Ulisse nella terra dei vichinghi e delle gomene di carta

MARIA FRANCESCA GERMANO | Quando con la prole passi, senza soluzione di continuità, dai Plasmon al Topexan prendi perfettamente coscienza del fatto che solo del sano masochismo può portarti con le tue stesse gambe, in piena capacità di intendere e di volere, a un ritrovo ludico di esserini pestiferi: uno spettacolo dedicato ai monelli per esempio.

Ma se è vero che per amore dell’arte ci si può immolare, eccomi al Kismet, per lo spettacolo scritto, diretto e interpretato da Flavio AlbaneseCanto la storia dell’astuto Ulisse, nell’ambito della rassegna Famiglie a Teatro di Teresa Ludovico.

Abbassando la maniglia all’ingresso, subito una folata di grida che manco nei più famigerati attacchi vichinghi; tante famiglie, tanti ragazzini, i più piccoli intenti a costruire barche di ogni tipo e a far galleggiare sirene di carta in bacinelle azzurre, i più grandi a sgranocchiare patatine e a rincorrersi divertiti. Mi chiedo come potrà Flavio Albanese portare avanti il suo monologo in quest’atmosfera da girone dantesco.

Proprio dalla celebre citazione di Dante, «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza», prende il via l’Odissea, cantata dall’aedo della Compagnia del Sole; un viaggio epico nel mondo di Ulisse, in cui il cantastorie con la sciarpa rossa, dai capelli lunghi e la barba incolta, dentro un pastrano ocra, tra luci, ombre e suoni fonosimbolici, ci porta in un mondo fantastico di incantesimi e magie popolato da esseri mitici e divinità capricciose.

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I bambini sono da subito rapiti dalla voce ipnotica di Flavio Albanese che, in un dialogo maieutico, riesce con molta destrezza a coinvolgerli con domande e battute divertenti, dipanando di volta in volta, con disinvolta semplicità, gli intrecci con cui i ragazzini e i loro interventi scomposti complicano la trama. L’attore, grazie alla metis, termine intraducibile se non con la partenopea “a ‘cazimm” – qualità attribuita nella narrazione a Ulisse e alle sue abilità – ritrova sempre il bandolo della narrazione senza creare incoerenti intermittenze.

Dimenticandomi di non essere bambina mi ritrovo a ridere sonoramente delle gag e a rispondere con un filo di voce a domande tipo: «Sapete chi ha scritto la storia di Ulisse?», «Sapete come si chiama l’indovino cieco che prevede il futuro?», «Sapete quanti piedi ha il drago Scilla? E quante teste?».

Sul palco, pochi oggetti: un ceppo di legno – base di appoggio –, un elmo a simboleggiare l’eroe, piatti di rame a urlare in spaventosi tuoni nel simular tempeste, barchette di carta a raccontare il durissimo viaggio verso Itaca e poi un fondale – una tela – su cui Federica Ferrari anima stupende ombre naïf, create più di dieci anni or sono dal maestro Lele Luzzati e realizzate dal Teatro Gioco Vita. Dietro la tela, vestiti da Diabolik per mimetizzarsi col buio, Stella Addario e Loris Lenoci muovono fari e spostano il profilo del grande cavallo di legno.

1091_10786_foto.jpgLe sagome proiettate, che mi ricordano le icone dipinte sui vasi dell’antica Grecia, ricreano, in uno spazio onirico senza tempo, tutta la magia del racconto omerico. Immersi in suoni chimerici e animati dalle bellissime musiche del quartetto femminile pugliese Faraualla (con noi in sala), riviviamo con Ulisse e il suo multiforme ingegno le vicende del poema epico.

Entriamo a Troia col cavallo di legno, lottiamo con il ciclope Polifemo, vediamo la maga Circe trasformare uomini in animali, ci lasciamo ammaliare dal canto delle sirene; incontriamo Tiresia a predirci il futuro, veniamo sballottati nella tempesta e nel vortice di Cariddi come fossimo in una realtà aumentata; ancora, duelliamo col mostro marino Scilla, approdiamo sull’isola di Ogigia dalla ninfa Calipso. Infine, in un languido finale, ci commuoviamo nella delicata notte d’amore tra Ulisse e Penelope, sotto una caleidoscopica pioggia di coriandoli luminosi, librati nel soffio della macchina  del vento.

Il più antico dei viaggi metaforici che ognuno percorre dentro di sé a portata di bambino.

Rifletto sul fatto che, rovesciando lo stereotipo della barbarie culturale in cui annaspano le nuove generazioni, i ragazzi in sala sono preparatissimi, completano le frasi che il nostro Ulisse in scena ammicca senza terminare, rispondono prontamente alle domande più disparate, anche a quelle più difficili. Applaudono lungamente. E anche noi.

 

CANTO LA STORIA DELL’ASTUTO ULISSE

scritto e diretto da Flavio Albanese
scene e sagome di Lele Luzzati
animazioni ombre di Federica Ferrari
con Flavio Albanese, Stella Addario, Loris Lenoci
collaborazione artistica di Marinella Anaclerio
costumi realizzati dalla Sartoria del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
fonica e luci di Luna Mariotti
una coproduzione Piccolo Teatro di Milano/Teatro Gioco Vita/Compagnia del Sole

Teatro Kismet, Bari
24 marzo 2019



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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