Una filosofica fiaba melanconica: Il Nullafacente di Michele Santeramo

ILENA AMBROSIO | Sveglia, lavoro, pranzo, lavoro, cena, dormire e poi ancora sveglia. Nel mezzo: spese, affitto, bollette, mutui, assicurazioni; forse qualche interesse o passione ma, comunque, impegno, dedizione, attenzione. E poi computer, smartphone, social, informarsi, comunicare, postare, fotografare… Fare, fare. Sempre e continuamente fare. Bulimia dell’azione che invade la nostra vita. Ma se smettessimo?

«Lui non fa niente», ripetono tre personaggi, discutendo animatamente, all’avvio di Il Nullafacente di Michele Santeramo – ospitato nella stagione del Piccolo Bellini. La parola ‘niente’ ritorna, come un’anafora, lungo tutto il testo. A questo si è votato lui, il Nullafacente – Santeramo, un inetto sveviano agli occhi dei tre  –, al nulla, trascinando con sé la Moglie. Il Medico, il Fratello e il Proprietario di casa, rappresentano – tipi umani, privi di nome proprio – tutto il fare che loro stanno deliberatamente e fermamente rifiutando. Un mondo di fuori che è il proscenio, illuminato da una calda luce gialla.

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Quello di dentro è un salotto scarno: una poltrona di pelle marrone sulla destra, un tavolo sulla sinistra – il tragitto dall’una all’altro è il massimo dello sforzo compiuto –, luce fredda. Uno spazio “indolente”, come chi lo abita, a mala pena ravvivato dai costumi dal sapore vintage e dai colori tenui, anch’essi “pigri”. I due non lavorano, per cui non pagano bollette, affitto; rimediano la spesa tra gli scarti nel mercato ortofrutticolo – meglio le banane, però, ché le carote sono troppo impegnative da masticare! Soprattutto lui non compra i farmaci per lei, malata terminale. Persino la morte pare affrontata con nonchalance, con una compiaciuta ironia che permea tutto il testo. Del resto «tutti stiamo morendo – le dice – tu hai solo la precedenza. Riposati, goditi la vita: ne hai poca, non sprecarla a pensare alle medicine».

Mondo di dentro e mondo di fuori: le scene sfumano dall’uno all’altro nel cambio luci  e con lo spostamento degli interpreti dal proscenio al centro. L’ansia irruente del Fratello, l’avidità del Proprietario, l’insistenza del Dottore cozzano contro la compiaciuta inerzia di lui e la straziata stanchezza di lei – Silvia Pasello, che letteralmente si trascina sulla scena. Quei tre abitanti del fuori irrompono – come i cattivi di una fiaba – in quel piccolo ecosistema, cercando di correggerlo, di riportarne gli abitanti in una dimensione che considerano ragionevole, “sana”. Fuori e dentro. Sanità e malattia; la malattia non specificata della moglie ma, soprattutto, quella che parrebbe follia, un delirio dal quale «bisogna farli rinsavire».
Ma è davvero così?

Questo Nullafacente sembra, piuttosto, il classico incompreso, animo genuino, detentore di una verità profonda ma tacciato di follia – quasi uno “strano” alla Tim Barton.
E c’è, infatti, un sesto personaggio, silente, eppure perno drammaturgico, nonché punto focale della scena: un bonsai. Sta lì, fermo, sul tavolo della casa. La sua cura è la sola attività cui Lui si dedica (Edward Mani di Forbice!). Forma d’arte, nella filosofia Zen, che unisce in un vincolo intimo l’uomo alla natura. In quell’albero in miniatura, sempre uguale a sé stesso, c’è l’immagine della vita che il Nullafacente vorrebbe: placidamente indifferente alle contingenze, ai cambianti, agli sconvolgimenti. «Uguale, sempre uguale. Come ci riesci? Come fai a rimanere quello che sei sempre?»

bonsaiMa il bonsai – quasi oggetto magico della fiaba al servizio dell’eroe – è anche lo specchio, limpido e sincero, del suo sentire: a lui e solo a lui dice la paura, il dolore: «Se vado là e mi accorgo che è morta, sarà morta davvero […] A non far niente ci si guadagna sempre, l’hai detto tu, no?», gli dice, restando inerme di fronte alla moglie colta da un malore. Nel dialogo con lui si svela il motore reale delle sue (non) azioni: l’amore. Santeramo gli parla come a un confessore e, intanto, oratore/guru, espone la propria filosofia del vivere.

