DIARI – Il teatro in Europa parla politico. Il viaggio tra Vilnius e Berlino de Il Mulino di Amleto

BARBARA: A me fa bene viaggiare, c’è a chi fa bene stare a casa, a me invece fa bene viaggiare (d’altronde sono un Sagittario, I need to travel…). Qualche giorno in viaggio ce lo siamo concesso, Marco e io. Noi due, come coppia, come turisti, come artisti curiosi, come viaggiatori in cerca di Arte. Non snobbiamo l’Italia e non siamo esterofili di default, assolutamente no, è che a noi, a me, fa bene ogni tanto andare un po’ più lontano e cambiare facce, energie, considerazioni, gente con cui parlare, lingua, gusti; spostarsi dal proprio centro, anche fosse un’altra città.

MARCO: Capita a volte di percepire che qualcosa si sta esaurendo, che mancano sufficienti stimoli o nuovi punti di vista in quello che ci circonda, che il rischio di entrare in automatismi e in ripetizioni è dietro l’angolo. Quello è il momento in cui sento necessario tornare a guardarmi, a guardarci con “gli occhi degli altri”, quindi preparare la valigia e cercare un posto lontano e diverso, stimolante e complesso, dove andare per qualche giorno. Un luogo che mi aiuti a rendere più articolata la mia geografia teatrale,  a ridiventare nuovo, a “pulirmi il sangue” dalla routine di un pensiero. È bello poter condividere questa necessità con Barbara, altra anima del Mulino di Amleto. Partire insieme, confrontarci e scambiare sensazioni e stimoli in questi viaggi. Questo è il motivo per cui abbiamo pensato di scrivere qualche riflessione di un viaggio, in dialogo…

BARBARA: Partiamo da Vilnius, dove spesso facciamo ritorno, un po’ perché la città è deliziosa, un po’ perché è la più lontana e tutto, visto da lontano, si alleggerisce, i problemi, le relazioni difficili, la routine stantia… A Vilnius abbiamo visto due lavori di Oskaras KorsunovasVetiustas tratto da Bertolt Brecht (che ora sta girando l’Europa) e Tartiufas di Moliére (che da Avignone in poi, sta girando i festival di mezzo mondo).

sdrMARCO: Vetiustas da Le nozze dei piccoli borghesi di Brecht è un’esperienza più che uno spettacolo teatrale. Parlo di esperienza perché per poterlo vedere devi riuscire prima a trovare l’Okt, il minuscolo spazio in cui Oskaras Korsunovas porta avanti una personalissima ricerca con la sua compagnia di attori, al terzo piano di un palazzo anonimo in una piccola viuzza nascosta nel centro di Vilnius: stazionare nell’affollatissimo foyer che non è altro che il pianerottolo del palazzo, aspettare l’apertura della porta di quello che era un vecchio appartamento (o ufficio in disuso) e prendere posto in una delle settanta sedie predisposte per gli spettatori. È stupefacente come ogni volta che torniamo all’Okt, la fantasia, la ricerca, la capacità di questo gruppo di artisti guidati nel loro immaginario comune da Oskaras riesca a trasformare un’anonima stanza di qualche decina di metri quadri in un mondo sempre diverso. Questa volta le luci di sala – o meglio dell’appartamento – non si spegneranno per tutto lo spettacolo, gli spettatori verranno muniti di manciate di riso per accogliere gli sposi del testo di Brecht. Il lavoro degli attori si concentra intorno a un tavolo imbandito per il banchetto di nozze. Cosa non sono riusciti a creare! La forza, la sincerità, la trasparenza di questi attori è gigantesca. Vista la vicinanza con gli spettatori, il loro è un allenamento quotidiano a non mentire, a cercare una comunicazione pura e diretta, lieve ma potente. La sensazione di pericolo che assale lo spettatore coinvolto con naturalezza nel gioco è palpabile e intensa.
Korsunovas usa il testo di Brecht per parlare della trasformazione che sta vivendo oggi la Lituania, un paese dalla forte identità contadina soggetto a una accelerazione in direzione capitalistica e occidentale, con conseguente svuotamento delle campagne e la nascita di nuove figure di sradicati sociali. La domanda sociologica alla base degli spettacoli di Korsunovas è sempre forte. Ma la voglia di vita che ti lascia alla fine è un altra sua costante che amo molto.

