Vite che chiedono di sbocciare: su Blume di Barbara Altissimo

LAURA BEVIONE | Non vogliono «svanire» – come canta Didie Caria – i quindici ragazzi protagonisti di Blume, spettacolo conclusivo del progetto In Verdis, ideato e condotto dal 2016 dalla coreografa, regista e performer torinese Barbara Altissimo con Ivana Messina e realizzato con l’indispensabile collaborazione di numerose cooperative sociali e associazioni del territorio torinese (qui una video intervista di PAC). Un laboratorio teatrale prolungato e intenso, di cui sono stati protagonisti giovani – dai 14 ai 25 anni – reduci da percorsi esistenziali accidentati, a causa di disabilità ovvero depressione, bullismo, periodi di detenzione.

Blume-4273 ph Fabio Melotti leggera

Foto Fabio Melotti

Un’umanità acerba eppure indiscutibilmente consapevole di sé e delle proprie fragilità, tanto da non esitare a farne oggetto di uno spettacolo composito e partecipato, non superficialmente commuovente e artisticamente curato. Un lavoro che porta sul palcoscenico tre anni di costante ascolto e di condivisone, senza esprimere giudizi insindacabili bensì con neutrale volontà di accogliere e di conoscere l’altro da sé.

La “diversità”, non a caso, è il principale leitmotiv del poliedrico spettacolo, che mira a evidenziare la singolarità di ciascun protagonista, esaltandone quella caratteristica o quella esperienza che ne plasmano l’identità, unica e inimitabile.

I giovani “boccioli” – questo il significato della parola tedesca che dà il titolo alla messinscena – scelgono il palcoscenico per iniziare il proprio percorso nella vita “adulta” – o quasi – consapevoli che un passo di tale portata richiede in primo luogo la massima sincerità, con se stessi e con gli altri: i compagni nell’impresa teatrale ma pure gli spettatori, numerosi e attenti.

Blume-4423 ph Fabio Melotti leggera

Foto Fabio Melotti

I ragazzi entrano in scena lentamente, l’uno dopo l’altro, affinché a ciascuno di loro sia offerta la possibilità di rintracciare il proprio spazio sul palcoscenico ma, pure, implicitamente, di mostrarsi singolarmente al pubblico.

Nel candore della scena, amplificato dai costumi virati sulle tonalità del bianco-avorio-crema, i quindici giovani danno vita a struggenti passi a due, scatenate scene corali, monologhi più o meno dilatati. Ci sono coppie che si formano per sciogliersi nel frangente immediatamente successivo e poi ricomporsi subito ma con partner differenti e, forse, più congeniali. Ma c’è anche la romantica danza di un lui e di una lei accompagnati da un sentimentale dialogo cinematografico.

Un ragazzo racconta la propria lotta con quell’io, violento e distruttivo, che gli ha messo in mano una pistola e lo ha precipitato in un letto d’ospedale, astraendo la propria narrazione rendendone protagonisti il capitano Kirk e Dart Fener.
Una ragazza ricorda, con solida determinazione, il clima violento respirato nella propria famiglia d’origine, mentre un’altra rievoca, arrancando su tacchi alti ai quali soltanto alla fine saprà abituarsi, la propria tragica esperienza di emigrazione dalla Nigeria.
Una giovane dai lunghi capelli rossi ribadisce a più riprese la propria timidezza, mentre un’altra abbandona il proprio abito – una tuta/prigione – per ritrovare se stessa.
Un ragazzo sudamericano recita, quasi come un poema, le proprie origini, restituendo vita e dignità a un popolo antico e offeso.

Ragazzi e ragazze che si incrociano sul palcoscenico e, ogni volta, è l’occasione per un abbraccio che è, in primo luogo, riconoscimento della vitale presenza dell’altro e, poi, tacita volontà di ascolto e di condivisione, della rievocazione del dolore quanto dei balli sfrenati e liberatori, sempre accompagnati dalla musica eseguita dal vivo da Didie Caria. Il musicista, celato da un sottile velario, introduce e chiosa le differenti azioni sceniche, che scivolano sinuose l’una nell’altra, senza stacchi né stridii, a simboleggiare l’ininterrotto flusso dell’esistenza all’interno del quale, nondimeno, è possibile lasciare una propria traccia indelebile.

Blume-4564 ph Fabio Melotti leggera

Ed è proprio quello cui aspirano i quindici “boccioli” che Barbara Altissimo e i suoi collaboratori accudiscono con attenzione e cura. Non c’è strumentalizzazione della diversità né, tanto meno, il facile ricorso a storie strappalacrime, bensì l’intenzione – drammaturgicamente solida – di offrire uno spazio di espressione autentica del sé.

Uno spettacolo vero e proprio – non un semplice saggio – in cui la parola, il gesto, il costume, la scenografia – il fondo e i lati del palcoscenico occupati da immagini astratte a cui le luci donano policrome suggestioni – concorrono a declinare un unico discorso che si può sintetizzare in un consapevole ed entusiasta inno alla vita, in tutti i suoi molteplici aspetti, le gioie e i dolori, i successi e le sconfitte, le sorprese e le delusioni.

Uno spettacolo che ha commosso ed entusiasmato in prima battuta i suoi affiatati protagonisti e, ovviamente, il pubblico. Proprio a proposito delle reazioni di quest’ultimo, vorremmo proporre qualche riflessione. Quando in scena vi sono interpreti che presentano qualche evidente forma di diversità, gli spettatori paiono sovente, più o meno consapevolmente, in difficoltà. E, allora, ecco gli scoppi di applausi estemporanei ed eccessivi; il fastidio malcelato di fronte a certi racconti “urticanti” compensato, magari, da risate eccessive nei successivi sipari più spensierati.

Da una parte c’è, forse, una certa impreparazione del pubblico che, spesso, assiste a spettacoli di cui ignora natura e genesi; dall’altra esiste un meccanismo, involontario nella maggior parte dei casi, che spinge ad assumere un atteggiamento anch’esso “diverso” allorché in scena agiscono dei cosiddetti “diversi”. Il paternalismo e il compatimento diventano allora l’unità di misura per valutare uno spettacolo e ci si dimentica così che il peso più preciso per giudicare debba essere sempre il medesimo, ovvero: quanto e come il lavoro che sto guardando riesce a modificare qualche mia convinzione? Quale emozione non superficiale sta suscitando in me?
Crediamo che Blume abbia messo in discussione più di una delle nostre certezze, smascherandole quali pregiudizi o pigra ignoranza…

 

BLUME

creazione Barbara Altissimo
drammaturgia Emanuela Currao
disegno luci e spazio scenico Massimo Vesco
costumi Alessia Panfili
colonna sonora originale eseguita dal vivo Didie Caria
interpreti Carola Del Pizzo, Chiara Cau, Daniele Disalvo, Eleonora Belpoliti, Gabriele Graham Gasco, Giovanni Scarpa, Gorette Kamuanya, Loveth Kingsley, Michela Bellitto, Rebecca Palma, Sanaa Sallah, Sebastian Matajudios Rios, Tommy Crosara

produzione Liberamente Unico, con il sostegno di Piemonte dal Vivo, Fondazione CRT; in collaborazione con Associazione Outsider, Cooperativa Valdocco, Atypica, Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani, sponsor Intesa SanPaolo

Casa Teatro Ragazzi, Torino
23 marzo 2019

www.liberamenteunico.it



Categorie:Novità, Partnership, Recensioni, Satura, Teatro

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