Ma io chi sono?: “Trilogia sull’identità” di The Baby Walk

ROBERTA RESMINI |  Trilogia sull’identità è un progetto nato nel 2013 da un’idea di Liv Ferrachiati e realizzato della compagnia The Baby Walk, che si è affermata, negli ultimi tempi, come una delle compagnie più interessanti nel panorama teatrale. Il progetto, nei suoi tre capitoli, pone sotto lo sguardo dello spettatore le storie, i sentimenti, le vite di personaggi diversi, alle prese con la propria natura profonda, in un attraversamento che riguarda molto da vicino anche le tematiche di genere.

Peter Pan guarda sotto le gonne (vincitore nel 2015 del Premio Docenti al Festival delle Giovani Realtà del Teatro di Udine e semifinalista al Premio Scenario) rappresenta il primo capitolo. È una riscrittura, a opera di Greta Cappelletti e Liv Ferracchiati (che firma anche la regia), del romanzo di James Matthew Barrie, Peter Pan nei Giardini di Kensington. Peter – interpretata da Alice Raffaelli – si trova a dover gestire la scoperta della sua identità, che è altra rispetto all’identità che tutti, a cominciare dai suoi genitori (presenti solo tramite le loro voci), vorrebbero affibbiarle: Peter è nata femmina ma non vuole comportarsi come una femmina, gli abiti e le scarpe femminili non le piacciono, si trova a suo agio con pantaloncini, maglietta e camicia, alle prese con un pallone da calcio.

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Foto Andrea Macchia

A complicare la situazione la comparsa del menarca e il rifiuto che riceve da Wendy (Linda Caridi), una tredicenne conosciuta ai giardini. Solo l’irriverente fatina Tinkerbell (Chiara Leoncini) spiega a Peter la sua natura di “mezzo-mezzo” e gli fa capire che non è esattamente una femmina, ma precisamente un maschio. Sulla scena un quarto attore: Luciano Ariel Lanza, il maschio, l’adulto, con il quale l’adolescente Peter lotta di continuo.

Il secondo capitolo, Stabat Mater (Premio Hystrio Nuove Scritture di Scena 2017), racconta la storia di Andrea (Alice Raffaelli), un uomo in un corpo femminile. Le donne che fanno parte della sua vita gli parlano al maschile, tranne sua madre (Laura Marinoni), presente con un fermo immagine sullo sfondo per tutto il tempo dello spettacolo e con la quale ha un legame morboso che esprime attraverso telefonate ripetute e sempre uguali, speculari rispetto alle ricche conversazioni con l’analista.
Questa madre così ingombrante non accetta che sua figlia sia in realtà un maschio, ostacolando, di fatto, il suo percorso di crescita e il rapporto con la sua ragazza (Linda Caridi). Ma Andrea non è solo un transgender; è prima di tutto un trentenne insicuro e incapace di diventare un adulto. Va in analisi per capire se intraprendere la cura ormonale o accettare di vivere bene, qui e ora. stabatmater-e1551456421247Ma è anche consapevole del suo fascino, derivante dal suo rifiuto della norma, dalla volontà di vivere sopra le parti, al di fuori dalle regole. Ed è scrittore.
Alcuni elementi scenici ci riportano ai momenti e alle questioni principali affrontate sul palco: due sedili d’auto, testimoni del primo incontro amoroso tra i due fidanzati, il divano che vede la loro relazione scivolare in un abitudinario coabitare, le due poltrone funzionali al percorso terapeutico, un tavolo dove si confrontano la fidanzata e l’analista (Chiara Leoncini).

A differenza del Capitolo I, in questo secondo spettacolo è evidente la ricerca di una maggiore complessità: i cambi d’abito sono ripetuti, il ritmo più incalzante, la dicotomia Noi/Voi, transgender/normali, sbagliati/giusti più rimarcata (anche se, alla fine, sono proprio i “giusti” a ritrovarsi in crisi); la costruzione stessa della narrazione più dinamica, con svariati flashback che, tuttavia, non appesantiscono la fruizione.

Il terzo capitolo, Un Eschimese in Amazzonia (Premio Scenario 2017), rappresenta la vera sorpresa della Trilogia, differenziandosi molto dai primi due. La scena pone a diretto confronto la persona transgender, Eschimese, in jeans e felpa della tuta – superba mente interpretata da Liv Ferracchiati – e la società (il coro), vestita come una squadra di calcio con T-Shirt e pantaloncini corti. Il Coro segue le sue vie precise e strutturate: parla all’unisono, crea un muro ostile incapace di accogliere Eschimese. Questi, dal canto suo, non riesce nemmeno a parlare, sovrastato dalle voci del coro, e si gioca l’unica arma che ha a disposizione, l’improvvisazione, per spiazzare la controparte e frantumarla un poco alla volta.

