La voce: avanguardia sonora tra musica e teatro

LAURA NOVELLI | «La voce non è qualcosa che abbiamo ma che facciamo». Suona così una delle frasi più significative poste a commento della complessa mostra Il corpo della voce. Carmelo Bene, Cathy Berberian, Demetrio Stratos – curata da Anna Cestelli Guidi e Francesca Rachele Oppedisano, con i contributi scientifici di Franco Fussi e Graziano G. Tisato – visitabile al Palazzo delle Esposizioni di Roma fino al 30 giugno. E se il “fare” la nostra voce – la voce di chiunque – pertiene in primo luogo alle possibilità fisiologiche umane (oggetto di un’interessante sezione medico-scientifica che guida il visitatore nel mistero più materico dei suoni), il fare artistico della voce stessa, sia esso recitativo, canoro o musicale, apre giocoforza il campo a una sperimentazione tesa a «infrangere il legame tra significato della parola e sua dimensione sonora».

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L’intero percorso espositivo si apre, non a caso, all’insegna dell’Ulisse di Joyce e della visione dirompente e rivoluzionaria di due grandi Maestri del teatro novecentesco quali Samuel Beckett e Antonin Artaud, entrambi in debito verso il capolavoro dell’autore irlandese. Mi riferisco a una ripresa video del monologo Not I, dove un’immensa bocca in primo piano vomita il suo dire delirante come a voler rendere visibile la voce, la fisicità che la genera, l’organo che ne permette l’udibilità, e una registrazione audio del poema radiofonico Pour en finir avec le jugement de dieu (Per finirla con giudizio di Dio) – composto e registrato nel ’47 ma non andato allora in onda per motivi di censura – in cui la vocalità di Demetrio Stratos, seguendo le parole di Artaud, si spinge oltre i limiti dell’impossibile, laddove si celebra il superamento della parola come comunicazione.
Voler dire il nulla sembra dunque essere la scommessa primigenia di un ricco percorso di ricerca che, dal XX secolo, arriva fino a oggi.

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Voler dire il nulla significa, infatti, dare un’anima alla voce stessa, trasformandola in oggetto artistico, in materia di ricerca. Non più solo veicolo, mezzo.
Questo lungo itinerario creativo attraversa, a ben vedere, l’intero Novecento e, nel nostro confuso terzo millennio, apre ulteriori strade di riflessione. Come a esempio quella percorsa ormai da decenni da Chiara Guidi, cofondatrice della Socíetas (ex Socíetas Raffaello Sanzio), della quale l’esposizione romana propone materiali relativi alla performance Edipo Re di Sofocle, esercizio di memoria per quattro voci femminili (scritta da Guidi in sinergia con Vito Matera e scandita dalle musiche di Scott Gibbons). «Nulla di quanto viene detto nell’Edipo – spiega la drammaturga/interprete (autrice tra l’altro dello splendido volume autobiografico La voce in una foresta di immaginiedito da Nottetempo nel 2017)  – è visto e la peripezia si affida alla parole e al suono della voce […]. Credo che dentro ogni fonema ci sia la passione di un altro fonema che ne eleva la potenza».

E proprio la potenza vocale rientra tra i quattro parametri essenziali che in fisica descrivono la voce e il suono: l’intensità, la frequenza, il timbro e la durata. I nessi tra la phoné artistica e i meccanismi fisiologico-scientifici che ne sottendono la malleabilità risultano numerosi, affascinanti. Non è perciò un caso che la mostra riservi largo spazio al funzionamento dell’emissione vocale, della laringe, della vibrazione cordale, a quei vocal tract (udibilità e intelligibilità) che, nella ricerca creativa di alcuni artisti – si vedano proprio Bene e Stratos – diventano sovrasegmentali e dunque spinti a indagare il profondo emozionale della voce stessa. Il suo lato arcaico, infantile, sorgivo. La voce come corpo, appunto. La sezione scientifica – a tratti molto specifica e tecnica – fa insomma da preambolo alle visioni innovative dei tre grandi nomi cui l’esposizione è dedicata. E in fondo ne accompagna costantemente le intuizioni.

Basti riflettere, d’altronde, sull’emblematica attività di Demetrio Stratos – dalla quale inizia il percorso –, musicista di origine greca che tra gli anni ’60 e ’70 studiò le potenzialità sonore della voce al fine di usarla come un vero e proprio strumento. Partendo dall’idea che il «bambino perde il suono per organizzare la parola», Stratos spinge la sua sperimentazione – appesa sul filo di una ricerca tesa a «cantare la voce», –verso una direzione quasi antropologica, etnica, che si pone l’obiettivo di recuperare una vocalità «arcaica», carica di valenze magiche. Attraverso una ricca documentazione (foto, video, interviste, materiali audio), il visitatore ripercorre il lavoro dell’artista, dai tempi dell’album per voce sola Metrodora fino alla felice collaborazione con John Cage focalizzata su progetti performativi come Mesostics e Il treno di John Cage, svoltosi nella stazione di Bologna nel ’78, in un ambiente sonoro costruito dalla raccolta di oltre duecento suoni di vita quotidiana.

