“Mi sa che fuori è primavera”, Saitta e Barberio Corsetti di fronte al dolore di Irina Lucidi

MATTEO BRIGHENTI | Il ricordo è il cuore di un’assenza presente. Controparte muta, testimone fantasma di un tempo che va in senso contrario. All’indietro, invece che in avanti. O meglio, precipita nel vortice non lineare di volti e trascorsi bui che riappaiono davanti agli occhi. All’improvviso. Intatti dopo anni e anni. Accettarne l’immutabilità significa sostenere, ricambiare i loro sguardi di ora; implica ascoltare, accogliere le loro voci di adesso.

Gaia Saitta - Mi sa che fuori è primavera_ foto Chiara Pasqualini

Mi sa che fuori è primavera foto di Chiara Pasqualini

L’ora e l’adesso di Irina Lucidi sono sei spettatori, ogni sera diversi, chiamati da Gaia Saitta a prendere le parti mancanti di Mi sa che fuori è primavera sul palcoscenico della sua vita, mai interrotto fra passato e futuro. Sedute, in silenzio, come noi altri in platea al Teatro Cantiere Florida di Firenze per il debutto della sesta edizione della rassegna Materia Prima promossa da Murmuris, quelle figure fantasmatiche sono chiamate a impersonare le pietre miliari dell’orrore di un lutto inspiegabile e dello splendore di una rinascita incontenibile. Traccia e ispirazione è il libro di Concita De Gregorio (Feltrinelli Editore), che dà il titolo al progetto condiviso da Saitta con Giorgio Barberio Corsetti.

Il caso Lucidi – le figlie gemelle Alessia e Livia scomparse nel gennaio 2011, rapite dal padre Mathias Schepp (morto suicida) e mai ritrovate – è la testimonianza concreta che anche all’apice del dolore si può scegliere di dare una nuova opportunità alla felicità. La prova della sua salvezza rende possibile la nostra. Questo messaggio è l’obiettivo finale, il senso stesso del riunirci insieme, qui, stasera. Tanto che l’attrice lo dice apertamente, forse convinta che dichiarare aggiunga importanza o forza alla ‘morale’.
Al contrario, semmai dimostra una certa sottovalutazione delle capacità critiche ed elaborative del pubblico, trattato da destinatario passivo, piuttosto che attivo. L’idea è che basti semplicemente stare a sentire per decidere di re-agire al maschilismo, al razzismo, ai pregiudizi, come quelli attraversati da Mi sa che fuori è primavera. Non si sollecita affatto, anzi, si mette proprio a tacere la richiesta di trarre da soli le debite conclusioni. Zittendo, quindi, l’impegno a farle davvero proprie, in modo consapevole, duraturo e risoluto ad attuarle al meglio.

I nostri sei stanno a sinistra e a destra della scena creata da Giuliana Rienzi. In mezzo ci sono due schermi, uno piccolo appeso e uno grande da terra, una telecamera sul cavalletto, un paio di scarpe da trekking su della terra. La sedia vuota è la sua, è il posto che Gaia Saitta cerca di dare a Irina Lucidi nella sua stessa storia, che inizia da un suo compleanno, come per un’altra Irina, quella di Tre Sorelle di Čechov.
Gaia Saitta - Mi sa che fuori è primaveraCi saluta e riprende come invitati alla festa, amici di famiglia, ma il regalo è lei a farselo: ricomporre la memoria in pezzi, rammentarsi da dove viene per confermarsi dove sta andando. Con l’aiuto di quei compagni di palco scelti al momento dell’ingresso in sala.
Ogni evento della sua esistenza consumata in tragedia, e poi risorta nell’amore per Luis, è scandito da post-it letti e proiettati sullo schermo grande (il video è di Igor Renzetti). Bigliettini innocui, fin quando non cominciano a portare istruzioni, comandi, ordini impartiti alla donna dall’ossessione di una mente meticolosa. Una violenza psicologica perpetrata a distanza dal marito, per mezzo di un occhio di carta che arriva dappertutto, al pari di quello della videocamera.

Saitta inquadra alcuni dei volti accanto a lei, che i monitor rimandano live alla platea. Sono normali spettatori e, di volta in volta, incarnano la ‘nonna’, la ‘psicologa di coppia’, il ‘giornalista’ oppure il ‘magistrato’. L’attrice guarda loro, le loro immagini e noi – non necessariamente in questa successione. Ricordare è sempre frammentario. Ciò che lei vede (i suoi occhi negli occhi dei sei) si somma a ciò che tutti gli altri vedono (la ripresa video) e, ancora, a ciò che lei dichiara (il suo sguardo rivolto alla platea).

Gaia Saitta - Mi sa che fuori è primavera

foto di Chiara Pasqualini

Capita che i non attori leggano delle battute adatte al proprio ruolo: restituiscono tanto la negligenza degli inquirenti quanto il distacco della società. La commistione dei piani aumenta non appena viene coinvolto pure qualche altro spettatore giù dal palcoscenico. Allora, cade ogni possibile distinzione tra astanti della vicenda in atto e della sua narrazione. Ciascuno può essere chiunque, vittima o carnefice, dipende soltanto dall’inquadratura delle circostanze.

Il dispositivo tecnologico è efficace e implacabile nella sua semplicità evocativa. Ha il limite, però, di consegnare la recitazione di Gaia Saitta al riflesso delle reazioni emotive dei convitati, a cui lei stessa indica, suggerisce, rammenta la strada da seguire. Non la vive su di sé, né per sé, ma per interposte persone. Di conseguenza, l’effetto pare quello di una Federica Sciarelli che nello studio di Chi l’ha visto? traccia una mappa delle lacune nelle indagini del caso Lucidi con tono televisivo, calmo, piano.
L’oppressione, la rabbia, la voglia di fuggire, sembrano espressioni usate solo per poter accartocciare i post-it e buttarli in un angolo. Alla stregua di viti che, girate e rigirate, non stringono più, quei moti d’animo non appartengono a Saitta. O, più precisamente, le appartengono solamente nella misura in cui servono a sostenere l’intenzione di commuovere. Una scelta, questa, proporzionata al trattamento del pubblico di cui abbiamo scritto sopra.

La letterarietà è il rifugio ultimo di Mi sa che fuori è primavera dall’assedio dell’assenza di chi manca, come lo definisce in scena. Del resto, De Gregorio medesima parla di “invenzioni letterarie, è un romanzo, ci sono una storia di cronaca e un incontro che lo ispira, ma poi c’è il mio lavoro. Irina ha bussato alla mia porta, le parole erano la terapia che le mancava”. Così, nel volume dei giorni a venire l’amore è la quintessenza letterale di vivere accanto al ricordo: Luis, infatti, è uno che c’è sempre, anche quando manca.

MI SA CHE FUORI È PRIMAVERA

un progetto di Giorgio Barberio Corsetti e Gaia Saitta
testo Concita De Gregorio
adattamento teatrale Gaia Saitta
regia Giorgio Barberio Corsetti
scene Giuliana Rienzi
video Igor Renzetti
suono Tom Daniels
luci Marco Giusti
costumi Frédérick Denis
produzione Fattore k.
co-produzione Festival Quartieri dell’Arte, Fondazione Odyssea, Forteresse asbl
in collaborazione con Collectif If Human

7 marzo 2019
Teatro Cantiere Florida, Firenze



Categorie:Novità, punti di vista, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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