La meraviglia e il terrore del cambiamento. Il Pinocchio di Michele Pagano

ILENA AMBROSIO | Per Officina Teatro di San Leucio la messa in scena di un classico del repertorio fiabesco, nel periodo natalizio, è una tradizione. Ebbene sì, lo ammetto – con il capo cosparso di cenere –: sono trascorsi circa tre mesi da quando ho assistito a Pinocchio Rewind di Michele Pagano. Tuttavia non si è sfocato il ricordo di questo lavoro. Perché, quando in quei luoghi narrativi conosciuti da bambini, che sono le fiabe, riusciamo a incontrare, da adulti, sensi nuovi, più profondi e maturi, il sentimento di aver arricchito un pochino il nostro mondo emotivo resta una traccia ben impressa.
Ho così pensato che un confronto tra suggestioni e curiosità (le mie) e gli intenti e le conseguenti scelte sceniche di Michele Pagano avrebbe potuto illuminare con più chiarezza il senso globale del suo Pinocchio.

pinocchioMichele, chiariamo subito a beneficio dei lettori, che il tuo non può essere considerato uno spettacolo per bambini. Resta fedelissimo al plot collodiano, ci sono tutti gli snodi principali della vicenda eppure, rispetto alla fiaba, è qualcosa di totalmente diverso che mi pare guardi la storia da un’angolatura specifica.

Infatti. Quello che assolutamente non volevo era tradire il percorso di Collodi. Ho lasciato tutti gli avvenimenti più importanti della storia ma, attraverso questo filo conduttore, mi interessava concentrarmi sulla dinamica della metamorfosi, del cambiamento.
Mi sono interrogato su cosa può significare, oggi, la storia di un burattino che muta forma; sulle possibilità che tutti noi abbiamo di cambiare.
Desideriamo il cambiamento: da adolescenti aspettiamo la maggiore età per essere indipendenti, guidare; poi di cambiare lavoro, poi di cambiare casa, per fare degli esempi concreti.
Poi però capita che, di fronte al cambiamento, sentiamo un inconscio desiderio di tornare indietro perché subentrano la paura, il senso di responsabilità.
Ecco, volevo restituire questo: quel senso di abbandono della razionalità, il recupero di quel desiderio entusiastico di cambiamento, privo di paure, che avevamo in fanciullezza.

E infatti, giocando su questi due piani, l’atmosfera generale è, da un lato, profondamente onirica, surreale – complici soprattutto le maschere indossate dai personaggi, il disegno luci e le scelte sonore –  ma, al contempo, dà spazio a elementi di realismo e, appunto, razionalità. Il personaggio del grillo (Giuseppe Piroddi), in particolare, è quello, nell’approccio alla scena, impostato su un maggior naturalismo. D’altronde il grillo è l’elemento di razionalità anche in Collodi.

Abbiamo voluto puntare tutto sul surrealismo ma inserendo una rottura estrema nel rapporto tra Pinocchio e la coscienza.
Il grillo, in questo caso, è, sì, grillo ma anche padre e anche madre, il cui ruolo è affidato alla Fata. Nella storia, i discorsi di questi tre personaggi, hanno tutti un unico filo conduttore, quello di indirizzare Pinocchio su una retta via.
Così ho fatto del grillo un personaggi “uno e trino”. L’interprete si traveste in modo molto chiaro in scena, è palese che sia lui a ricoprire i tre ruoli.

grillo 2Questa “fetta” di realtà si definisce anche con il fatto che il grillo nelle sue varie declinazioni, così come Pinocchio, sono gli unici personaggi a parlare, a usare il linguaggio verbale. Tutti gli altri comunicano attraverso espedienti sonori e scenici: riff musicali al posto delle parole – l’ammaliante musica di un violino per il Gatto e la Volpe, l’inquietante suono di uno scacciapensieri per Lucignolo –; il “din” delle zollette di zucchero o delle monete; o, anche, oggetti in miniatura come il modellino del campo dei miracoli o l’acquario nella scena in cui Pinocchio/asino viene gettato in mare.
Si gode, pur nell’inquietudine, di questo racconto quasi sinestetico, che percepiamo con udito e vista, sì, ma non tramite il linguaggio verbale.
In questi frangenti, l’indefinitezza scenica ci porta dentro la dimensione onirica e irrazionale di cui parlavamo. 

Si, esattamente così. Nella storia, nel momento in cu parlano gli altri personaggi, muore la voce della coscienza. Allora non mi pareva abbastanza espressivo che queste due voci fossero sullo stesso piano, volevo che quelle attrazioni fossero più forti, provenissero non dalla razionalità del linguaggio ma dall’irrazionalità, dall’incoscienza.
Quindi abbiamo fatto una selezione musicale che, come notavi, potesse restituire, in ciascun momento un determinato mood. Tutte le musiche, poi, vengono suonate dal vivo, dietro le quinte.
L’unica voce “vera” doveva rimanere quella della coscienza.
Lo stesso con i suoni rappresentati gli oggetti: abbiamo giocato di sottrazione, togliendo l’elemento concreto, visivo per lasciare allo spazio all’immaginazione – quindi a un piano non razionale – dello spettatore.

Ho percepito il sentore della fiaba, la possibilità di costruire a mio piacimento visioni di oggetti, personaggi.
Del resto anche le maschere che, eccetto Pinocchio e il grillo, indossano tutti i personaggi, hanno un impatto potente sull’immaginazione. Da un lato, ho avuto la sensazione di guardare illustrazioni in movimento – come quelle dei libri di fiabe – dall’altro, con i loro tratti eccessivi e un po’ terrificanti, mi sono sembrate le vere protagoniste di questo mondo onirico e del subconscio.
Com’è nata la collaborazione, con l’artista, Nicola Commito?

