Corpi, voci e lucciole: Latini/Gualtieri nella sacralità del poco e del niente

ILENA AMBROSIO | «Ho cercato di non trattenere le parole, per poterle dire, di andarle poi a cercare in giro per il corpo, di averle lì nei pressi, addosso, intorno; ho provato a camminarci accanto, a prendergli la mano, ho chiuso gli occhi e, senza peso, a dormirci insieme».

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Così, Roberto Latini sul suo Cantico di Cantici (Premio Ubu 2017 come Miglior attore o performer e Miglior progetto sonoro o musiche originali) Una spinta necessaria verso l’alto, dopo l’affondo negli abissi dell’umano della trilogia Noosfera. Lì, in alto, la parola, quella assoluta, primigenia che sa dire, anzi, contiene in quintessenza lo stesso essere umani, la facoltà di sentire e sentirci.
La parola al centro: «Le parole, le parole, le parole! sono queste il personaggio che ho scelto» annota Latini per il suo I giganti della montagna.
E pure in Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi? la decostruzione dell’originale pirandelliano, strutturandosi su un’eccezionale divisione dei ruoli di autore e attore – in scena il premio Ubu 2018 PierGiuseppe Di Tanno – non può che affidarsi alla parola.
Un dire, in tutti questi casi, per voce sola, ma non solitaria: ad accompagnarla il corpo, in una simbiosi che è imprescindibile e necessario completamento reciproco.

Pare allora che in questa stessa fucina si sia accesa la scintilla che ha generato La delicatezza del poco e del niente (accolto di recente dal Teatro Civico14 di Caserta).
Anche qui la voce è corpo, il corpo è voce. La parola, sostanza di melodia e sacralità. L’incontro, la fusione in uno, avviene in un non-spazio, in un non-tempo, nella nebulosa atmosfera di rituali ancestrali durante i quali immaginiamo che tutto abbia avuto inizio e preso vita.
È un rituale di vivificazione.

Attendendo il pubblico, stancamente appoggiato a una parete della scena, il corpo di Latini è essere inerme, burattino in attesa che qualcuno, qualcosa muova i suoi fili.
108697_450A farlo saranno le parole di Mariangela Gualtieri, lucciole di un ricordo amicale, donate in prestito e accolte come ostia consacrata all’altare dell’arte.
Ne sente il richiamo il corpo, si pone al centro della scena, si avvicina al doppio microfono, lo avvinghia, ma con rispetto, vi si appoggia a farlo diventare estensione di sé, strumento di amplificazione e trasformazione della sua compagna voce.
Sfrutta, ma con discrezione – coerentemente con il bozzolo di religiosa intimità nel quale siamo –, le sperimentazioni tecnologiche che, dal 2003 la compagnia Fortebraccio Teatro applica al teatro; espedienti il cui scopo, in definitiva, è l’amplificazione del sentire, dell’ascolto – «la necessità di rimanere dentro lo spettacolo, a dispetto di qualsiasi effettistica o esibizione tecnologica è stato il nostro unico obiettivo».

«Io non so…». Il corpo/voce si fa Parsifal, ma la visione del Graal è svelamento della non comprensione, della non conoscenza, di uno spaesato e spaventoso stupore per il proprio essere al mondo e per le cose del mondo. La voce procede calma, pacata, indugiando in quelle pause tanto pregnanti nei testi della poetessa cesenate – dove il niente è tutto.
Ma arrivano l’amore, «l’imperturbabilità di Dio», «Attila che fa terra bruciata»… la voce non basta a sé stessa per dire ciò che non sa, ricorre alla seconda testa dell’essere meccanico che ha di fronte, che la assorbe e restituisce deformata, doppia, come racchiudente il femminino e il mascolino, mentre si dispiega il tappeto acustico di Gianluca Misiti che fonde suoni ancestrali a lirismo melodico.

Quel non sapere è voragine che inghiotte tutto l’essere, turbinio delle «particelle piriche» – e cosa sono le lucciole se non fiammelle nel vuoto del buio? – che fanno l’umano.

