La buona scuola di Jacopo Gassmann: Il ragazzo dell’ultimo banco di Mayorga

ELENA SCOLARI e GILDA TENTORIO | ES: Chi è affezionato all’idea che a teatro si vada per pensare e, magari, anche per capire qualcosa in più di sé, non sarà rimasto deluso da Il ragazzo dell’ultimo banco di Juan Mayorga per la regia di Jacopo Gassmann. Il Piccolo Teatro ha riservato per l’ultima parte di stagione (finalmente!) una propria produzione che unisce la complessità di un testo intelligente e riflessivo a una regia rigorosa e decisa. Gassmann ha le idee chiare e lo mostra, dirigendo attori attentamente misurati e soprattutto capaci di portarci dentro il testo, con loro.

GT: La scrittura di Mayorga è limpida e precisa, eredità della sua formazione scientifica (laurea in matematica). Anche quello che a prima vista sembra un dialogo accessorio, rientra nel “sistema-Mayorga”: così era in La pace perpetua, visto nel 2014 all’Elfo (sempre per la regia di Gassmann), che aveva un’impostazione simbolica. Ne Il Ragazzo dell’ultimo banco si affronta una storia più vicina a noi, ma solo in apparenza realistica e quotidiana. I testi del drammaturgo spagnolo sono infatti stratificati, richiedono allo spettatore di scavare oltre la superficie.

ES: Ed è forse per questo che l’accadere momentaneo dei fatti, davanti a noi, mentre si fanno realtà del dramma, è l’elemento che più ci aiuta a insinuarci nei caratteri che camminano a pochi metri da noi, che ci guardano e che, con graduale apprensione, sono rosi da dubbi ed esaltati da una splendida ingordigia per la comprensione del mondo e delle persone. Ero seduta in prima fila, fortuna decisiva, e ho avuto da subito la sensazione netta di essere con i personaggi, non davanti a loro.

Foto Masiar Pasquali

In due parole si tratta di un professore di letteratura spagnola, annoiato dal banale grigiore dei suoi alunni che, a inizio anno, trova un allievo anomalo, portato per la scrittura e abilissimo raccontatore. Il suo tema “Cosa hai fatto nel tuo fine-settimana” descrive l’ingresso di Claudio nella casa – borghese – del compagno Rafa, la curiosità per un’abitazione di lusso è soddisfatta dalla scusa di dare ripetizioni di matematica e prenderne di filosofia. Il tema diventerà però una cronaca a puntate delle visite sempre più frequenti, durante le quali il ragazzo scrittore osserverà la famiglia, i comportamenti e forse anche le debolezze di Rafa, del padre, della donna di servizio e soprattutto della madre, che potrebbe voler sedurre. Il professore Germàn è profondamente intrigato, direi quasi invischiato, più dalla capacità di scrittura e di analisi – anche spietata – dello studente che non dalla storia in sé. Così come noi siamo più avvinti dal rapporto che si crea tra maestro e allievo che non dalle appannate infelicità che vivono in quella casa.

GT:  È un testo che parla di scuola? Mayorga si concentra sul rapporto esclusivo docente-studente, in un confronto tra generazioni. E allora: qual è la missione della scuola oggi? Deve solo educare alla bella scrittura o avviare alla vita? Quali sono i paletti nell’etica di un docente? E quando l’ascolto dei bisogni educativi si trasforma in pericolosa complicità? Danilo Nigrelli (il professore Germàn) rappresenta bene i clichés sulla categoria: pantaloni di velluto a coste, l’aspetto trasandato e stanco di un uomo di mezza età dagli entusiasmi spenti. Anche la moglie Juana (Mariàngeles Torres) gli ripete che «la letteratura non insegna niente». Ed ecco all’improvviso Claudio (Fabrizio Falco), il ragazzo dell’ultimo banco: fra l’adulto senza figli e il giovane misterioso e schivo, senza una famiglia solida alle spalle, nasce un’intesa che però è anche sfida dai contorni fluidi: narcisismo, arroganza, morbose ossessioni. Si sente quasi il respiro della tragedia dietro l’angolo: il ragazzo è solo un Telemaco smarrito oppure un Edipo che “ucciderà” il padre?

Foto Masiar Pasquali

ES: Io credo che ci sia volutamente un po’ di ambiguità, Claudio ha bisogno di essere spinto a continuare nel suo gioco voyeuristico perché è un rimpiattino fatto di desideri: tanto il professore “dipende” dagli scritti del ragazzo quanto Claudio dipende dalla sua curiosità. A mio avviso più che di scuola Mayorga parla di quell’ineffabile relazione che si può creare tra discepolo maestro, anche fuori dalle aule.

GT: Sì, il discorso di Mayorga vuole essere più ampio rispetto ai riferimenti scolastici. Prendi ad esempio il tema della scrittura che tu citavi. Con uno stratagemma simile a quello di Sherazade, Claudio lega a sé il professore con la postilla al suo tema: continua… E così assistiamo a un racconto a puntate letto e insieme agìto in scena, in una sorta di sperimentazione a teatro del linguaggio seriale tv, che innesca aspettative e inquietudini. E allora si accende il dubbio: si tratta di un racconto vero, verisimile o pura invenzione?

ES: Anche qui l’appassionarsi dello spettatore si nutre di ambiguità: stiamo guardando un bellissimo esercizio teorico reso in scena ma stiamo anche assistendo a qualcosa che diventa verità perché ne ha tutti i tratti, e si snocciola sotto il nostro sguardo. Non serve scegliere, si seguono comunque la tensione dei rapporti, il senso del limite e del pericolo.
A me ha ricordato il film Venere in pelliccia di Polanski. Ricordi che tra attrice e regista (in teatro) si crea man mano una sovrapposizione tra opera e vita? Sempre più pezzi di reale esistenza entrano nella pièce e il regista è sempre più manovrato fino a confondere persone e personaggi.

