Mangia! Ma il luogo comune ci resta indigesto

MARIA FRANCESCA GERMANO | Al teatro Abeliano, per la rassegna To the theatre,  è in scena Mangia! di e con Anna Piscopo; regia di Lamberto Carrozzi.

Anna Piscopo è inginocchiata sulle assi di legno del palcoscenico sotto un cono caliginoso di luce rarefatta; indossa un tubino rosa shocking. Caschetto alla Valentina Crepax da cui spuntano vistosi orecchini tricolore. È circondata da quelli che sembrano sacchi della spazzatura: rosa, tanti, pieni di carta. Sullo sfondo una montagnola di sacchi rosa. Sparse qua e là bottiglie di plastica rossa che mi ricordano iperglicemiche bibite finto-esotiche e olio da frittura Frioil. Tra le braccia una bambola, una Pigotta dai capelli di lana rossa.

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Come ormai quasi sempre accade nel teatro contemporaneo, l’attrice, pronta, è già in scena a spiare il movimento degli spettatori che si accomodano in sala; a origliare il diradarsi dei suoni fino al silenzio. Questa pratica mi provoca sempre una forma di singolare malessere.

Mentre l’attrice bacia la Pigotta, fuoricampo, una voce impostata e registrata, come in un cortocircuito, pubblicizza un pranzo “favoloso” in villa pompeiana: aperitivo al bar, tre antipasti, un primo di mare e uno di terra, un secondo a scelta di mare o di terra con contorno, gelato con frutta, torta nuziale, open bar; il tutto, in promozione sposi 2017, a soli 35 euro!

«Mang’ ca da jess mangiat» è l’incipit barese che l’attrice, come un orco in procinto di mangiare la sua preda, recita con voce risonante. “Mangia, che devi essere mangiato”. Come agli esordi della civiltà, prima che Prometeo rubasse il fuoco agli dei, l’istinto primordiale di sopravvivenza: mangiare o essere mangiati.

Le aspettative sullo spettacolo che, anche grazie alla elencazione dei premi per lo stesso ricevuti, ci hanno condotto qui, si irrobustiscono; sembra tutto molto interessante.

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In un monologo cabarettistico dal linguaggio colorito da flessioni dialettali, regionali e non, come in un ironico racconto improvvisato, la Piscopo ci conduce nella storia di una donna che vive nel mondo gretto e bigotto di un paese pugliese – Valenzano – in cui occupa un posto da  emarginata ed emotivamente bistrattata.

Un padre buzzurro dal ventre prominente, intento (sempre e solo!) a guardare quello che ha raccolto con l’unghia del mignolo dopo una accurata pulizia dell’orecchio; una madre nervosa nell’atto (sempre e solo!) di fumare a braccia conserte: caricatura di genitori per i quali il massimo delle aspirazioni filiali deve ridursi a sposare un uomo che possa mantenerla o vincere un concorso di bellezza alla sagra di paese e la cui unica vera interazione con la figlia è l’offerta continua di cibo.
Poi amici dai quali è derisa per la sua goffaggine e che in piena cattiveria adolescenziale la portano ad approcci sessuali a cui non è pronta lasciandole addosso tracce sensoriali di unto sudiciume.

In un moto di flebile (troppo flebile!) ribellione, la ragazza si trasferisce a Roma da una zia (siciliana?!) anche lei buzzurra e super cattiva, che per garantirle un minimo di cibo la inviterà ad accettare qualsiasi tipo di lavoro. Ma dopo la fatidica domanda: «ma tu a chi appartieni?» (a Roma?) – espressione dialettale diffusa in varie zone del Sud che corrisponde all’italiano “di chi sei figlia” –, tutti le chiudono malamente la porta in faccia e la giovane è costretta ad accettare un lavoro da semi-schiava in un sottoscala cinese a due euro all’ora. Remì in confronto ci sembra fortunato!

Manca ritmo. Con le aspettative ridimensionate dal gran numero di luoghi comuni e stereotipi in cui la storia resta compressa, ci infastidiamo nello sforzo di cogliere le tante battute che la Piscopo recita su sottofondo musicale voltandoci le spalle.

Le disavventure della nostra protagonista non finiscono qui: mentre vaga nelle strade della Capitale, rese in scena da suoni di clacson e rumoristica da metropoli, incontra l’ennesimo tamarro cattivo, questa volta dall’accento romano, che lei vede come un dolce principe azzurro. Quando le telefona per invitarla a cena (a mangiare!), lei è felice come Cenerentola invitata al ballo. Peccato che dopo la cena lui vorrà in cambio una prestazione sessuale che consumeranno nel parcheggio in cambio di 20 euro!!

Dopo questo episodio la donna torna a Valenzano dai genitori cattivi, (nel frattempo, in una ellissi narrativa, ci siamo persi che ha cominciato a fare la prostituta sulla provinciale del paese) e in un  finale melodrammatico, pronunciando la parola ‘niente’ in tutte le sue sfumature: niente, niente, non sono niente, non valgo niente, e niente, sono un niente… ecc… ecc… soccombe sul pavimento fagocitando il suo io bambina Pigotta.

Tutta la storia è intervallata da elenchi di cibo di ogni genere in cui predomina la carne; del resto la locandina ci aveva avvisati che la pièce «usa il cibo come metafora di violenza e sfruttamento nella famiglia e nella società».

Tutto qui? Sì, tutto qui.

 

MANGIA!

scritto e interpretato da Anna Piscopo
diretto da Lamberto Carrozzi
scene Panagiotis Samsarelos
luci Ettore Bianco

Teatro Abeliano, Bari
3 maggio 2019



Categorie:Novità, Recensioni, Scena, Teatro

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