MP: Lui è un artista di Marcianise che stimo molto e conoscevo come pittore e costumista; non si era mai occupato di scultura. Quando gli ho spiegato il progetto e ne ha compreso la dimensione intima e mentale, l’iconografia classica non gli è sembrata adatta; così ha realizzato queste figure paradossali e surreali.
«La maschera è l’elemento che permette all’individuo di farsi altro, sparire per lasciar posto a un’identità altra, che sia spirito, uomo, animale o dio», mi ha scritto nella sua scheda di presentazione. Così ha fuso spunti provenienti da civiltà diversissime, lontane nel tempo e nello spazio, per conferire anche una sfumatura universale al lavoro – che non ha una collocazione definita – dando voce a quell’essenza mutevole che è radicata in tutti gli uomini di ogni tempo.  

Poi però, in questa surrealtà irrompe la realtà, nel momento in cui Pinocchio, diventato umano, si innamora. E irrompe nel vero senso della parola visto che si innamora di una ragazza del pubblico (tra l’altro la mia vicina di posto: terrore da serata con animazione!).

Avevamo scelto una sedia che sarebbe stata illuminata da un riflettore; al botteghino sapevano che il posto doveva essere assegnato a una donna.
Quello rompe tutto, anche la cifra stilistica. Il tono cambia, c’è davvero una parentesi – che si chiude poi con l’arrivo di Lucignolo – di quotidianità. Non ci sono luci, musica, effetti. Pinocchio diventa normale, come noi [«Sono come voi, sono come voi!», ripete a squarciagola dopo la trasformazione. Nda], pur non perdendo la sua purezza di bambino, la sua emotività.
Volevo che abbandonasse l’estrema fisicità che aveva caratterizzato il suo essere burattino fino a quel momento. Era l’unico modo per far capire che era diventato di carne: rompere con il resto e sfondare la quarta parete, parlare con il pubblico.

A proposito di fisicità il lavoro fatto sul protagonista, (uno strepitoso) Francesco Ruggiero, deve essere stato davvero molto intenso. Immagino sia uscito dalla fase di prove con contusioni sparse e qualche frattura! Hai diretto tu anche il gesto e il movimento?

Effettivamente la prova attoriale è molto faticosa.
La prima cosa che chiesi a Francesco fu di evitare la caricatura. Doveva essere un bambino e non un ragazzo che fa il bambino, perché sarebbe stato ridicolo. Doveva diventare ingenuità.

E l’intonazione scanzonata della voce, le modalità di pronuncia delle parole, come fossero le prime che dice, restituiscono bene questa dimensione.

Poi dovevamo lavorare sull’impostazione legnosa del burattino

Senza incorrere nella comicità del burattino “alla Totò”…

Esatto. Prima che sul testo abbiamo lavorato su una rigidità estrema del corpo, facendolo camminare, stare seduto, girare. In ogni gesto ho voluto si muovesse in tutte le sue minime parti, come fosse una macchina.

E infatti sembra un assemblaggio di angoli, si muove con spigolosità.  Del resto anche la scena è delimitata da una linea spezzata, con varie finestre/porte e con giochi di luci che, a contatto con quella spigolosità, creano effetti molto netti. Un po’ una scena “burattina”…

Pensando alla storia non immaginavo né un cerchio né un quadrato o rettangolo; insomma volevo qualcosa di irregolare, senza una forma precisa in modo che ciascuno, della propria angolazione, potesse vedere qualcosa di diverso. Come se la scena dovesse rispecchiare, anch’essa, la metamorfosi il cambiamento.

pinocchio 2Insomma tra maschere, musiche, surrealismo e realtà, espedienti brechtiani di straniamento, il lavoro è molto denso, continuamente sollecitante l’attenzione.
Nel finale, c’è un’ultima deviazione, questa volta verso un intensissimo pathos: nell’incontro tra Pinocchio e questo padre – ancora Piroddi, bravissimo nella sua poliedricità scenica – che, nel suo incedere incerto e nella sua incapacità di parlare, mostra chiari sintomi di Alzheimer.
Come mai hai voluto dare questa sfumatura all’incontro padre/figlio?

Nella storia di Collodi tutto gira intorno a un padre che si prende cura di un figlio. Io ho voluto ribaltare un po’ la situazione. C’è quel refrain «babbo mio, babbo mio» che fa comprendere il profondo affetto che Pinocchio ha per il padre, nonostante poi gli dia dispiaceri. Quelle battute per me hanno una forza e una tenerezza estreme e danno il senso di quel loro continuo ricercarsi senza mai trovarsi.
Spesso tra padre e figlio non ci si dice il bene che si prova; poi capita di ritrovarsi in un momento difficile, quando forse è troppo tardi, perché il dire non è più possibile.
Così ho voluto creare in quel momento un Pinocchio che decide di prendersi cura del padre, di ricambiare la cura che ha ricevuto da lui; come se volesse dirgli: “Tu mi hai insegnato a camminare quando ero piccolo e ora sono io che aiuto te che non riesci più a farlo”.

Che resti “tra noi”: ho pianto!

 

PINOCCHIO REWIND

ideazione e regia Michele Pagano
maschere Nicola Commito
costumi Pina Raucci
Con Francesco Ruggiero, Giuseppe PiroddiCristian Mazzaccaro, Umberto Orlando, Gabriele De Carlo Francesca NataleCarmen Perrella
Foto Paola Cappabianca
Produzione Officinateatro (CE)

 



Categorie:Novità, Pac incontra, Scena, Teatro

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