Il corpo/voce le accoglie e, sacerdote del rituale, accende fiamme che illuminano squarci di mondo, di umanità, colorati, di volta in volta, dalle infinite tinte del sentire.
Dolcezza struggente, amarezza ma pure accorata speranza del lascito a una «bambina» che è erede dell’irosa e devastata umanità. L’incontro con la parola, caldo, vellutato riempito da avvolgente melodia di archi, si tramuta poi nella risolutezza di un «giuramento infante», quello ai «cuccioli» della specie umana e cresce, nella rabbia, per la promessa mancata; rabbia potente che la voce dice in doppiezza trascinata in echi molteplici.

 

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Quella collera irruente è mostro che torna quando il corpo/voce incontra le parole della stanchezza, dell’«arrancatura» delle cose, della incomprensione delle «snominate cose»,  del sentimento del male: «Io sento il piangere delle cose. / Sento il piangere di tutte le cose. Strazio / sento delle. Pianto sento delle. Io sento…». La fatica dell’essere è quella del corpo che più si appoggia all’asta che ha di fronte; è fatica della voce che si fa roca e più si appoggia alle pause del testo; è fatica del suono che si fa evocativo e “spaziale” rumore.

La spossatezza svanisce nell’incontro con le parole, pur struggenti, dell’amore. La voce allora è piana, calda, profonda, sincera; sceglie come compagni e alleati un pianoforte, un violino e un violoncello per porgere la sua preghiera: «Amami ancora un poco, con cura, con tempo, con attesa. Amami come / amano i forti spiriti, / senza pretesa, con fuoco generoso, con festa, senza ragionamento». Perché è lui, Amore, la risposta, il dio da benedire per salvarsi dalla forsennata «corsa sui cocci» del nostro tempo, dalla «tosse che incrosta il cielo», dalle «macerie» stampate sulle nostre facce.
È invitando a un amore completo capace di essere «insieme acqua e moto / sale e onda» che il corpo/voce ci guarda per la prima e unica volta. Amore sentimentale, amore carnale, amore sacro e benedetto – ma, anzi, proprio in quanto essenzialmente umano. Amore dolce e gentile che in quella gentilezza sappia avere cura del tutto, del «bello, bello, bello mondo», di ogni corpo «di ogni meccanismo di volo / di ogni guizzo e volteggio / e maturazione e radice / e scorrere d’acqua e scatto / e becchettio e schiudersi o / svanire di foglie […] Sii dolce, sii gentile. / Ringraziamo».

Su queste parole il corpo/voce – ancora nella doppiezza androgina che pare contenere in sé una eco del corpo/voce generatrice di quelle parole – conclude il rituale.
La vita lo abbandona, la luce – fino a ora discreta ma puntuale accompagnatrice – cala.

C’è una gazzella dentro ciascuno che inizia a saltellare quando incontra la poesia – vivida immagine regalata dalla Gualtieri durante un inconsueto dialogo con Lorenzo Cherubini… sì, proprio Jovanotti! Nel succhiare le parole, quasi infante al seno materno, il corpo/voce ne restituisce, allora, la forza vivificante all’ascolto. Nella partecipazione al rituale i corpi, pur silenti, si fanno cassa di risonanza di quella voce, ambiente di amplificazione di quelle parole che, riecheggiando nelle orecchie e negli occhi, nella testa, sotto la pelle, potenziano e intensificano il sentire. Rendono capaci di percepire il «poco» e «niente» che esse sono, ma insieme al tanto, al tutto che contengono.

«Giuro che io salverò la delicatezza mia
la delicatezza del poco e del niente
del poco poco, salverò il poco e il niente»

Quel giuramento, pronunciato nel cuore del rituale è stato mantenuto.
Andiamo in pace.

 

LA DELICATEZZA DEL POCO E DEL NIENTE

di Mariangela Gualtieri
voce Roberto Latini
musiche e suono Gianluca Misiti
luci Max Mugnai
foto Fabio Lovino
una produzione Fortebraccio Teatro

Teatro Civico14, Caserta
31 marzo 2019

 



Categorie:Novità, Poesia, Scena, Teatro

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