btfmdnBARBARA: Tartiufas, invece, siamo andati a pescarlo al Teatro Nazionale di Paneveneszy, a 130 km circa da Vilnius noleggiando una macchina e viaggiando per le strade innevate della Lituania sotto una neve che giusto i bambini adorano.
Nella bella sala dell’enorme teatro di questa cittadina sperduta in mezzo alle conifere, la scenografia è già a vista ed è un giardino labirintico all’italiana. La suggestione è immediata: i giardini di Versailles. I costumi invece sono moderni, ma non mancano parrucche esagerate di epoca barocca e meravigliosi colori shocking alla Maria Antonietta della Coppola. I personaggi si incontrano, per lo più di nascosto, nei vari anfratti di questo giardino, e dialogano protetti dalle siepi che delimitano i vari luoghi. C’è una postazione con pc, un gabinetto dove Tartufo durante lo spettacolo si sciacqua più volte la faccia buttandola dentro il water, una panchina trasparente in proscenio, dove si svolge la famosa scena tra Tartufo ed Elmira, la moglie di Orgone, il quale per l’occasione si è “nascosto” dentro la panchina trasparente per spiarli. Altre scene dello spettacolo si svolgeranno nei camerini degli attori ripresi dalla telecamera che proietta live su palco ciò che accade fuori.

Ma non starò qui a recensire o descrivere gli spettacoli, non è il mio ruolo, né il mio interesse. Sono partita anche per ricordarmi di quanto si può essere liberi in teatro e di quanta follia si può creare e si può immaginare a livello registico e attorale. A volte, certi meccanismi, certi automatismi italiani – leggi, prassi, condizioni economiche – rendono affaticata l’immaginazione e la creatività; si rischia di non sognarle nemmeno più certe possibilità creative o certe follie perché si sa che prima di tutto c’è un “No! Non si può fare perché… le norme disicurezza, i soldi, la legge, il politically correct, l’acqua, il cibo in scena, il fuoco, la nebbia, lo spettatore, il bambino, l’adulto…”.
Allontanarsi da questa prassi  e ricordarsi che certe cose si possono e si devono ancora immaginare e fare, fa bene e mi ridà la forza per tornare e insistere.

Pur essendo i due spettacoli inseriti in contesti totalmente diversi – Vetiustas più “underground” e Tartiufas più istituzionale – quello che non manca in entrambi è proprio la follia, il coraggio, la gioia, la vita e il totale coinvolgimento del pubblico, che partecipa felice e commosso; partecipazione che non significa per forza un’attitudine di animazione nei confronti del pubblico ma fruizione attiva, perché sul palcoscenico gli attori sono pericolosi, imprevedibili e bravi.

All’uscita dal teatro si propagava energia, definiamola genericamente così per il momento, e ognuno di noi aveva voglia di continuare la serata insieme a parlare, nonostante fuori ci fossero fiocchi di neve grandi quanto palle da bowling… A fine spettacolo, per due sere, ci siamo ritrovati in piedi a battere le mani, la prima sera eravamo in una sala da settanta posti circa, la seconda in un teatro da cinquecento, tutti in piedi a battere le mani, pieni di vita, uniti da un’esperienza condivisa: si era davvero creata una comunità. «Vita al quadrato» direbbe Brook: ecco proprio questo. La Lituania da tempo continua a regalarci un teatro vivo e vitale. Sarà la vodka, sarà la neve, sarà il freddo, sarà quel che sarà, per me, per noi, quella pazzia piena di energia si è tatuata in testa e nel cuore.