GT: Ah vedi, io invece ho pensato a La finestra sul cortile!: James Stewart immobilizzato per un incidente nella sua stanza, guarda il brulicare del mondo nella casa di fronte, un passatempo che rischia di diventare una dipendenza pericolosa, perché vista e immaginazione costruiscono storie improbabili e forse proprio per questo vere. Hitchcock giocava con lo statuto ambiguo della finestra, occhio spalancato sul mondo, potenziato dall’obbiettivo della macchina fotografica. Qui invece la funzione della lente è svolta dall’efficace scenografia: la casa è riprodotta come ragnatela di linee, ricostruita in 3D, intravista attraverso diaframmi trasparenti e poi finalmente offerta nuda allo sguardo, in un andirivieni prospettico (attori e mobili scorrono su binari) in cui Claudio si fa “attore” che scrive e vive in contemporanea, mentre Germàn è “regista” (dà consigli al ragazzo) e spettatore. Chi dei due è il vero voyeur? Ci si rende conto che alla fine è il pubblico ad avere la palma del voyeurismo più spinto, perché stiamo noi a guardare personaggi che guardano.

Foto Masiar Pasquali

ES: Vero, Gilda, ed è un altro modo di descrivere quell’impressione di essere “dentro” il testo. Indispensabile a questo sono la pluralità amalgamata delle luci pulsanti di Gianni Staropoli, i movimenti di Alessio Maria Romanola qualità recitativa e la regia sicura: Danilo Nigrelli rende la trascuratezza di un corpo insegnante (il suo) che si accende di un fuoco vivo e crepitante appena trova un talento. Fabrizio Falco sa fremere di irrequietezza; Mariàngeles Torres è un giusto contrappeso che abbraccia sempre le azioni del marito; Pierluigi Corallo attraversa diverse sfumature fallimentari nel ruolo del padre di Rafa; Pia Lanciotti/Ester è invece un po’ troppo affettata nella sua nobile insoddisfazione; e Alfonso De Vreese/Rafa junior potrebbe essere più scomposto nella sua rabbia adolescenziale. La mano di Gassmann è pulita nel muovere gli attori parallelamente alle agitazioni dei loro animi, c’è geometria nella disposizione di personaggi ed elementi scenici ma c’è anche l’idea di uno spazio filosofico dove si pensa muovendosi, dove “i peripatetici” ragionano mentre camminano; un fioretto dialettico su come si deve scrivere, su come si avvinghia il lettore, su quanto si deve lasciar immaginare.

Avrei discusso per ore con Germàn che si è formato con Fitzgerald, Dostoevskij, Cervantes, Melville… Sposato a una gallerista che non crede alla letteratura ma cerca di vendere ciarpame concettuale. Ecco, il dileggio dell’arte contemporanea è facile, è di moda, e incontra subito il favore del pubblico; io convengo sulla prolifica accademia della fuffa tronfia di cui sono riempiti i cataloghi, ok, ma per fortuna non è tutto così vacuo, nell’arte degli ultimi decenni.
Del resto, la moglie del professore fa un mestiere non troppo stimato dal marito ma l’opinione di lei su cosa fare con Claudio è stimata eccome: il professore segue, controvoglia, i consigli saggi di Juana, che riesce a mantenere un poco di freddezza in più.

Foto © Masiar Pasquali

GT: A mio avviso Mayorga vuole plasmare una serie di varianti intorno al tema dello sguardo. Claudio è un voyeur che penetra nella casa degli altri non tanto per la morbosa curiosità di tuffarsi nella vita altrui quanto per vedere dall’interno ciò che ha immaginato dal di fuori.
In una delle ultime scene i due protagonisti, seduti su una panchina del parco, guardano le finestre illuminate di un condominio: quante vite si possono immaginare dietro quei vetri! Il palazzo è un alveare di storie, un po’ anche allegoria della vita e della possibilità di riversarla nel contenitore di storie che è il teatro.
«C’è sempre un modo per entrare, in qualsiasi casa», conclude Claudio. Arrogante? Maniaco ossessivo? Forse soltanto portavoce di Mayorga: la “casa” come storia. Il teatro entra nelle case-storie e le apre davanti ai nostri occhi…
E magnifica è la trovata del finale davanti a un enorme specchio, che riflette i personaggi e l’intera sala: anche noi siamo assorbiti “dentro” la scena. Mi ha ricordato la vertigine speculare del dipinto di Diego Velazquez Las Meniñas.

ES: Sì, rispetto alla precedente cura per le parole, le ultime frasi sono un poco irrisolte. Ma il colpo visivo dello specchio non si dimentica: gli attori hanno tutti un loro doppio e stiamo guardando anche noi stessi. Autore e regista ci stanno dicendo che anche noi spiamo, che anche la vita è fatta di corde tirate fino allo spasimo, di fortissimi legami in cui a volte si ribaltano i ruoli. Mai mettersi in cattedra.

 

IL RAGAZZO DELL’ULTIMO BANCO

di Juan Mayorga
traduzione Antonella Caron
regia Jacopo Gassmann
scene Guido Buganza, costumi Giada Masi
luci Gianni Staropoli, movimenti Alessio Maria Romano
sound designer Lorenzo Danesin, video a cura di Stefano Teodori

con Pierluigi Corallo, Alfonso De Vreese, Fabrizio Falco, Pia Lanciotti, Danilo Nigrelli, Mariángeles Torres
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Teatro Studio Melato, Milano
16 aprile 2019



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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