Nessuna inettitudine dell’esistenza, dunque; pure il rifiuto anarchico-nichilista degli idoli Lavoro e Denaro – «Il lavoro è la favola più stupida alla quale avete creduto, non rende liberi, non nobilita un bel niente, è solo fatica, sforzo, schiavitù» – è come stemperato da un’aura veracemente – e non solo esteticamente – zen. La strada che quest’uomo ha trovato per abitare il dolore: rallentare il tempo svuotandolo del tutto e riempiendolo di niente. Un tempo fermo – torna in mente La vita ferma di Lucia Calamaro, dove pure la stasi era difesa dal dolore della perdita – che non è perso ma tempo riconosciuto come prezioso e, perciò, custodito, dedicato a ciò che conta.

E conta tanto da accettare di abiurare, di snaturarsi – «Ogni sforzo per diventare qualcos’altro è inutile, contro natura». Se la Moglie vuole curarsi allora lui cambia: in scena gli abiti sciatti lasciano il posto a un completo da lavoro. Ricomincia il fare, la routine del tempo che corre impazzito in tondo. Ma qualcosa si perde: la donna ha le cure ma non più la sua attenzione, il bonsai è ancora lì ma, oramai, secco. Lo sapeva lui, lo sapeva bene: «Noi eravamo dentro il vuoto, eravamo il vuoto, eravamo tutto quello che volevamo essere perché non avevamo bisogno di niente. Noi avevamo vinto, e stavamo bene. Eravamo qui, sempre, sempre esattamente qui dove siamo, e sapevamo di esserlo, come il bonsai!»

finaleLa presa di coscienza dell’errore da parte della Moglie – «Ho avuto paura, ho sbagliato» – ripristina il vecchio ordine. I tre intrusi abbandonano la scena. Un nuovo bonsai, verde e di nuovo vitale, può riprendere il suo posto.  Ma non c’è più il tempo: la morte, a dispetto di ciò che facciamo o non facciamo, non manca al suo appuntamento.
Sulle note malinconiche di Io che amo solo te, suonate dal contrabbasso di Ares Tavolazzi – suoi anche i brevi inserti che costellano la pièce – il corpo di lei, disteso sul tavolo al centro della scena, abbandona, tremando, la vita ma non la mano di lui che la stringe fine alla fine – bellissima l’immagine creata dalla luce diretta che illumina il celeste del suo copriabito.

Nessun lieto fine. La levità quasi fiabesca del testo era solo la veste indossata dalla vita per raccontare sé stessa. E la vita è dolore, è stravolgimenti, è la morte. È tempo che passa, incurante del nostro volere. E allora noi corriamo, illudendoci di seminarlo, ci ingozziamo del fare pensando di saziare il desiderio di benessere, persino, di felicità; e nella grande abbuffata si confondono e perdono i sapori, i gusti veri.  Allora, a volte, più che chiederci cosa fare, dovremmo chiederci «cosa, ogni giorno, NON fare per stare bene».

Nonostante una regia forse poco decisa nel gestire il movimento scenico degli attori – che si spostano tra il dentro e il fuori in modo poco preciso e definito – e una recitazione che manca, a tratti, di quella rotondità capace di plasmare e sfaccettare il testo, Il Nullafacente resta un lavoro commovente, che pizzica, come è consuetudine della scrittura di Santeramo, le corde del sentire umano – come Tavolazzi il suo contrabbasso – con delicatezza, ironia ma anche con la fermezza del voler dire qualcosa che conta, e svelare quell’essenziale che troppo spesso resta invisibile.

 

IL NULLAFACENTE

di Michele Santeramo
regia e spazio scenico Roberto Bacci
con Michele Cipriani, Silvia Pasello, Francesco Puleo, Michele Santeramo, Tazio Torrini
musiche Ares Tavolazzi
luci Valeria Foti, Stefano Franzoni
assistente alla regia Silvia Tufano
assistente ai costumi Benedetta Orsoli
allestimento Sergio Zagaglia, Leonardo Bonechi
immagine Cristina Gardumi
foto di scena Guido Mencari
produzione Fondazione Teatro della Toscana

Teatro Piccolo Bellini, Napoli
marzo 2019



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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