Prove generali, rassegna d’alta quota per nuove sperimentalità del linguaggio scenico

LAURA BEVIONE e RENZO FRANCABANDERA | Dici Val d’Aosta e ti vengono in mente piste da sci e gustosa fontina, castelli medievali e pascoli verdi. Ma in montagna può arrivare anche il teatro che, quando è realizzato con dedizione e passione, è anche capace di rafforzare una comunità e di farla dialogare con l’esterno.

Un risultano cui mirano le giovani fondatrici della compagnia Palinodie, ideatrici di una rassegna – Prove generali – Il teatro va in montagna? – che per circa un mese – dal 27 marzo al 24 aprile – animerà il borgo di Morgex, comune a metà strada fra Aosta e Courmayeur.

Giunta alla sua terza edizione – #2 ma quella d’esordio del 2017 partiva da un #0 – la rassegna – guai a chiamarla festival! – mira a creare in Valle d’Aosta una spazio di confronto e di discussione indipendente sulla drammaturgia contemporanea, che assai raramente riesce a varcare il confine della regione montana. Non solo: l’obiettivo primario è quello di invitare gli abitanti di Morgex e dei tanti comuni della valle a uscire di casa e a sottrarsi a quell’isolamento cui la particolare topografia e abitudini radicate paiono condannarli.

Ecco allora la proposta di spettacoli che parlano, senza retorica né formale eloquenza, dell’uomo e della sua quotidiana lotta per preservare un equilibrio emotivo nella nostra confusa e contraddittoria società. Lavori proposti da compagnie emergenti, così da offrire anche un banco di prova tutt’altro che agevole ai giovani talenti della scena nazionale.

Abbiamo intervistato le due figure promotrici dell’iniziativa, Stefania Tagliaferri e Verdiana Vono.

Cosa spinge due giovani donne al teatro, a formare una compagnia, a mettere su una rassegna di questi tempi? Sicuramente un briciolo di follia deve esserci.

ST: Il voler fare teatro secondo le proprie regole e i propri valori. Quando ho concluso i miei studi in Paolo Grassi ero poco più che ventenne, ma avevo molto chiaro che volevo tornare da dove venivo e nutrire il territorio delle mie radici di teatro. Così sono tornata, pochi anni dopo avevo un gruppo e nel 2012 abbiamo fondato la compagnia; negli anni è cresciuta e ci hanno raggiunto nuovi artisti, come Verdiana che si è unita nel 2015.
Prove Generali è arrivata più avanti, nel 2017, ma parte dagli stessi presupposti. Penso che questa rassegna e il nostro fare teatro qui si possano paragonare a un orto: richiedono presenza, pazienza, attenzioni continue. Sicuramente c’è della follia, hai ragione, scegliere di sostare in un luogo, in un’epoca che ti chiede di essere ovunque, è quantomeno controcorrente, però nella follia c’è la visione.

Perché ‘Palinodie’ e perché ‘Prove Generali’? Sono nomi che sottendono anche qualcosa proprio sul fare arte, sulla poetica che si vuole abbracciare.

VV: ‘Palinodie’ vuol dire letteralmente ‘cantare di nuovo’; dire una cosa e prendersi la libertà di affermare il suo contrario. È una rivendicazione di libertà, un manifesto per poterci dire che nessuno di noi è una monade immutabile, ma che l’agire umano è caratterizzato dal fluire, dal cambiamento. Quello che del teatro contemporaneo è più disturbante per me è la mancanza di autocritica. Palinodie porta nel nome questo auspicio: non si ha sempre ragione. Per fortuna.
Per quanto riguarda Prove Generali, invece, abbiamo deciso di mettere nel nome della Rassegna il senso sperimentale di questo lavoro. Creare una rassegna – e non un festival – in un territorio in cui il teatro contemporaneo non è ancora frequentato, per noi è una scommessa. Quindi ogni anno conserviamo sempre quel senso pionieristico di quando si fa la prova generale di uno spettacolo: la voglia di debuttare, la voglia di arrivare a quante più persone possibile; un po’ di paura, ma certamente il desiderio di portare un pezzo di noi.

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Inevitabile chiedervi del rapporto cultura-territorio. Le montagne proteggono ma per molti versi, come tutti i muri, immagino siano anche un argine al nuovo. Voi come vi ponete rispetto alle scalate?

ST: Lo zaino è già in spalla, vuoi venire con noi? Sì, è proprio una scalata. C’è il desiderio di superare una barriera ma la vertigine del vuoto. Devo confessare che l’aspetto più critico non riguarda la comprensione o il fascino nei confronti dei linguaggi contemporanei: al nuovo il pubblico culturale valdostano risponde bene, la qualità degli artisti che operano sul territorio è alta e negli anni sono state presentate molte proposte interessanti. È l’assenza di un’abitudine alla fruizione culturale il maggiore ostacolo. Quasi tutto quello che si svolge in Valle d’Aosta ha un carattere estemporaneo e quindi l’impresa è proprio uscire dalla mentalità dell’evento per creare un rapporto con gli spettatori che sia più costante e presente, che possa avere una ricaduta di onda lunga sul territorio e anche sul nostro comparto.

