Il romanzo di un uomo semplice: “Giobbe” di Roth nell’interpretazione di Roberto Anglisani

PAOLA ABENAVOLI | Una storia semplice, di un uomo semplice: così la definisce anche l’autore del romanzo, Joseph Roth, nel sottotitolo del suo Giobbe. Una vita, un percorso che sembrano comuni a tanti: ma la semplicità è soltanto apparente, è frutto di una complessità che riguarda non soltanto ciò che viene raccontato, ma il modo in cui la narrazione procede, dal libro al palcoscenico. E se non c’è nulla di enfatico, di retorico, ma tutto arriva in maniera diretta, non è semplicità vista come banalità, ovvietà, bensì come esempio massimo di capacità di narrare, ovvero trasferendo concetti e situazioni complesse nel modo più naturale e diretto possibile. E che cela, solitamente, molteplici livelli di lettura.

Tutto questo si riflette sulla scena, nella versione che Francesco Niccolini ha adattato per il teatro: se il passaggio dalla letterarietà del testo alla fluidità del racconto orale non è scontato, quando si riesce a compierlo, il risultato è proprio quello di ipnotizzare lo spettatore, di condurlo attraverso la storia come se si riuscisse a visualizzare davanti a noi ogni personaggio. E la semplicità della narrazione, che nasconde appunto una complessità sia di struttura che di temi, arriva diretta e compie la sua funzione.

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Foto Marco Costantino

È così che, attraverso un esempio di teatro di narrazione tra i più puri, basato quasi esclusivamente sulla voce, sulle capacità di affabulazione dell’attore, giungono al pubblico temi come il dolore, la famiglia, l’abbandono della propria terra, il desiderio di ritornare in quei luoghi, la compassione, il perdono di se stessi, la speranza che tiene vivi, che scema, ma che ritorna, che rivive come una fiammella che arde pur se non riusciamo più a vederla.

Tanti argomenti che, dalle pagine del romanzo di Roth arrivano grazie all’accurato adattamento di Niccolini, sulle tavole del palcoscenico e prendono vita attraverso la voce di un intenso Roberto Anglisani. Solo, seduto su una sedia: l’attore e il suo racconto, la sua sapienza nel condurre il pubblico attraverso un’ora e mezza di narrazione. Lineare ma difficilissima da costruire, attraverso frasi brevi, quadri che si concatenano, dando ritmo e fluidità al testo, per non far cadere mai l’attenzione e per far entrare pian piano lo spettatore nel racconto. Far empatizzare con il protagonista, far comprendere dove Mendel Singer – il maestro che insegna la Bibbia ai bambini, nel suo piccolo villaggio in Russia – sta andando, dove le interazioni con gli altri membri della sua famiglia, con la sua terra e con l’America dove si trasferirà, lo condurranno, e come questa storia sfodererà tutta la sua intensità, tutta la sua non banalità, tutta l’essenza di una vita nella quale risiede un’universalità di visioni, di accadimenti, di sentimenti.
Il dolore della perdita, la speranza che svanisce, il timore per il futuro dei figli, le guerre che sconvolgono le vite, la nostalgia: la vita, insomma, che Anglisani sa trasferire, incarnando ogni personaggio, ogni sfumatura del racconto. Evocando, anche solo con pochi piccolissimi gesti o con la mimica del volto, le emozioni dei protagonisti, fino all’inatteso finale, così denso di compassione. La potenza interpretativa che si esplica in una storia raccontata, proprio come gli antichi cantastorie, ma con in più una maturità attoriale e un approfondito lavoro sul testo che aggiungono valore a questo esempio di teatro di narrazione.

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Foto Marco Costantino

Pochi piccolissimi gesti, si diceva. E, in più, un solo elemento scenico: quel cappello, che il narratore ha con sé, che ha un valore metaforico (e lo si capirà solo al termine dello spettacolo), che costruisce il personaggio, lo definisce, nella sua semplicità ma, allo stesso tempo, in quella sua complessità e universalità. Un simbolo di un’essenza, forse antica, popolare, ma anche forte, simbolo di quella umanità che è il valore, il senso di un romanzo e di uno spettacolo: l’umanità afflitta, speranzosa, sofferente, ma alla fine viva.
Sulla carta, in palcoscenico, nella realtà.

 

GIOBBE
di Joseph Roth

adattamento e regia Francesco Niccolini
con Roberto Anglisani
consulenza letteraria e storica Jacopo Manna
costumi Mirella Salvischiani
distribuzione Teatro d’Aosta, con la collaborazione di  festival Montagne Racconta (Montagne – Treville, TN), festival Collinarea (Lari, PI)

Rassegna La casa dei racconti

SpazioTeatro, Reggio Calabria
9 marzo 2019



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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