Frammenti di vita dalla penombra: “Ombre Folli” di Vetrano-Randisi 

MARTINA VULLO |

Ho letto testé in un libro che i pensieri e i desiderii nostri s’incorporano in un’essenza plastica, nel mondo invisibile che ne circonda, e tosto vi si modellano in forma di esseri viventi, la cui apparenza corrisponde all’intima loro natura. E questi esseri, non appena formati, non sono più sotto il dominio di chi li ha generati, ma godono d’una lor propria vita.
 Il fu Mattia pascal

Ombre-Folli-13-copia-1024x682.jpg“Dove ci troviamo?” capita di domandarsi dalle poltrone della sala Pasolini di Teatri di Vita a Bologna, osservando la scenografia allestita.
Due file parallele di lumini formano un corridoio al centro della scena e le luci fievoli delle candele ricreano, complice la musica di un notturno che si diffonde nello spazio, un’atmosfera onirica che ha in sé qualcosa di angosciante e a tratti malinconico. Una macchina da scrivere emerge nella penombra. Un uomo (Stefano Randisi) digita e recita parole dialettali che, tradotte, compaiono frontalmente su uno sfondo nero, mentre, al lato opposto della scena, un lenzuolo copre delle sedie, quasi a segnalarne la condizione di abbandono.

È un ambiente emotivo il punto di partenza di Ombre Folli della compagnia Vetrano Randisi. Lo spettacolo, terzo momento di incontro fra la pratica scenica del duo palermitano e la drammaturgia del conterraneo Franco Scaldati, si è inserito in un itinerario di memoria e approfondimento della poetica del drammaturgo, voluto e organizzato da Teatri di Vita.
La presentazione del libro Il teatro è un giardino incantato dove non si muore mai. Intorno alla drammaturgia di Franco Scaldati a cura di Valentina Valentini, la proiezione al cinema teatro Orione del classico Totò e Vicè nella versione cinematografica di Vetrano e Randisi e il film documentario Gli uomini di questa città Io non li conosco, omaggio di Franco Maresco alla vita e all’arte dell’amico Scaldati, hanno fatto da cornice alle tre repliche della pièce, offrendo livelli di lettura trasversali agli spettatori più curiosi.

Un uomo con dei fiori fra le mani avanza lentamente fra i lumini: la voce è tremante e ha la paura in volto. Racconta di essersi visto, morto, fra le pareti della propria casa e non sa determinare se sia stata solo un’illusione.

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L’ambiguità dei confini che vige fra realtà e immaginazione, fra i due personaggi che parlano come fossero un’unità e fra le diverse dimensioni della vita e della morte è certamente cifra della poetica di Scaldati: la dualità e l’introspezione caratterizzano, ad esempio, anche i personaggi Totò e Vicè che giocano continuamente con i confini di vita e morte.
L’intervento di Vetrano e Randisi, tuttavia, non ha di certo carattere neutro: la dimensione eterea in cui si manifestano queste presenze, si fa culla di un’ulteriore incarnazione: quella dell’autore, che vive sulla scena attraverso l’oggetto della macchina da scrivere – la Lettera 22 su cui, ogni giorno, metodicamente, Scaldati soleva lavorare – e, ancora, attraverso le parole tradotte e proiettate dei suoi testi che, oltre a fungere da meccanismo di traduzione per quel dialetto pieno di colore non sempre immediatamente comprensibile, restituisce tutta la forza di una scrittura anarchica in cui la parola è liberamente collocata sulla pagina e la punteggiatura diviene mezzo di espressione visiva.
Di fronte a questo gioco di presenze che mescola i narrati e il narratore, torna alla mente un’immagine di pirandelliana memoria, in cui i personaggi dialogano con l’autore per domandargli di divenire eterni. E la tensione metafisica che si riscontra nella poetica del girgentano, rintracciabile in Sei personaggi o in Colloqui coi personaggi, non è certamente l’unico punto di assonanza fra i due autori.

Nella seconda parte di Ombre Folli, in cui la vaghezza di un clima emotivo lascia spazio al racconto di una storia, emerge forte un certo gusto per il paradosso. Gli attori seduti l’uno accanto all’altro disvelano le proprie maschere: sono due amici che vivono diversamente il dato di fatto del proprio orientamento sessuale.
La scena mescola il grottesco (che si rivela nella recitazione o nella parrucca rosso sgargiante indossata da uno dei due) con il poetico che emerge in particolare in certi passaggi del testo. La comprensibilità della lingua è affidata a un gioco di echi e rispecchiamenti delle parole. Nell’alternarsi delle testimonianze, mentre un attore racconta, l’altro traduce: formula che crea un particolare contrasto fonetico fra le diverse musicalità del dialetto e della lingua italiana, ma speculare anche alla resa della complementarità dei personaggi.
ombre folli parr.jpgL’uno racconta la sua vecchia passione per il travestimento e per i rapporti orali offerti a uomini poi uccisi affinché non possano raccontare. L’altro, incapace di esprimere pienamente le proprie propensioni, si compiace di farsi carceriere dell’amico, ritenendo di evitargli possibili vergogne e chiedendogli al contempo di travestirsi solo per lui, fra le pareti della loro casa. Una tragedia che è tutta espressa nell’immagine finale, in cui i due personaggi assaporano il gusto di un gelato nella penombra della loro stessa prigione.

Uno spettacolo crudo e allo stesso tempo poetico è il frutto dell’incontro fra la scrittura di Scaldati e l’humus della compagnia Vetrano-Randisi. Una combinazione che a suo tempo, secondo un aneddoto degli stessi attori, sorprese l’autore ancora in vita, che andando a vedere il loro Totò e Vicè osservò di non essersi mai accorto di quanto la propria scrittura potesse risultare poetica.

Suggerimento per una visione incrociata: frammento del Colloquio con la madre nel film Kaos dei fratelli Taviani

 

OMBRE FOLLI
di Franco Scaldati
interpretazione e regia Enzo Vetrano e Stefano Randisi
video e luci Antonio Rinaldi
produzione Cooperativa Le Tre Corde – Compagnia Vetrano/Randisi

Teatri di Vita, Bologna
7 aprile 2019



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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