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Proprio la figura di Cage è uno dei legami più forti che mette in connessione la vocalità primigenia di Stratos con l’esperienza creativa della mezzosoprano statunitense di origine armena Cathy Berberian (1925-1983) che, dotata di una voce estremamente versatile e molto affascinata dalle manipolazioni elettroacustiche, ispirerà alcune importanti creazioni dello stesso Cage, di Luciano Berio (risale al ’58 quello straordinario Thema concepito come un omaggio a Joyce, e in particolare all’ouverture dell’XI capitolo del suo Ulisse) e di Sylvano Bussotti; fino a diventare ella stessa compositrice e interprete (siamo negli anni Sessanta) di quel «brillantissimo saggio sull’onomatopea vocale» che è Stripsody, dove la cantante eleva la voce a protagonista di giochi, rimbalzi, guizzi e profondità fluttuanti su un tappeto sonoro, spesso ironico e comico, che sembra quasi un varietà futurista.
I preziosi documenti della mostra ricostruiscono dunque con estrema dovizia documentaria l’instancabile ricerca vocale di un’artista ritenuta una vera e propria Musa della musica contemporanea.

È solo dopo queste immersione nella vocalità ribelle, poetica, sconfinata di Stratos e Berberian che la mostra ci conduce dentro il laboratorio creativo di Carmelo Bene, il più geniale sperimentatore vocale del teatro moderno occidentale. La sua storia artistica, ben nota ai cultori del genere, probabilmente non ha pari in termini di decostruzione delle consuete pratiche attoriali.

CARMELOBENE
«La voce recitata ha un’intelaiatura temporale che può essere chiamata musicale, una forma di arte vocale intermedia tra canto e parola». Molto del lavoro di Bene sulla phoné parte da qui. Nel suo teatro (o antiteatro) la voce si scorpora nell’alone del suono. Il senso del dire sta nel dire cantato. Nella morbidezza di una voce che sale, scende, sospira, fa balzi, capriole, grida. Accompagnando spesso quel simile meccanismo di caduta, smontaggio, rimontaggio che il grande attore pugliese riservava anche al corpo scenico (o meglio, al corpo in scena), alla macchina attoriale.
La documentazione esposta è davvero inesauribile. Grazie ai taccuini personali dell’artista, a materiali video, tracce audio, interviste, fotografie  e documenti inediti (soprattutto quelli relativi alla Biennale di Venezia 1989-1990 che Bene diresse a porte chiuse), entriamo nelle metodologie compositive che portarono ad allestimenti celebri quali, tra gli altri, Majakovskij, Achilleide, Pentesilea, Manfred, Hommelette for Hamlet, Macbeth-Horror Suite e ci immergiamo, tanto più, nei rivoli di una ricerca mai paga di esplorare i limiti, le potenzialità della voce.
La macchina attoriale, la drammaturgia dell’assenza beniane (sulla cui fenomenologia ha scritto parole illuminanti Piergiorgio Giacchè nel saggio Carmelo Bene, antropologia di una macchina attoriale, Bompiani 1997) sono spazi di indagine di un teatro che va oltre il teatro. Un teatro che nega se stesso e che sostituisce al corpo la marionetta; al dire-riferire il recitar cantando. I personaggi classici si smontano, precipitano, e la voce del “povero” esecutore arriva al di là dell’impossibile. È puro suono. Fugge lontano dai concetti, dai significati, dalla semantica. È musica. Scrive lo stesso Bene a corredo di Homelette for Hamlet (1987): «Una scommessa raccapricciante… creature di là del canto… uno spartito musicale… un coacervo… una camera d’aria d’echi della peste drammatica… convalescenza».


IL CORPO DELLA VOCE. CARMELO BENE, CATHY BERBERIAN, DEMETRIO STRATOS

Mostra a cura di Anna Cestelli Guidi e Francesca Rachele Oppedisano
con i contributi scientifici di Franco Fussi, Graziano G. Tisato

Palazzo delle Esposizioni – Via Nazionale 194, Roma
9 aprile > 30 giugno 2019

 



Categorie:Arte, linguaggi, Novità, Performing Arts, Recensioni, Satura

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