Storia di una vita (stra)ordinaria: L’eternità dolcissima di Renato Cane

MARIANGELA BERARDI | All’ingresso in sala, le note di What a wonderful world avvolgono il pubblico, sfumate nel magenta che bagna la scena (il primo di tanti tocchi di colore nel disegno luci di Andrea Burgaretta); al centro di questa un uomo in giacca scura, camicia e cravatta bordeaux, seduto sul pavimento, ripone con cura in una valigetta dei fogli di carta tinti da macchie di tempera che ricordano i test di Rorschach. Poi all’improvviso, silenzio. «Mi chiamo Renato Cane e sto per morire».
È l’incipit spiazzante di L’eternità dolcissima di Renato Cane, monologo scritto da Valentina Diana e portato in scena da quasi tre anni da Marco Vergani.

renatocane

Cane ha una vita normale, una famiglia da mantenere e cui assicurare tutto il necessario e tutto il superfluo, un lavoro che non gli piace ma che lo assorbe e da cui si fa assorbire: rappresentante di psicofarmaci, di cui fa uso lui stesso, perché la merce da vendere va sempre testata. Un giorno decide di chiedere al suo medico cosa possano essere quelle due palline ad altezza inguine che gli danno così fastidio. La diagnosi è di tumore. A Renato Cane rimangono quattro mesi di vita. Comincia perciò a leggere tutto con occhi diversi, si innamora delle “pitture schiacciate” che non riesce a rifiutarsi di acquistare da una misteriosa ragazzina incontrata sul treno: basta un po’ di tempera, e poi chiudere il foglio esattamente a metà. Con il prezioso regalo nella valigetta, Cane continua a frugare il mondo alla ricerca di una speranza finché lo sguardo non si posa su un pannello pubblicitario: “Trombe del Signore”, un’agenzia di pompe funebri che vende a caratteri cubitali l’eternità.

RenatoCane2-1160x1160Marco Vergani, diretto da Vinicio Marchioni, fa suo il monologo con aderenza sincera, interpretando l’insicurezza, lo sgomento, la poeticità nascosta tra le righe di questo (stra)ordinario uomo qualunque e che nello spazio raccolto del Teatro i di Milano gli si arriva a leggere negli occhi. Cane racconta sempre più incredulo la sua storia, muovendosi in una scena nuda, eccetto che per pochi elementi significativi sospesi, oscillanti ed incerti, quasi a riflettere la sua interiorità (supervisione artistica di Milena Mancini). Dalla voce e dalla mimica dell’attore prendono corpo e caratteristiche tutti gli altri personaggi che circondano Renato Cane, in una serie di apparizioni grottesche e sempre più assurde: dai colleghi di lavoro, ad Anna e Mario – moglie e figlio, concretizzati inoltre da un vestito elegante ed un joystick retti a mezz’aria da fili – all’improbabile finto medico che tenta di guarirlo con urla e imposizioni delle mani, fino a culminare nella figura del Nano (e qui il pensiero corre ad atmosfere lynchiane) che rende desiderabile la morte vendendo a Cane l’illusione del funerale perfetto e la salvezza eterna dello spirito a caro prezzo. Caleidoscopio inizialmente sorprendente, ma che forse a lungo andare diventa esercizio poco controllato, che porta raramente a scendere sotto la superficie.

Galleggiano anche una coppa d’acqua, e tubi di neon che incorniciano lo spazio e le tappe del racconto scandendo una fuga prospettica colorata – «The colors of the rainbow so pretty in the sky…» –  verso un finale che ha il sapore del colpo di scena (basta lavarsi la faccia per cacciare via l’incubo) e insieme quello dolceamaro della resa, e le tinte gialle, blu, verdi, rosse delle pitture schiacciate, l’unica cosa che forse a Cane è piaciuta davvero della vita.

Di fianco alla già citata prova dell’interprete, rimane una notazione a margine: l’impressione che la costruzione registica avrebbe potuto osare di più, sfruttare in maniera più incisiva e continua la rete di simboli scenici intessuta ed idee solo accennate, come in un unico momento iniziale in cui Vergani sembra rivolgersi al pubblico al di fuori del suo personaggio, in una fascia spaziale intermedia tra platea e palco.

Infine, il nucleo delle riflessioni: è qui interessante la modalità con cui la drammaturga propone una riflessione contemporanea sulla vita, piegata adun capitalismo che riduce l’essere umano alle funzioni cicliche di lavoro/produzione/guadagno/consumo, e sulla morte come mercificata anch’essa. Affrontiamo così quello che troppo spesso tentiamo di rimuovere e allontanare, ma sorpresi costantemente da tocchi di surreale ironia. In maniera catartica ridiamo e accettiamo quella paura latente in ciascuno di noi.

 

L’ETERNITÀ DOLCISSIMA DI RENATO CANE

di Valentina Diana
con Marco Vergani
costumi Fujiko Hishikaua
supervisione artistica Milena Mancini
disegno luci Andrea Burgaretta
regia Vinicio Marchioni
aiuto regia Alessia Pellegrino
assistente di produzione Luisa Iandolo
produzione KHORA.teatro

Teatro i, Milano
01 aprile 2019



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro, Video

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