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Foto Stefano Vaja

Infatti, man mano che la storia procede e il gruppo decide di vivere una Vita Spericolata, la coralità si disgrega ed emergono le personalità dei singoli, che riescono addirittura ad accettare Eschimese per quello che è.

 

Tre spettacoli indipendenti, ciascuno con una propria compiutezza, ma con un filo che li lega in maniera coerente. Sono rappresentazione di un’evoluzione, di una crescita dei protagonisti (dall’infanzia all’adolescenza, all’età adulta, alla piena maturità) e dello sviluppo di una pluralità di temi che si intrecciano: la transessualità, il rapporto con i genitori, l’adolescenza, la vita e la morte, la società politicizzata ostile al diverso. Sono ben armonizzati all’interno del flusso narrativo, e proprio per questo la trilogia è ben riuscita. Il merito è stato quello di aver saputo mescolare vari piani – pop, filosofico, sociologico, politico – lavorando molto sulla parola nella connessione con le altre arti – il movimento, il cinema, l’improvvisazione teatrale –, in una narrazione chiara e diretta, che non vuole stupire ma che inevitabilmente lo fa, strappando risate (talvolta sonore) nel pubblico ma anche lacrime e sospiri. Una parola che evolve mano a mano che i protagonisti crescono: da semplice e realistica, tipica dell’adolescenza, a veloce e ricercata fino ad arrivare all’improvvisazione, che spiazza anche gli stessi attori in scena. È una lingua che si fa via via più ritmata, veloce, a volte ripetitiva, sincera.

Muovendosi nei territori dell’intimità, sostenuti dal magistrale lavoro degli attori e da una rappresentazione ben riuscita sotto tutti i punti di vista (in particolare il gioco di luci che focalizza l’attenzione su uno o più personaggi in scena ma che non manca di allargarsi alla platea, anche abbagliandola), questi tre spettacoli affrontano il tema della transessualità in maniera delicata e scevra da pregiudizi e qualunquismi, spingendo lo spettatore ad interrogarsi su di sé e a guardarsi dentro in maniera onesta.

Leggi anche: https://paneacquaculture.net/2017/09/21/livia-ferracchiatithe-baby-walk-e-lidentita-caduta-dalle-stelle-ai-pantaloni/

 

PETER PAN GUARDA SOTTO LE GONNE – CAPITOLO I

diretto da Liv Ferracchiati
scritto da Greta Cappelletti e Liv Ferracchiati
coreografie e costumi Laura Dondi
scene Lucia Menegazzo
luci Giacomo Marettelli Priorelli
promozione e videomaking Andrea Campanella
con Linda Caridi, Luciano Ariel Lanza, Chiara Leoncini, Alice Raffaelli
e le voci di Ferdinando Bruni e Mariangela Granelli
produzione The Baby Walk – Teatro Stabile dell’Umbria. Con il sostegno di Campo Teatrale Milano e CAOS – Centro Arti Opificio Siri – Terni

 

STABAT MATER – CAPITOLO II

scritto e diretto da Liv Ferracchiati
aiuto regia e costumi Laura Dondi
dramaturg di scena Greta Cappelletti
scene e foto di scena Lucia Menegazzo
luci Giacomo Marettelli Priorelli
suono Giacomo Agnifili
con Chiara Leoncini, Linda Caridi, Alice Raffaelli
e la partecipazione video di Laura Marinone
uno spettacolo The Baby Walk
produzione Centro Teatrale MaMiMò e Teatro Stabile dell’Umbria – Ternifestival

 

UN ESCHIMESE IN AMAZZONIA – CAPITOLO III

scritto e ideato da Liv Ferracchiati
costumi Laura Dondi
luci Giacomo Marettelli Priorelli
suono Giacomo Agnifili
scrittura scenica di e con Greta Cappelletti/Coro, Laura Dondi/Coro, Liv Ferracchiati/ Eschimese, Giacomo Marettelli Priorelli/Coro, Alice Raffaelli/Coro
produzione Teatro Stabile dell’Umbria, Centro Teatrale MaMiMò, Campo Teatrale, The Baby Walk
in collaborazione con residenza artistica multidisciplinare presso Caos – Centro Arti Opificio Siri Terni

Teatro Elfo Puccini, Milano
5/10 marzo



Categorie:Performing Arts, Recensioni, Satura, Scena

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