Da Vilnius ci spostiamo a Berlino. Beh, Berlino dove vai vai caschi bene, si sa. Per questa nostra breve ma intensa permanenza berlinese due care colleghe e amiche tedesche ci hanno indirizzato sul “meglio della settimana teatrale berlinese”. Ecco che qui sono iniziati i capricci tra me e Marco: la prima sera io volevo vedere una cosa, lui ne voleva vedere un’altra. Come sempre la soluzione migliore è che ognuno faccia quello che lo rende felice e ci si vede dopo a bere insieme: Marco è andato al Berliner Ensemble e io  alla Schaubühne. Lui ha visto Endstation Sehnsucht di Michael Tahlheimer e io Italienischer Nacht di Thomas Ostermeier.

MARCO: «I don’t want realism…»  è una battuta splendida e dolorosa di Blanche in Un tram che si chiama desiderio e sembra che Tahlheimer sia partito proprio da questa battuta per il suo allestimento visionario del capolavoro di Tennessee Williams. Infatti, mentre mi accomodo nella splendida sala del Berliner Ensamble – che con i suoi stucchi e i suoi colori è ancora una vivida testimonianza del passato di questo teatro che è stato una casa per Bertolt Brecht (torna ancora dopo lo spettacolo di Korsunovas), Heiner Müller e tanti altri – capisco che non sono di fronte a una messinscena “ortodossa” e naturalistica. mdeTahlheimer – da bravo esponente del teatro di regia tedesca – spazza via ogni nostro preconcetto naturalistico o borghese dal testo di Williams e sostituisce all’immaginario legato al famoso film di Elia Kazan un’estetica cupa e metafisica che ci chiede di entrare dentro le angosce e i deliri di Blanche Dubois. Per intensificare questo punto di vista, Tahlheimer mette gli attori dell’Ensemble (bravissimi) in una scenografia di forte impatto visivo: a cinque metri da terra è sospeso un corridoio alto a malapena un metro e sessanta e inclinato del 15/20 %. Gli attori sono rinchiusi in questo cubicolo sospeso e faticano spesso a rimanere in piedi. Le luci sono livide e tagliate. Il testo è una rapida discesa verso la follia interiore di Blanche.
Tahlheimer è famoso per le sue versioni molto sfrondate dei grandi testi classici; toglie tutto quello che non gli serve per raccontare ciò che gli interessa. Anche in questo caso è così. Il pubblico apprezza la proposta radicale e applaude con forza. Mi colpisce come il tentativo del Berliner Ensamble – portato avanti da un paio di stagioni – di rinnovare la sua estetica, la sua proposta e di sdoganarsi dall’identità confortevole di “custode” di Brecht, Bob Willson ecc, stia funzionando con successo e con l’entusiasmo di un pubblico sempre reattivo alle nuove sfide. Il risultato è una programmazione ricca di produzioni che intercettano il meglio del teatro europeo (da Simon Stone a Frank Castorf) e propongono squarci coraggiosi, spesso rischiosi, sul teatro e sul mondo. Lo stesso Brecht, probabilmente, avrebbe apprezzato!

BARBARA: Io, invece, torno a bomba sullo spettacolo che ho visto alla Schaubühne: da sempre Ostermeier è impegnato e il teatro per lui parla politico. L’allestimento è notevole, anche qui c’è una casa che gira, non come quella dell’illustre Simone Stone, ma una casetta di campagna (come quella, per chi l’avesse vista, ideata da Bob Wilson per la mostra a Villa Panza). In questa casa di campagna c’è una osteria, luogo di incontro del partito di sinistra del paese, con a capo il sindaco e da poco anche luogo di raduno del gruppo neonazista composto per lo più da giovani. Entrambe le fazioni faranno una festa in questa osteria, ma l’ostessa garantisce che gli orari saranno diversi e non ci sarà alcun problema. A ogni giro di scenografia, e quindi giro di casa, c’è un cambio di fazione politica, i gruppi si alternano, ad un tratto compare una band metal invitata dal gruppo di giovani neonazisti per festeggiare il raduno, la band suona a tutto volume, i giovani pogano. Poi le luci poco a poco si abbassano, la casa gira e per magia, nel giro di qualche secondo, compare un’orchestrina che suona un lento mentre gli adulti “di sinistra” ballano amabilmente abbracciati.
Devo dire che questi giri di giostra/casa sono sorprendenti e pregni di significato. Finisce la replica, ma la serata prosegue,  la kantine del teatro è aperta, ci fermiamo a parlare, a mangiare a bere con i colleghi, il teatro è ancora aperto, il bookshop vende ancora libri e gadgets. Il Teatro è ancora pieno di gente che si confronta, parla, discute, e questo non in uno spazio underground che fa del suo meglio per esistere, ma in una delle istituzioni teatrali più importanti d’Europa.

