere del teatro documentario, al tentativo di dare voce all’orrore tramite la testimonianza, astenendosi dal giudizio diretto. In questo contesto si colloca anche il reading teatrale Il viaggio, di Giuseppe Argirò, in scena per una serata-evento straordinaria organizzata il 5 marzo scorso in Sala della Lupa, nella Camera dei Deputati a Montecitorio. La drammaturgia è elegante nel fondere le parole di Primo Levi alle riflessioni di Pier Paolo Pasolini, le testimonianze del processo di Francoforte del 1963-65 al coro delle Baccanti di Euripide.

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Quelle madri che divorano i propri figli, che li distruggono con le proprie mani per la cieca fedeltà a un dio effimero, a un dio di sangue e vino, sono tema ricorrente in molte delle tragedie classiche (là dove la dinamica genitore-figlio è preponderante). Esse si fanno potente tramite immaginifico a designare la Germania del Reich tanto quanto l’Italia che dà in pasto i propri cittadini alla fame tedesca, a un dio forzatamente adottato: è il dio Wotan, signore della guerra e della notte, incarnazione del furore teutonico, anch’esso nel corso dei secoli relegato a demone infernale. Il testo non teme, inoltre, di raccontare anche gli estratti più crudi e meno visitati della testimonianza di Primo Levi, in una dinamica scenica un po’ statica a causa del poco spazio a disposizione e pertanto incentrata sulla presenza degli attori e sulla loro disposizione in quadri, taluni di grande enfasi; ad esempio il tableau in cui si disegna l’ammassarsi uno sull’altro dei corpi degli attori in concomitanza con la descrizione delle cataste di cadaveri sfigurati all’interno del lager.

Nella formazione corale, il testimone passa di volta in volta da un attore all’altro, con toni ora più enfatici e patetici, ora più freddi e distaccati. Maria Cristina Fioretti, Maurizio Palladino, Silvia Falabella, Filippo Velardi e Maria Cristina Gionta, in abiti anni ’40, tengono lo sguardo fisso sulla platea; raramente si incontrano in un contatto breve e imbarazzato, che non trova parole per il conforto e che si risolve a breve interludio tra il mostrarsi delle individuali solitudini.

Corsa Interrotta (Interrupted Race) - 1987 - cm. 54x73

Eva Fischer, Interrupted Race, 1987

Lo spettacolo non riesce a sottrarsi all’annosa questione della retorica dell’Olocausto: a imperare è il concetto di “tragedia senza catarsi”, modalità assunta a vero e proprio genere dal teatro postdrammatico. La rappresentazione e l’imitazione dei sentimenti permettono allo spettatore di accedervi intellettualmente, in un ambito protetto dal rischio dell’immedesimazione; non vi è, tuttavia, soluzione al male raccontato, non vi è logica e logos in grado di darcene una visione completa, una visione giustificata. Viene così a mancare lo scioglimento, l’anagnorisis aristotelica, per cui quelle passioni non possono farsi strumento di conoscenza, bensì sono costrette a rimanere vuote e cieche. Non solo: come ricorda lo stesso Argirò alla fine della pièce, questo non può essere uno spettacolo, perché quella della Shoah è una realtà che va oltre ogni rappresentazione.
Forte l’accento, inoltre, sul concetto brechtiano di straniamento: gli attori sono i primi a non potersi immedesimare nel proprio personaggio, a non poter richiamare, come suggerirebbe Stanislavskij, quelle emozioni che sono chiamati a mettere in scena; ma anche tu, spettatore, sei chiamato a un’empatia mediata, a soffrire del dolore che viene raccontato, ma non puoi pretendere di immedesimarti in esso, tanto esso è distante e inconcepibile, tanto sei abituato a quei «pasti caldi e visi amici» e alle tue comodità.

Sono parole che tengono con le spalle al muro, o meglio alla poltrone, che non ammettono discussione o molteplicità di punti di vista. La regia cerca di attenuare tale visione monoculare inserendo le testimonianze degli impiegati tedeschi nei lager, ma non riesce a farlo senza cattiveria, senza rancore, senza inevitabilmente schierarsi dalla parte delle vittime e trovarsi schiacciata da quella “retorica dei buoni” di cui l’arte contemporanea ha fatto tanta fatica a liberarsi.

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La suggestiva Sala della Lupa amplifica le parole della testimonianza, là dove unica scenografia sono la lupa capitolina in bronzo e le targhe che ci ricordano a caratteri ben leggibili che in questo luogo si è combattuto contro la violenza fascista, che in questo luogo la Repubblica Italiana e la sua costituzione sono diventate, per la prima volta, realtà.
Non si può non pensare al valore simbolico di questa serata-evento, passeggiando per gli sfarzosi corridoi di Montecitorio, oltrepassando i manifesti e il piccolo gruppo di digiuno per la giustizia che presidia il piazzale. L’augurio è che continui la ricerca per un teatro che possa davvero essere pericoloso, che metta in dubbio i luoghi della certezza e che ci ricordi che la difesa dei diritti e della dignità degli individui non è memoria e ricordo, ma battaglia viva da combattere ogni giorno.

IL VIAGGIO

regia e drammaturgia Giuseppe Argirò
con Giuseppe Argirò, Maria Cristina Fioretti, Maurizio Palladino, Silvia Falabella, Filippo Velardi e Maria Cristina Gionta
produzione Fondamenta Teatro e Teatri

Camera dei Deputati – Sala della Lupa, Roma
5 marzo 2019



Categorie:Cultura e società, Letteratura, Novità, Recensioni, Scena, Teatro

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