La classe della Bellini Teatro Factory a confronto con il male e la pratica teatrale

ILENA AMBROSIO | Sulla scena, all’ingresso del pubblico, loro sono già lì a discutere. Quattordici ragazzi, quattordici sedie poste in semicerchio; abbigliamento casual, borse, smartphone, scarpe, cappelli. Sono i giovani attori della Bellini Teatro Factory che con La classe – scritto da Francesco Ferrara, loro collega, e diretto da Gabriele Russo – aprono le porte della loro classe, appunto, durante un mese di ideazione, costruzione e prove per un nuovo spettacolo.
Evento da cui trae (o dovrebbe trarre) spunto la messa in scena: l’attentato compiuto il 22 luglio 2011 da Anders Behring Breivik. Dichiaratosi anti-multiculturalista, anti-marxista, anti-islamista, salvatore del cristianesimo e difensore della cultura conservatrice in Europa, Breivik piazzò un’autobomba del centro di Oslo per poi – non soddisfatto delle “sole” otto vittime fatte – recarsi sull’isola di Utøya e sparare, rincorrendoli uno per uno, a 69 giovani del Partito Laburista Norvegese.

Ci sono, dunque, la immane insensatezza di una violenza folle, eppure lucidamente pianificata, e dei giovani che tentano di farci i conti, di comprenderla – se fosse mai possibile. E poi c’è che per farlo hanno scelto il teatro, di trasfigurare quella realtà nel mondo della finzione, sforzandosi, però, di restituirla nel modo più vero e sincero possibile.

Ciò che ne deriva e una struttura drammaturgica sfaccettata, pluridimensionale, un poliedro continuamente ruotante.

La classe

La prima faccia a mostrarsi è quella degli attori che “interpretano” se stessi durante le prove: in un flusso di libera creatività propongono idee, cercano notizie, si documentano; ma sono ragazzi quindi scherzano anche, fanno battute – davvero esilaranti alcune trovate del testo. Ma scontrano, soprattutto, in un confronto appassionato, a volte irruente, su quale sia il modo migliore per raccontare questa storia: come una madre avrà abbracciato – se l’avrà fatto davvero – un figlio pluriomocida incontrandolo in carcere? Cosa avrà detto al telefono, negli ultimi istanti di vita, una delle vittime alla propria di madre? Cosa avrà provato un’altra sentendo la morte avvicinarsi? Cosa avrà provato Breivik stesso mentre quella furia assassina prendeva possesso del suo corpo?

Ogni questione genera un tentativo di messa in scena che fa ruotare la prospettiva mostrando una nuova faccia dell’impianto drammaturgico. Davanti ai nostri occhi, ma senza che riusciamo ad averne immediata percezione, i personaggi prendono possesso degli attori, le loro parole e i loro gesti si fanno via via più carichi di pathos; il loro dire “io” coincide con quello della madre, delle vittime, di Breivik.
La stessa scena accompagna la trasformazione: attraverso un metamorfico disegno luci e ispirate scelte musicali, la regia di Russo restituisce questi momenti cruciali come parentesi fortemente stridenti con il progredire, che aspira a essere “realistico”, del primo livello di narrazione. Sequenze icastiche, ciascuna con una propria caratterizzazione, un proprio mood, sia visivo che di “affetto”, ma sempre espressivamente cariche – di grande effetto la danza su La morte del cigno per la fuga disperata delle vittime e la mutazione, che pare quasi genetica, in malvagio “super eroe” di Breivik.

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La temperatura emotiva sale, con essa l’immedesimazione nel dramma da parte degli attori e anche nostra. Ma non dura a lungo, un breve lampeggio di luci e il ritorno a un’illuminazione piena e neutra, riportano tutto al primo piano, alla simil-realtà della classe; avevamo visto solo una prova, un tentativo di messa in scena.

E c’è, poi, una doppia cornice che svela se stessa, a un primo livello, nelle didascalie che scandiscono il passaggio da un giorno e da un tema all’altro delle prove, a un livello ancora più esterno, in brevi battute che mettono in standby la rappresentazione con riferimenti alla scrittura stessa di La classe.

I piani si alternano, meglio, si intersecano senza soluzione di continuità, innescando, spesso, cortocircuiti tra la vicenda di Breivik e la quotidianità dei giovani, i vissuti personali – il lavoro, le prove per un provino – i temi della loro società – il terrorismo, l’astio tra Nord e Sud Italia –; portandoli a chiedersi, persino, se loro stessi sarebbero capaci di tanta violenza.

La classe 6

Ritratto di uno di noi, recita il sottotitolo. Ed è come se i ragazzi, a confronto con quella vicenda, con le mostruosità del proprio tempo, non possano che mettere in gioco sé stessi, la propria, seppur ancora troppo breve, esperienza del mondo per tentare di comprenderla e interpretarla (ma chi ne avrebbe abbastanza per farlo?).

Interpretare: nel senso di capire, sì, ma anche nel senso di farsene intrepreti su una scena.
La classe, allora, a una dimensione fortemente politica, al porre – in modo anche piacevolmente ironico – questioni etiche, interrogativi sulla direzione che l’umanità sta prendendo, coniuga un discorso sul teatro stesso, sulla possibilità di osservarlo nel suo farsi, in divenire. Una prospettiva che pare diversa dalla metateatralità. In quel continuo andirivieni tra la (presunta) realtà e la finzione c’è un programmatico svelamento di ciò che sta ancor prima del meccanismo teatrale, un desiderio, da parte di questi giovani, di mostrarsi non solo come attori ma come individui, il cui universo emozionale si amplifica a contatto con una vicenda così sconvolgente.

La classe 3

Certo, il rischio dell’affettazione nei momenti in cui loro sono “veramente” loro è sempre in agguato. Paradossalmente è molto più semplice restituire credibilmente un altro da sé che se stessi e “dopo Brecht non possiamo far finta che sia vero ciò che accade sulla scena” (acuta affermazione non mia ma che prendo, all’occasione, in prestito).
Ma il lavoro è visibilmente sentito, amato e “sudato” dagli interpreti. La loro prova, assecondata prontamente da ficcanti trovate sceniche, è capace di restituire le tinte di un testo – cucito loro addosso durante il reale mese di prove – che, con intelligenza, coniuga sferzante ironia a momenti di (ora sì) reale e sentita drammaticità.
Profondità e leggerezza che riescono a raccontare con efficacia la banalità del male e, insieme, l’intensità della pratica teatrale.

 

LA CLASSE – RITRATTO DI UNO DI NOI

di Francesco Ferrara
con Andrea Liotti, Arianna Sorrentino, Chiara Celotto, Claudia D’Avanzo, Eleonora Longobardi, Luigi Leone, Luigi Adimari, Manuel Severino, Maria Francesca Duilio, Michele Ferrantino, Rosita Chiodero, Salvatore Cutrì, Salvatore Nicolella, Simone Mazzella
regia Gabriele Russo
aiuto regia Salvatore Scotto D’Apollonia
uno spettacolo della Bellini Teatro Factory
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini

Teatro Bellini, Napoli
10-14 aprile 2019



Categorie:Novità, Recensioni, Scena, Teatro

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