Nostra signora Genet: la Divine di Danio Manfredini

ELENA SCOLARI | La malavita parigina degli anni ’40. Locali equivoci, vicoli, un solaio che dà sul cimitero di Montmartre; ladri, prigioni, poveri, magnaccia, travestiti e prostituzione. Eh sì, Jean Genet si aggira in luoghi pericolosi e poco raccomandabili. È attratto dal torbido, dalle vite un po’ buttate.
Queste vite sono però circonfuse dall’amore, spesso infelice ma intriso di poesia, un desiderio di ingenuità candida come solo le persone ai margini sanno volere, prive come sono delle sovrastrutture borghesi che il benessere pone al di sopra della sincerità.

Lo spettacolo Divine (da pronunciarsi alla francese) di Danio Manfredini racconta il romanzo Nostra signora dei fiori (Nôtre dame des fleurs) di Jean Genet tramite la voce e i bellissimi disegni di Manfredini stesso. Tavole che illustrano, sequenza per sequenza, la storia di un ragazzino che incontra il suo primo amore, consumato fisicamente, alla croce lungo la strada di campagna che lo portava a scuola. Da quel giorno la sua vita non sarà più la stessa, squassato e febbricitante per il dolore causato dalla morte dell’innamorato, nasconderà la verità alla madre e scapperà.
Lo rivediamo già trasformato in Divine, un travestito che sbarca il lunario facendo marchette nei bassifondi della capitale francese. Parigi nasconde a Divine le sue lumières: gli scintillanti boulevards non sono per i delinquenti, i trafficanti di droga, non sono per gli omosessuali che bruciano i loro amplessi nascosti in una stanza fredda.

La scena è occupata dal telo su cui scorrono le immagini di un vero e proprio storyboard. Manfredini non è al centro del palco, è celato di lato, quasi invisibile al pubblico, legge il suo adattamento del romanzo, dando cento voci ai personaggi che popolano le pagine di Genet, come in un doppiaggio prismatico. Dopo un’iniziale stupore di fronte all’assenza del corpo dell’attore, si viene irretiti dal perfetto e sincronico connubio tra i tratti disegnati e la realtà impalpabile di individui che da letterari si fanno cinematografici.
La voce di Manfredini è mirabile per varietà di toni – ora sottile ora virile, ora mellifluo ora imperioso – e per la tangibile comprensione verso esseri malinconici; la breve fissità delle tavole aiuta, inconsapevolmente, a sentirne l’atmosfera, a entrare in contatto profondo con figure che man mano ci appaiono sempre più vicine.

Se Danio Manfredini sa rapire l’immaginazione e nutrirla, sa trasportarci lontano, sa farci affezionare a Divine e ai suoi reietti compagni, è forse l’opera di Genet che invece, oggi, appare un poco stanca, così ineluttabilmente imbevuta di ossessione per la propria omosessualità; c’è una specie di pervicacia nell’innalzamento nobile dell’abiezione, un affondare compiaciuto negli abissi di bassezze e degradazione.

Si sfiora il sorriso quando il detenuto Cullaffroy scrive dal carcere a Divine e le (gli?) dedica un pensiero particolarmente affettuoso: estrae il membro e ne disegna i contorni a penna sulla lettera; una firma inconfondibile.

“Nostra Signora dei Fiori” è il soprannome di un giovane ladruncolo, omosessuale, che Divine tiene nascosto nel suo solaio per proteggerlo dalla polizia; Genet accosta, per spregio, ciò che nella sua epoca era considerato vizio a un nome che sa di santità. Il testo è costellato di gesti spaventosamente generosi compiuti da Divine che, per chiudere la vita in sacrificio, morirà di tisi vegliato al capezzale dalla madre, recuperata in extremis.

Mi è rimasta la sensazione che il senso delle parole di Genet si avviti su se stesso: lo scrittore si è immerso nel sordido, ha rubato, è stato recluso, ha intrecciato la sua opera con la vita tuffandosi in una parte di mondo turpe e squallida per poi “santificare” la degenerazione con l’arte, con la scrittura alta; come a voler ostinatamente costruire una mitologia che sovrappone sordidezza a purezza, quasi a sostenere che solo così ci può essere elevazione.
Un’estremizzazione che polarizza l’esistenza senza lasciare un pertugio per altri modi di affrontare i propri fantasmi.

In un comune di meno di 700 abitanti, a pochi chilometri dalla Luino di Piero Chiara, Teatro Periferico, diretto da Paola Manfredi, ha ospitato uno dei maggiori attori italiani nella periferica sede di Cassano Valcuvia, in provincia di Varese, registrando il tutto esaurito a testimonianza dell’instancabile e cocciuto lavoro sul territorio che la compagnia opera da anni, avvicinando e crescendo un pubblico attento e curioso. In un piccolo teatro comunale recitano quest’anno, nell’ambito della stagione Latitudini, alcuni tra gli artisti teatrali più in nota: da César Brie al duo AstorriTintinelli, dalla Confraternita del Chianti ad Antonio Catalano.

Anche i personaggi di Piero Chiara frequentavano i bordelli, giocavano d’azzardo fino alla miseria per rinascere bari il giorno dopo. Un bravissimo attore come Danio Manfredini ha saputo pennellare di vividezza anche gli abitanti del romanzo di Genet, smorzandone l’eccesso di martirio che resta sulle pagine.

DIVINE
liberamente ispirato al romanzo di Jean Genet Nostra Signora dei Fiori
spettacolo di Danio Manfredini
disegni di Danio Manfredini
produzione La Corte Ospitale

Teatro Periferico, Cassano Valcuvia (VA)
16 marzo 2019



Categorie:Novità, Pensieri oscenici, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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