Accabadora ovvero del dilemma di quando il libro diventa carne

MARIA FRANCESCA GERMANO | Ci sono paure che tormentano ogni accanito lettore: sopravvivere alla fine di un bel libro, restare bloccati in qualche posto senza aver nulla da leggere, non ricevere più indietro un libro prestato (anatema!), ma, sicuramente, l’angoscia prima di ogni lettore è quella di vedere “arrangiato” per il teatro o il cinema uno dei libri che ha amato e non riuscire a riconoscerne ambientazione e personaggi.

In scena al Politeama di Bisceglie per la Stagione del Teatro Garibaldi, Accabadora, tratto da uno dei romanzi più belli di Michela Murgia, vincitore del Premio Campiello 2010.

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Il libro, letto avidamente in una delle mie giornate estive, narra una storia ambientata negli anni Cinquanta a Soreni, un paesino immaginario di una Sardegna indomita, arcaica, terra di rituali ancestrali che resistono in una dimensione quasi avulsa dal procedere del tempo. Maria Listru, figlia di Anna Teresa Listru, è una fill’e anima – è così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra –; quarta e ultima, nata per errore, a sei anni viene affidata a Tzia Bonaria Urrai, nubile benestante e sarta di giorno. La bambina nella nuova casa ha una stanza tutta per sé, piena di santi tutti cattivi, si sente amata e sperimenta l’insolita sensazione di essere diventata importante per qualcuno.

L’anziana, conscia delle condizioni di indigenza fisica e affettiva in cui la piccola è cresciuta, crea con lei un rapporto di amore e rispetto; tra severità e affetto, le insegna come diventare una donna, la aiuta a volersi bene e ad accogliere la vita e la morte con lo stesso rispetto. Tra le due si instaura un potente legame che sarà messo a dura prova solo quando Maria scoprirà il segreto e il mistero che si cela intorno alla figura di Bonaria Urrai.

La bambina non capisce perché un’ombra di spavento sfili negli occhi della gente del paese quando vede passare Tzia Bonaria, o perché, di notte la donna esca furtiva con la sua lunga gonna nera frusciante, più nera di qualsiasi notte. Quello che non sa è che Tzia Bonaria Urrai non è solo una sarta, ma è una accabadora, colei che a richiesta dei parenti, come un’ultima madre, entra nelle case, quasi sempre di notte, a portare una morte pietosa ai moribondi.
Sono i taciti patti condivisi da una comunità in cui ci sono cose che si fanno e cose che non si fanno, perché a Soreni la parola giustizia ha lo stesso spazio di senso delle maledizioni; del resto, se non puoi dare da mangiare a tuo figlio lo dai a chi può farlo, se vedi soffrire un tuo caro è naturale desiderare la fine delle sue sofferenze.

Quando Maria scopre l’altra identità di sua madre, soffrirà fino a staccarsene in un trasferimento a Torino. Tornerà solo quando Tzia Bonaria Urrai sarà in fin di vita costretta in un calvario di atroci sofferenze.

La riscrittura teatrale della storia parte proprio da questo punto, a ritroso, in un monologo scritto da Carlotta Corradi e interpretato da Anna Della Rosa sotto la direzione di Veronica Cruciani.

Si spengono le luci. Una figura femminile, seduta al buio su una panca di metallo, prende forma illuminata in una messa a fuoco graduale. Lo spazio scenico è disadorno; un trespolo con sopra una brocca d’acqua e un bicchiere, una sedia. La scena si svolge su un rialzo più piccolo del palco, sollevato a mo’ di palafitta su tantissimi cilindri di vetro o plexiglass.

Pian piano, Maria, che non è una ragazzina scura dal pronunciato accento sardo, ma ha il corpo longilineo e nordico di una bravissima Anna Della Rosa, su un fondale luminoso limbo filmico di cui non si ha la percezione di profondità, quasi uno spazio mentale –, parlerà, in un monologo vibrante, a Tzia Bonaria Urrai, la cui presenza, agonizzante in scena, possiamo solo immaginare, e darà voce ai personaggi della storia raccontata dal suo punto di vista.

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La scrittura teatrale di Corradi, fedele al testo originale, più del libro si sofferma sul legame tra madre e figlia; attraverso il dialogo-monologante tra le due, passa a ritroso da un capitolo all’altro, sviscerando gli incontri e gli aneddoti e ricomponendo le trame del romanzo. La lingua utilizzata non è il sardo tranne nei momenti in cui, creando un distacco narrativo, si fanno parlare gli altri personaggi; il tono di Anna Della Rosa alleggerito in un suono quasi fanciullesco è l’unico elemento che mi riconcilia con la Maria bambina del racconto.

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L’interiorità e le emozioni della protagonista e il suo rapporto con la madre sono affidate, sì alla palpitante narrazione dell’attrice ma anche, soprattutto, alla suggestione che creano gli espedienti scenici. Di forte impatto emotivo è il fondale illuminato a creare un controluce in cui si stagliano nettissimi i contorni neri della silhouette o gli ologrammi che sembrano oltrepassare, vivi e vegeti, la linea del fondale. Toccanti i suoni sinistri di lamenti e respiri affannosi. Lo sciabordìo dell’acqua con cui Maria in scena si disseta, che pare sgorgare direttamente dal pavimento, mi rimanda alle parole di Urrai nel libro: Non dire mai: di quest’acqua io non ne bevo. Potresti trovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata. Magnifico l’effetto ottico dei cilindri di vetro che, quando illuminati dai led, ricreano l’atmosfera di statue votive in processione, nel buio di un venerdì santo del sud.
La trama del libro e quella della scrittura teatrale si ricongiungono in un finale che vi lascio solo immaginare.

Un bel lavoro: dalla regia, alla drammaturgia, alle luci, alla scenografia, alla prova attoriale; a tratti, la nenia cantilenante della narrazione e l’atmosfera algida in cui tutto è immerso, mi fanno perdere il filo della trama, in qualche momento di stanchezza; forse nel privilegiare l’aspetto intimista del racconto è mancato un ritorno in termini di passione, di colori, di potenza di immagini di un mondo esotico.
Da lettrice ho nostalgia della bambina sarda che avevo immaginato minuta, con profondissimi occhi neri, degli scorci mediterranei del paesaggio sardo con i suoi suoni primordiali, ma mi consolo con le parole di Michela Murgia: «Non è una riduzione del romanzo ma un ampliamento che ci mostra una parte inedita dell’interiorità di Maria. Lo spettacolo inizia proprio dove il romanzo termina».

 

ACCABADORA
dal romanzo di Michela Murgia edito da Giulio Einaudi Editore

drammaturgia Carlotta Corradi
regia Veronica Cruciani
con Anna Della Rosa
scene Antonio Belardo
costumi Anna Coluccia
luci Gianni Staropoli e Raffaella Vitiello
suono Hubert Westkemper
musiche a cura di John Cascone
video Lorenzo Letizia
assistente alla regia Mario Scandale
comunicazione e ufficio stampa Antonino Pirillo
produzione Giorgio Andriani, Antonino Pirillo, Veronica Cruciani
produzione Compagnia Veronica Cruciani, Teatro Donizetti di Bergamo, TPE – Teatro Piemonte Europa
CrAnPi
con il contributo di Regione Lazio – Direzione Regionale Cultura e Politiche Giovanili – Area Spettacolo dal vivo

Politeama/Stagione Teatro Garibaldi – Bisceglie
15 marzo 2019

 



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Teatro

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