btfmdnLa seconda sera ci siamo regalati il biglietto alla Volksbühne per Il vangelo secondo Matteo da Pier Paolo Pasolini (o, come lo chiamano in modo dissacrante nello spettacolo, Pinco Pallo Paolini) regia di Kay Voges.
Non ho parole per descrivere questo spettacolo, solo stupore. Una troupe cinematografica, capeggiata da un regista inascoltato, da un produttore che ricorda i Monty Python, e da un’attrice scelta per il ruolo di Gesù Cristo – ma sempre in difficoltà perché non si sente all’altezza del ruolo affidatole –cerca di realizzare un remake del film. Qui siamo di fronte all’inarrivabile sia a livello di mezzi utilizzati sia a livello di scelte artistiche politically scorrect. La scenografia era composta da tre livelli di piano rotanti in sensi opposti, schermi ovunque, macchine in scena, telecamere che riprendevano live una scena al terzo piano, mentre se ne svolgevano altre due in qualche altra parte del palco. Una sorta di flipper. Lo spettatore assembla il proprio spettacolo perché davanti a sé ha tanti stimoli e possibilità. Divertente, ironico, profondo, un cast di attori bravissimi. Davvero un ricordo indelebile.

UN “PENSIERO EUROPEO”?
Insomma… cinque serate in tre città diverse, cinque teatri in paesi e mondi apparentemente lontani tra loro, ma con qualcosa che ci faceva capire e sentire che eravamo in Europa; due Paesi diversi, ma con qualcosa che li connetteva. Non sembrava di aver cambiato Paese, sempre in Europa eravamo.

Ecco dunque ciò che più ci ha stupito: questa somiglianza nella lontananza. Non importa se ti trovi a Berlino, a Vilnius, a Paneveneszy o a Monaco, ciò che importa è la nostra Europa, in questo momento attraversata e scossa da una pericolosa ondata di populismi, da ideologie pericolosamente neo-fasciste, da manipolazioni demagogiche allarmanti. Si respira quest’aria in Europa e il teatro contemporaneo (non importa se si affronta Molière o Von Horváth) lo sente, lo registra e lo sottolinea e questo avviene soprattutto nelle grandi istituzioni teatrali che non fanno tabù di certi argomenti. Non è un caso che un Tartufo messo in scena in Lituania e una Notte Italiana vista a Berlino, finissero entrambi con un cupo saluto nazista ripetuto per diversi minuti nel centro della scena.

Il teatro parla politico in Germania come in Lituania, il teatro parla politico in Europa. I grandi teatri (dal Berliner Ensemble al Deutches Theater) sono luoghi di aggregazione e di scambio prima ancora che luoghi di rappresentazione. Le strutture teatrali sono accoglienti, non cacciano gli spettatori finita la replica, danno possibilità di mangiare e bere insieme, sono davvero luoghi di aggregazione e convivio e sempre pieni di gente.

E in Italia? Questa domanda rimbomba nella nostra testa al ritorno dal nostro viaggio. Quanti teatri istituzionali hanno il coraggio di prendere posizione? Di essere “partigiani”? Di stimolare scomodi interrogativi? A Berlino scrivono e firmano manifesti, a Vilnius esprimono posizioni evidenti verso le derive di molti partiti neo-liberisti. Ovunque, gli artisti non temono ripercussioni, perché l’onestà intellettuale non si discute e la politica non punisce gli avversari o premia gli alleati, ma considera la qualità.

E da noi?…



Categorie:Cultura e società, Novità, Scena, Teatro

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