Vita da QuasiAnonima sullo Stretto: intervista ad Auretta Sterrantino

RENZO FRANCABANDERA | Omen nomen? L’arte viene meglio nella celebrità rutilante o nel silenzioso anonimato artigiano del giorno per giorno? Il destino a volte è nei fatti. Nelle parole con cui ci si battezza.

Una teatrante incontra un musicista e insieme decidono di mettere in piedi un progetto culturale. In Sicilia. Roba che già solo a leggerla si capisce la fatica. Per chi pratica le arti sceniche potrebbe essere quasi l’inizio di una crudele barzelletta sull’idealismo.

Eppure è proprio così che è nata QA-QuasiAnonimaProduzioni. Nel 2013. Auretta Sterrantino e Vincenzo Quadarella. La prima è la regista e drammaturgo, con un percorso di studi classici e una lunga collaborazione con la Fondazione INDA, per cui è stata consulente scientifico e consulente alla drammaturgia; l’altro il musicista, compositore di musiche per il teatro, scrittore e sound designer, ingegnere del suono della fondazione INDA da oltre quindici anni, formatosi con uno dei più grandi ingegneri del suono: Hubert Westkemper.

E subito partono a voler fare, cercare di scuotere, innovare. A modo loro e per quello che hanno ritenuto essere nuovo. Facendo nascere anche una rassegna di nuova drammaturgia totalmente autofinanziata, giunta quest’anno alla quarta edizione, “Atto Unico. Scene di Vita, Vite di Scena”.

Di suo, con i propri spettacoli, QA segue un percorso di ricerca che si concentra sulla parola, il verso, la musica e il movimento, arrivando in questi anni a mettere in scena oltre dieci spettacoli. Si sta aprendo uno spazio di pratica dell’arte che sta uscendo dal quasi-anonimato che postulavano nel nome, per operare su un raggio ideale e concettuale che inizia ad andare ben oltre l’isola.

Auretta, la vostra esperienza teatrale, che coincide anche con il tuo percorso registico, in questi anni si è evoluta per diventare un punto di riferimento per un territorio. Ti ricordi il primo giorno in cui hai iniziato a incontrare il teatro?

Ritratto Auretta SterrantinoNon ricordo un primo giorno ma tanti primi giorni, anche perché chiaramente l’esperienza teatrale di QA non coincide con quella individuale mia e di Vincenzo. Forse il mio primo incontro folgorante con il teatro fu con uno spettacolo di Pino Caruso al Biondo di Palermo. Avevo una decina di anni e rimasi sconvolta dalla capacità di Caruso di cambiare i propri panni restando sempre credibile e offrire al pubblico un verbo così chiaro (credo che lo spettacolo fosse Ritratto di un uomo qualunque).

Cosa è successo dopo?

Poco tempo dopo una scrittura collettiva per la scuola, con successiva messinscena. Andavo ancora alle scuole medie. Poi letture, tante. E studio. Tantissimo. Teatro quando possibile, i primi abbonamenti e soprattutto il teatro trasmesso al sabato dalla RAI.  Nel 1994 (avevo 15 anni) la mia prima volta al teatro greco di Siracusa, un programma indimenticabile, tra cui il Prometeo di Eschilo diretto da Antonio Calenda, al fianco del quale mi sarei ritrovata a lavorare nel 2012.
Quell’esperienza mi stregò definitivamente. Il mondo del teatro mi sembrava magico e inarrivabile. Non ho pensato mai, neanche per un attimo di poterne fare parte. Neanche quando all’età di 18 anni fui trascinata a un laboratorio teatrale.

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Dopo la laurea, mi sono ritrovata all’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa e dai banchi di scuola (frequentavo un master) sono stata catapultata nel mondo del lavoro. Così è iniziato il mio lavoro a teatro, grazie a un uomo sensibile e di raffinata cultura e che credeva nei giovani – Fernando Balestra, allora sovrintendente della Fondazione – che mi scelse con coraggio e spero lungimiranza per le mie competenze e la mia intelligenza.
Infine un nuovo inizio: il sodalizio artistico con Vincenzo Quadarella e la nascita della compagnia con la ferma convinzione che agire sia più importante che aspettare.