Esiste un pensiero femminile o di genere nel vostro agire culturale? 

VV: Sarebbe bello essere in un’epoca storica in cui poter rispondere che esiste un pensiero tout court dietro al nostro agire culturale. Mi rendo conto però che è molto importante toccare questo tema.
Sì, esiste un pensiero femminile nella misura in cui le figure cardine della rassegna (io e Stefania Tagliaferri, direttrice artistica, ma anche la maggior parte di Palinodie) sono donne. Non per questo, però, ci rivolgiamo a un target esclusivamente femminile o desideriamo farlo. Né gli spettacoli che programmiamo toccano temi definibili femminili. Sarebbe una sconfitta, proprio come se una rassegna organizzata da due uomini coinvolgesse spettatori e operatori uomini e basta. Al di là di queste semplici considerazioni, però, sappiamo di rappresentare una rarità: non è facile trovare manifestazioni, anche culturali, a gestione femminile, e di questo siamo orgogliose.
È necessario prendere consapevolezza di dove potrebbero condurci alcune derive, in primis politiche, che minano il diritto di una donna ad autodeterminarsi. Questo stato di minaccia continuo è inaccettabile. Quindi sì, ancora una volta, esiste un pensiero super generis. E ritengo sia un pensiero di un’importanza impellente.

Avete una foto di quando avete iniziato a fare i vostri primi esperimenti assieme? Ce la regalate? Cosa vi ricorda?



VV: 
La foto che abbiamo scelto è sfocata, ma non va così indietro nel tempo. Era il 30 dicembre del 2014 e per noi quel passaggio è stato cruciale. Abbiamo creato Donne che si vogliono sposare. Forse uno spettacolo che raccontava tutto quello che di noi volevamo far arrivare in quel momento. Così è stato, perché in molti hanno capito il nostro messaggio, la nostra poetica. È stato l’anno in cui abbiamo deciso di rischiare. Quella sensazione ce la portiamo ancora dentro. Da lì siamo cresciute. Quanto non lo possiamo sapere, di certo sappiamo che è stato un giuramento, immortalato da questa foto.

Che cosa vi ha spinto a pensare alla rassegna e come avete scelto gli artisti. In rassegna c’è anche un vostro spettacolo. 

ST: Quest’anno per me era urgente parlare di solitudine e di relazioni. Se non siamo disposti ad ascoltare l’altro nella quotidianità, ad accettare un patto di fiducia iniziale nei suoi confronti, non riusciremo mai a lavorare su temi di primaria importanza, come il razzismo e i neofascismi.
Il lavoro di scelta degli spettacoli ha un sapore un po’ antico: niente call, niente ricerca spasmodica del nuovo, alla base c’è una rosa di spettacoli che abbiamo amato. Il programma della rassegna però è frutto di un ragionamento condiviso con un modello di selezione mista. Un nucleo di spettatori partecipa a una serata in cui sono presentati gli spettacoli; in questa sede ogni partecipante può esprimere tre preferenze, su sei possibilità. Alcune date del programma invece sono già bloccate prima e non vengono poste alla votazione del pubblico.
Ogni anno c’è anche un nostro spettacolo. Questo ci permette di inserire in un discorso critico la nostra ricerca teatrale, che viene contestualizzata nell’ambito di un panorama più ampio di drammaturgia contemporanea che in Valle d’Aosta non ha un’altra vetrina per essere raccontata. E poi questo alimenta la relazione con il nostro pubblico che ha voglia di vederci in scena.

Fra venti giorni, a rassegna finita, se ci sentissimo vorreste potermi dire che…

VV: Che non vediamo l’ora di ricominciare! Sarebbe il modo più bello di concludere questa rassegna, con la voglia di gettarsi a capofitto nell’edizione dell’anno prossimo. Vorrebbe dire che le difficoltà hanno lasciato il posto alla soddisfazione, alla voglia di portare teatro. Ci piacerebbe dire che è arrivato il senso della poesia dietro il cartellone di quest’anno, dove le scelte di alcuni spettacoli sono forse meno immediate di quanto ci si potrebbe aspettare. Poi ci piacerebbe poter dire che i numeri dell’anno scorso sono raddoppiati, che per il pubblico sta diventando un appuntamento imperdibile.
Insomma: vorremmo poter dire che Prove Generali è viva e amata. Proprio come vogliamo che sia.



Categorie:Interviste, Novità, Satura, Scena, Teatro

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