L’identità è fatta di carta? F. Perdere le cose di Kepler-452 a Vie Festival

ELENA SCOLARI | Capita di continuo di perdere qualcosa. Le chiavi, un guanto sinistro, un cappello. Oppure il portafoglio con dentro i documenti. A me è capitato in vari stati europei (sono particolarmente sbadata) ma ho sempre trovato una via per rientrare in patria. Questo perché siamo tutti stra-registrati, possiamo sciorinare i nostri dati anagrafici come una poesia di esistenza in vita, codici e residenze sono reperibili quasi ovunque.
Dunque, se perdiamo la carta d’identità, non perdiamo però ciò che rappresenta: sappiamo sempre chi siamo. A meno di essere confusi dal punto di vista esistenzial/filosofico. Ma questo è un altro tipo di problema.
Se invece a perdere il documento è un immigrato allora diventa un casino. La possibilità di restare in un Paese che non è il tuo è maledettamente legata al permesso di soggiorno. Che è legato all’avere un posto di lavoro. Che è legato al permesso di soggiorno. Già, proprio quello che si chiama un circolo vizioso. Viva il bureau!
Sono le nostre azioni a definirci, ma a volte l’unica azione che conta è possedere un foglio.
E così è facile smarrire il senso di sé.

F. Perdere le cose è il nuovo spettacolo di Kepler 452, (compagnia vincitrice del Premio Rete Critica 2018 con Il giardino dei ciliegi – trent’anni di felicità in comodato d’uso), presentato in prima assoluta a Bologna in Vie Festival lo scorso fine-settimana.
Occhi molto curiosi attendevano questo debutto dopo il grande successo dell’originalissimo Čechov, prova viva di quanto un classico possa parlare oggi e parlare, vivaddìo, anche ai giovani, quelli veri.
Un po’ di timore per la maledizione dell’opera seconda c’era. Seconda dopo il botto, per intenderci; il gruppo Kepler aveva già alcuni altri lavori alle spalle.
E… l’esame è passato, sì. Il lavoro firmato da Aiello-Baraldi-Borghese prosegue in certo qual modo l’indagine sulle persone iniziata nel Giardino: là si trattava di una coppia molto speciale che – come Ljuba e Gaev nell’opera russa – è stata costretta a lasciare la proprietà dove aveva vissuto per decenni; qui si tratta di F., un immigrato senegalese barbone che vive in un dormitorio.

ph. Luca del Pia

Uno dei maggiori pregi del gruppo Kepler 452 è l’attenzione verso il singolo, la volontà di raccontare individui, con caratteristiche particolari, uniche, aprendo così la riflessione alla moltitudine umana.
F. dovrebbe essere in scena, perché anche noi lo si possa incontrare, ma le norme che regolano la presenza sui palcoscenici non consentono che F. ne calchi le assi.
E così F. c’è e non c’è, potremmo dire che appare per gradi. Prima è una spettatrice che gli presta la voce, poi lo sentiamo parlare da una cassa, poi vediamo il suo volto in video.

Il progressivo farsi presente di F. è guidato da Paola Aiello e Nicola Borghese che ce lo presentano, ce lo raccontano, per capi sommi ed essenziali, dialogano con lui in assenza fisica della sua persona. La naturale disinvoltura dei due attori è altra qualità importante: sembra che stiano esprimendo pubblicamente i loro pensieri condividendoli con noi, quasi per caso, in una successione logica e illogica, come accade nella vita. E questo fa entrare in comunicazione diretta e senza diaframmi spettatore e interpreti.
Alcune riflessioni sono più semplici di quanto vogliano forse sembrare, non manca un po’ di naïveté, c’è margine per affondare un poco di più nelle domande che che lo spettacolo pone. Perché Perdere le cose è essenzialmente uno spettacolo di domande, non ci si aspetta alcuna risposta ma un passo in più nella problematizzazione sì.

Se il vero protagonista aleggia, è invece molto presente l’unico elemento della scenografia (spazio curato da Vincent Longuemare e Letizia Calori): un muro. O meglio un cancello, una grande parete di confine che occupa tutta la larghezza del palco, è la separazione tra il teatro e noi, tra l’area di spettacolo e il pubblico, tra il mondo libero e il recinto del dormitorio di F.
Paola e Nicola varcano però più volte questa soglia senza difficoltà, talvolta tramite un solo modulo-porta, talvolta aprendo del tutto le due ampie ante. Agiscono senza distinguere se si trovino dentro o fuori. L’impressione è che questo elemento, irriducibile per dimensione, non corrisponda a un reale ostacolo. Il muro è lì, dritto, grigio, fa il suo lavoro, ma il problema che simbolizza non corrisponde a un’effettiva fatica nello scavalcarlo o nell’eluderlo.
La mia può sembrare un’osservazione speciosa ma la scelta di non usare altro in scena mette per forza l’accento su questo componente, rivestito – a parole – di un significato pesante ma che non è supportato dall’utilizzo che di questo simbolo viene fatto.
Laddove il vuoto, sottolineato nel bell’inizio concettuale e nella sgargiante scena del clown, rende invece perfettamente l’angoscia dello spazio, nonché lo spaesamento di essere costretti a muoversi senza appigli, senza appoggi, senza riferimenti, alla ricerca di dove diamine si sia persa l’identità.

Come ne Il giardino “bolognese” gli interpreti entravano e uscivano dal testo originale per entrare nella cronaca odierna di un fatto assai peculiare, così in Perdere le cose si viaggia (per disorientarsi) tra il tempo dell’effettiva scrittura del testo e quello in cui la si rappresenta: «sto dicendo cose che ho scritto mesi fa, non volevo dirle ma ora che le sto dicendo significa che abbiamo fallito». In questo intelligente cortocircuito c’è molto della cifra di Kepler.

Chissà se F. si ritroverà.

 

F. PERDERE LE COSE

scritto da Kepler-452 (Aiello, Baraldi, Borghesi)
regia Nicola Borghesi
dramaturg Enrico Baraldi
in scena Paola Aiello, Nicola Borghesi e, da qualche parte, F.
luci Vincent Longuemare
spazio Vincent Longuemare Letizia Calori
costumi Letizia Calori
video Chiara Caliò
musiche Bebo Guidetti
suono Alberto Irrera
coordinamento Michela Buscema
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione

Teatro Arena del Sole, Bologna
9 marzo 2019



Categorie:In evidenza, Pensieri oscenici, punti di vista, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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