Quando poi si arriva verso una maturità di intenzioni le cose appaiono improvvisamente difficili. Sembra che la sfida diventi incredibile. Perché secondo te?

Penso – e spero – che la maturità porti consapevolezza. Spesso il mercato chiede qualcosa che tu non desideri dare, alcuni meccanismi richiedono compromessi che non sei disposto ad accettare. Si tratta, come sempre, di fare delle scelte. Più si sceglie di rimanere coerenti a se stessi e al proprio lavoro, più difficile è il percorso. Ma è fondamentale rimanere saldi e aprirsi sempre agli impulsi esterni, al confronto, al dialogo: strumenti indispensabili per costruire e mettersi in discussione.

C’è un filo rosso che unisce i tuoi ultimi spettacoli? Da Ulisse a Caino. Homo necans cosa è QA nella tua idea di fare arte?

I miei lavori partono sempre da alcune costanti: il disagio e l’incapacità di comunicare, l’impossibilità di mostrare ciò che si è, l’impossibilità di raggiungere una verità condivisibile e assoluta e l’ossessione per la ricerca del bello o del vero o in definitiva del sé.

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Foto Giuseppe Contarini

Questa ricerca si innesta in un percorso di destrutturazione dei dogmi di una “classicità” che rispetto e della quale sono figlia, nel tentativo di rideclinarla, soprattutto provando a ribaltare “dogmi” e stereotipi che ci impediscono di valutare le circostanze, gli altri e noi stessi da più prospettive e più punti di vista. Abbattere il “pronto giudizio” il pre-giudizio. Mettere in crisi. Mostrare più verità, comprensibili e quasi sempre inconciliabili. Un lavoro che richiede uno scavo profondo nel testo e nei personaggi da coniugare con un’abilità tecnica necessaria per dominare testo e lingua.
La lingua, il verbo, sono lo strumento Uno e si esplicitano sempre di più sia attraverso una ricerca linguistica (commistione di lingue antiche e moderne: italiano, latino, greco, ebraico, inglese, francese, spagnolo; linguaggio lirico alto), sia con il linguaggio del corpo e con l’uso simbolico ed espressivo del movimento, sia attraverso suono, sonorità e musica. Il processo di creazione porta a una vera e propria partitura di senso, in cui ciascun elemento si rivela assolutamente funzionale agli altri e tutto quello che è sganciato o “superfluo” viene eliminato. Lo scopo è quello di offrire un lavoro che si presenti allo spettatore come una cipolla: ciascuno deciderà quanti strati attraversare per arrivare al nucleo.
La mia idea, l’idea di QA, è un’idea sostanzialmente di comunione. Un lavoro di scambio tra tutte le parti che lavorano alla ricerca dei giusti equilibri e disequilibri, per il raggiungimento di un’armonia.
In scena mi piace pensare di portare la poesia, nella sua durezza e nel suo dolore. Senza sconti. Un percorso che richiede, soprattutto da parte mia, una dura preparazione e uno studio costante. A 360 gradi.
Una liturgia. Questo è il teatro per me, per noi.

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Foto Stefania Mazzara

Ma il teatro risponde ancora alla maggior parte delle tue domande? E ti fornisce ancora qualche risposta? Ci dai una buona ragione per fare il teatro oggi, o almeno la tua buona ragione?

La mia domanda è la crisi. Voglio essere messa in crisi. Voglio distruggere ogni volta certezze radicate. Colpire i miei limiti, scardinare le mie sicurezze. E il teatro me lo permette. Sempre.
Non mi dà risposte, mi pone sempre domande. E per me un uomo è vivo finché si fa domande e ha qualcosa a cui cercare di rispondere, qualcosa a cui tendere.
Penso possa valere per tutti. Trovare nel teatro, nelle arti, nello studio, un’isola di pensiero in cui continuare a crescere e confrontarsi, senza avvitarsi su se stessi.



Categorie:Novità, Pac incontra, Scena, Teatro

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