L’omaggio alla Follia di Pippo Delbono

MARCO BALDARI | Ci sono date che restano indelebili nella memoria segnando un punto cruciale nell’esistenza di un essere umano.
Il primo febbraio 2019 è stato, per Pippo Delbono,uno di questi turning point. È venuto a mancare, uno dei protagonisti più importanti della sua compagnia, con il quale aveva condiviso quasi vent’anni di amicizia e collaborazione lavorativa: il mitico – parola in questo caso non abusata – Bobò.

BOBO

Bobò

Bobò era un piccolo uomo sordomuto, analfabeta, incontrato nel 1995 (in occasione di un’attività laboratoriale) nel manicomio di Aversa, dove era stato rinchiuso per quarantacinque anni. Pippo riconobbe in Bobò e nella sua capacità gestuale i principi del teatro orientale. Gli elementi che Delbono aveva appreso dopo lunghi anni di training erano presenti come dote acquisita in quella splendida creatura. Un attore capace di accompagnare con precisione i suoi gesti teatrali, nella totale assenza di retorica. Così da Barboni (spettacolo del 1997) in poi il loro sodalizio non si è più sciolto. Fino alla dolorosa data del primo febbraio 2019.

Parte da un lutto La Gioia. Spettacolo proposto dal 5 al 10 marzo al Teatro Argentina di Roma.
La scena, spoglia, si apre con il regista ligure che dedica l’opera alla memoria dell’amico scomparso, fisicamente assente, ma presenza immortale per il suo teatro e nella sua vita.

Delbono regala uno spettacolo che è quasi una confessione in cui svela la sua poetica e le sue fonti d’ispirazione. Ecco allora apparire, sotto forma di citazioni, Totò, con la struggente Preghiera del clown; Pino Daniele, che urla a squarciagola la sua Je so pazzo; Erri De Luca e la supplica laica Mare nostro che non sei nei cieli; Fellini, con tutte le suggestioni dei suoi film, in particolare Amarcord, I clowns e Otto e mezzo; e come l’autore confessa, il testo che più lo ha colpito per la realizzazione di questa recita: «La morte di Ivan Il’ic di Tolstoj, in cui il protagonista, nei suoi ultimi giorni di vita, si riconcilia con tutta la sua esistenza, anche con i momenti più tristi e grigi».
C’è anche molto del vissuto personale. O almeno così sembra.
La Gioia è uno di quegli spettacoli giocati sulla sottile linea realtà/finzione che riescono ad avere grande presa sulla platea.

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La cifra estetica che ha fatto di Pippo Delbono uno dei nomi più importanti della recitazione italiana e internazionale è ben presente in questo lavoro, anzi molte delle scelte sceniche sono dei veri e propri omaggi al suo teatro, riproposizione fedeli di stilemi che l’hanno reso l’icona che è. Un’opera perfettamente in linea con il cammino intrapreso fin dai suoi inizi, nel 1987, con Il tempo degli assassini, un immaginario potente, capace di coniugare le nuove forme di teatro-danza, all’urgenza di realtà spesso prive di voce, rese protagoniste di una visione teatrale lucida e dirompente. Visione che ha avuto la sua massima espressione con l’esperimento Adesso voglio musica e basta (2017): un percorso nel mondo dell’attore e regista italiano, ma anche un viaggio nei punti cardine della sua estetica e della sua biografia.

Il circo, i balli, il tango, uno sciamano che con la sua pazzia libera le anime e le grida soffocate in mezzo al pubblico. La Gioia è un caleidoscopio di immagini e suoni. Le luci disegnano in maniera essenziale gli spazi, alternando il buio più totale, da dove come fantasmi prendono vita le creature di Delbono, a momenti in cui sia il palco che il pubblico sono illuminati a giorno.
Le forme si confondono e si perdono una dopo l’altra: centinaia di barchette di carta, sacchi di panni colorati, costumi stravaganti e variopinti e la panchina su cui per molti anni lui e Bobò hanno recitato uno di fianco all’altro.

Un elogio alla Follia. Una riflessione sul suo cammino artistico. Una celebrazione di se stesso e della compagnia protagonista dei suoi spettacoli, quella componente umana che ha scelto come fondamento per il suo teatro. 

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La Gioia è una carrellata di personaggi. I suoi personaggi. Quel mondo di reietti, di esseri umani altrimenti marginali, che grazie a lui hanno potuto esprimere la loro potenzialità e dimostrare come il concetto di normalità, o sanità, sia uno dei tanti pregiudizi accettati dal nostro mondo.

Una messa in scena giocata sulla semplicità, su trovate elementari, ma che restituiscono con grande impatto i sentimenti alla base di tutta l’opera: il dolore, la vergogna, il senso di spaesamento: quell’infelicità che fa sentire l’uomo così inadeguato, anche quando non  sembrano esserci apparenti motivi.

Tutto però ha un obiettivo ben preciso; un viaggio. Le storie personali, le maschere, le danze, i clown, fino all’esplosione floreale creata da Thierry Boutemy, sono compagni, amici, ricordi, memorie sfuggenti di persone alla ricerca della gioia. Difficile da raggiungere e spesso vista come meta utopica, ma in realtà assai vicina e che esplode con tutta la sua forza proprio da momenti dolorosi e bui.

«Dov’è questa gioia? Dov’è? Dov’è questa gioia? Dove?».

 

 

 LA GIOIA

uno spettacolo di Pippo Delbono
con Bobò, Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Margherita Clemente, Pippo Delbono
Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti
Pepe Robledo, Zakria Safi, Grazia Spinella
composizione floreale Thierry Boutemy
musiche Pippo Delbono, Antoine Bataille e autori vari
luci Orlando Bolognesi
suono Pietro Tirella
costumi Elena Giampaoli

Teatro Argentina, Roma
dal 5 al 10 marzo 2019



Categorie:Arte, Novità, Recensioni, Satura, Teatro

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