Su un letto da bimbi Cerciello fa “giocare” Madre e Figlio

LAURA NOVELLI | Il palcoscenico è quasi interamente occupato da uno spazioso lettino a sbarre che si va costruendo via via che l’azione procede. Nella splendide e  pastose luci blu/viola che la avvolge (le cura Cesare Accetta), questa pedana/mondo si erge come fosse un teatro nel teatro. Un ring delle emozioni. Un luogo della mente (e dei ricordi più primitivi) in cui “recitare” la frantumazione psicologica di un Figlio già cinquantenne e il complesso gioco distruttivo che egli intesse con la sua anziana Madre. O forse, presumibilmente, con il fantasma di lei. Fatto sta che più il gioco si fa sottile e spietato, più Alfredo vacilla, barcolla, annaspa. Più i rapporti di forza, le recriminazioni, le frustrazioni vengono a galla, più quel lettino si chiude a mo’ di gabbia.

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Carlo Cerciello
rilegge Regina Madre di Manlio Santanelli (1984) per due straordinari interpreti come Fausto Russo Alesi e Imma Villa (trio già collaudato nella bella Fedra siracusana del 2017) e ne dà una lettura del tutto originale, nuova, estremamente sensibile, realizzando uno spettacolo prezioso. Uno di quei lavori che – passato al Piccolo Eliseo di Roma nei giorni scorsi e prossimamente in cartellone al Nuovo Teatro Nuovo di Napoli (repliche fino al 24 marzo) – vorresti vedere, vedere e rivedere ancora.

Il testo è un magnifico dialogo a due voci che, attraversato da una napoletanità mai troppo esagerata e da una tessitura fabulatoria dove si mescolano di continuo verità e finzione, nella messinscena di Cerciello viene risucchiato in una visione emotiva e psicologica che sposta il realismo originario su un piano sghembo, onirico, persino psicotico. Senza perdere però la sua consapevolezza realistica. Che è poi la consapevolezza del “male” che si annida nella famiglia, nei rapporti più sacri, nelle relazioni affettive più profonde e morbose.

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Lo spiega il regista stesso nelle sue illuminanti note di regia: «In Regina Madre si ha subito l’impressione che il personaggio della Madre sia in realtà lo specchio, o meglio, la proiezione della sofferenza che attanaglia il Figlio, condizionandone profondamente l’esistenza; Santanelli, accomuna al medesimo destino fallimentare Alfredo e la sorella Lisa, assente nell’opera, ma continuamente citata. Questo gioco al massacro, dunque, infantilmente agito e subìto, mi ha suggerito di mettere in scena il testo, dando concretezza al rituale onirico e psicologico di due fratelli alle prese con il fantasma della Madre».

L’incontro tra i due prende infatti avvio qui in una sorta di tempo sospeso. Un’atmosfera ovattata e infantile, dove risuonano tuttavia echi di verità quotidiana. Gambe penzoloni, abito nero, capelli raccolti, una magrezza ingobbita ma tenera, le mani nervosamente impegnate in un lavoro a maglia, Regina riceve l’improvvisa visita del figlio ormai adulto che le comunica, non senza qualche inciampo emotivo sintomatico di frustrazioni personali, di volersi trasferire da lei un po’ di tempo per assisterla nella sua “malattia”. Non ci sono oggetti: niente gomitolo di lana, niente valigie, niente porte. Solo dei bicchieri poggiati a terra e due grandi burattini pinocchieschi ai lati.

Nell’astrattezza di quel palco/lettino ancora informe (firma la scenografia Roberto Crea), i due egregi interpreti, pur se diversissimi per stile e temperamento, si rimbalzano battute e recriminazioni in un faccia a faccia da subito teso, ritmato, amaro, grottesco. Lei (ne ricordo ancora vividamente la splendida prova in Scannasurice di Moscato, sempre diretto da Cerciello) adotta un registro sottile, costruito su una gestualità quasi rituale, un accento napoletano ricco di sfumature e una mimica facciale degna di ogni elogio. Lui, giornalista mediocre e marito infelice, ondeggia tra distanza espressionistica e note sentimentali, restituendo con estrema intensità l’immagine di un uomo fallito nella vita che cerca disperatamente dei ganci per non soccombere. In realtà sta lì per scrivere un diario giornaliero degli ultimi di giorni di vita di sua madre destinato a trasformarsi in un libro di successo. Questo almeno stando ai fatti. Alla trama.

A ben vedere, però, Alfredo sta lì per ripercorrere ancora una volta i dolori, le lacerazioni, le incomprensioni che lo hanno ridotto in quello stato. E la madre/lupa lo cattura nel suo recinto di memorie e (dis)illusioni personali con la forza di un amore incapace di essere realmente tale, eppure ancora evocativo di un bisogno mai colmato.
Il dialogo cattura, intriga. Ci appartiene profondamente. Nei racconti della terribile madre – a tratti mi torna in mente Beate e suo figlio di Schnitzler – affiorano ricordi (o sogni) mai deglutiti. La gioventù, l’incontro avventuroso con quel marito eccezionale in tutto (e defunto da tempo) ma forse mai amato veramente. Affiora spesso anche il nome di Lisa, la figlia minore, anche lei colpevole chissà di cosa, di essere «tale e quale a te».

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La durezza della donna scava rivoli sempre più profondi nella fragilità dell’uomo. E mentre la battaglia incalza, egli non può che costruire, sbarra dopo sbarra, il suo lettino bianco, il suo riparo, la sua culla. Poi, con una virata registica e recitativa eccezionale che cambia l’intero tenore dello spettacolo (il suo oberton direbbe Ejzenstejn), la madre si scioglie i capelli. Ritrova il parlare “italiano”, la fisicità più giovanile di Lisa, Regina era dunque solo un fantasma. Persino Alfredo – un Russo Alesi qui commuovente e quasi folle – diventa a tratti la madre. Tutto ha un tono da tragedia. Da gioco masochista destinato a finire male. C’è una torta a terra. Cinquanta candeline che Alfredo non spegnerà mai. Perché ormai si è accucciato nel suo letto in posizione fetale (un’immagine che parla da sola) e la recita è finita. «Alfredo – lo chiama invano Lisa – dai, vieni a spegnere le candeline? I cinquant’anni vengono una sola volta nella vita…dai muoviti, non fare come quando eri bambino, che fingevi di mettere le dita nella presa della corrente per farmi prendere uno spavento… Alfredo… Alfredo».

 

REGINA MADRE
di Manlio Santanelli

con Fausto Russo Alesi, Imma Villa
scene Roberto Crea
costumi Daniela Ciancio
musiche Paolo Coletta
luci Cesare Accetta
aiuto regia Walter Cerrotta
foto Salvatore Pastore MEDIA
regia Carlo Cerciello
produzione Elledieffe e Teatro Elicantropo

Teatro Piccolo Eliseo, Roma
7-17 marzo 2019

Nuovo Teatro Nuovo, Napoli
20/24 marzo 2019



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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