Artificio e realtà nell’inquietante Uncanny Valley dei Rimini Protokoll

GILDA TENTORIO | Di fronte a un test CAPTCHA spesso sorridiamo: che bisogno c’è di confermare che io non sono un robot? Quando però, complici la stanchezza, l’immagine sfocata o gli occhiali poco puliti, fatichiamo a distinguere i dettagli richiesti, il sistema ci boccia. Quali ulteriori prove di “umanità” dovremmo sfoderare? Per fortuna al secondo tentativo tutto si risolve… In effetti in circolazione ci sono androidi sempre più sofisticati: Pepper ti accoglie al ristorante dell’aeroporto di Oakland-California e Sophia, nata solo nel 2015, ha già tenuto un discorso all’Onu, gira il mondo, rilascia interviste e ha persino la cittadinanza saudita. Questo dirompente sviluppo tecnologico pone inevitabili interrogativi etici, perché con i robot dobbiamo imparare a convivere.

Il collettivo berlinese Rimini Protokoll (Leone d’argento alla Biennale 2011 e Premio Ubu 2018) ha antenne sensibili, capaci di cogliere le vibrazioni del nuovo e di toccare i nervi scoperti della coscienza collettiva. Con lavori di un teatro-documento che lascia la parola agli “Esperti del Quotidiano”, hanno indagato spesso sentieri scomodi e originali, facendo attenzione anche alle reazioni del pubblico, coinvolto come spett-attore all’interno di uno spettacolo che si fa gioco, esplorazione urbana, scelta di responsabilità e partecipazione democratica, immersione in frammenti di storie degli altri e occasioni inattese di dialogo.
Il loro primo arrivo a Milano era passato quasi in sordina (Prometheus in Athens, 2012), ma molti ricordano l’esperienza di Remote Milano (2014) ed Europa a domicilio (2017) per zona K, e il recente Nachlass (2018, Piccolo Teatro). Eccoli ora in prima nazionale ospiti alla Triennale di Milano – Festival FOG – con l’ultimo lavoro, Uncanny Valley, regia di Stefan Kaegi (solo ad aprile un altro debutto nazionale a Bologna con Granma. Metales de Cuba).

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Foto Gabriela Neeb

«Se siete venuti qui per vedere un attore, questo è il posto sbagliato. Se siete qui per qualcosa di autentico, è comunque il posto sbagliato». Così dice a un certo punto la figura in scena su una poltrona: si tratta di un robot antropomorfo, che reggerà tutto lo spettacolo. Nulla di autentico, quindi. D’altra parte, il teatro non è forse il luogo della finzione? Ci sembra di riconoscere in questo lavoro due filoni tematici: uno palese e manifesto, cioè la riflessione sui rischi della tecnologia. C’è poi un torrente carsico che emerge a più riprese e insinua ulteriori domande intorno all’essenza del fare teatro e al ruolo dello spettatore.

Ma andiamo con ordine. Thomas Melle (1975) è uno scrittore tedesco di successo che ha deciso di sottoporsi a un interessante esperimento: creare il sosia robotico di se stesso. E ora lo sfrutta (il termine ‘robot’ significa in origine ‘schiavo’) per parlarci, in questo spettacolo, della sua esperienza. L’androide in scena è la sua riproduzione fedele: spalle, braccia, dita, voce umana, bocca e palpebre semoventi in un viso che sembra cambiare espressione (oppure è il gioco di luci, la penombra?). Mentre lo scrutiamo per cogliere analogie o défaillances rassicuranti, ci abbandoniamo al flusso delle parole e dei pensieri di questo Frankenstein fatto di microchip ed elettrodi (ma un robot pensa o è solo un “affittuario” dei pensieri altrui?). Solo ogni tanto il sibilo meccanico o il cavo che spunta dalla nuca ci ricorda la sua essenza di manufatto tecnologico.

Un polo del discorso verte sul volto buono della tecnologia, quando ci aiuta a superare debolezze fisiche (l’impianto cocleare per la sordità, per esempio), ma anche psicologiche, come è successo al nostro Thomas Melle: lo scrittore, a causa del suo disturbo bipolare, si è trovato in difficoltà a gestire la sovraesposizione mediatica, quando è diventato celebre, oggetto di consumo. Ecco allora l’idea bizzarra: scaricare ogni seccatura su un sosia meccanico, delegare cioè a una macchina (il robot) il funzionamento deficitario di un’altra macchina (l’uomo).

Tutto bene quindi? Naturalmente no. Anche l’essenza dell’io narrante si colora di ambiguità: talvolta ci parla di sé con la consapevolezza di essere robot, talvolta invece è solo il contenitore della voce di Thomas. Finché appare lui stesso in video – un altro filtro, un’ennesima riproduzione del sé reale – e ci mostra il procedimento di morte metaforica a cui si è sottoposto: il suo corpo è stato misurato e riprodotto in forma virtuale 3D; poi il volto è scomparso sotto strati di silicone e bendaggi, come una mummia 2.0, per fornire il calco dei lineamenti. È una sorta di rivelazione meta-teatrale, simile ai momenti in cui il teatro si mostra come “macchina”, composta di cavi, riflettori, belletti e parrucche: dietro ogni parvenza di autenticità c’è un enorme artificio, ci dice l’automa-Thomas, che la sa lunga.

A stacchi improvvisi, con un effetto-sfilacciamento (voluto o no?) non sempre di impatto, il monologo si interrompe per lanciare appelli e interrogativi al pubblico: perché siamo qui? Vogliamo forse misurare il grado di autenticità del robot o provare a noi stessi che è l’uomo a essere superiore? Siamo davvero liberi noi e lui lo schiavo?

Nel lontano 1970 l’esperto di robotica Masahiro Mori aveva enucleato i rischi dell’eccessiva umanizzazione dei robot: un aspetto umanoide ispira fiducia ed empatia; esiste tuttavia un momento, chiamato Uncanny Valley (valle del perturbante) in cui la verosimiglianza fa scattare la repulsione. Si verifica quando l’altro è troppo simile a me, ma ecco che una discrepanza minima, un gesto incongruo, scatena un calo improvviso nel processo empatico raggiunto fino a quel momento. Per farci sprofondare in questa valle del perturbante, l’androide-Thomas gira il piede in senso antiorario, sfrigolio elettronico incluso. Se vi eravate affezionati a lui e già pensavate “però in fondo è tenero e ragiona proprio bene!”, la sua natura tecnologica viene ora smascherata. In forma antifrastica si spiana la via al messaggio finale: un elogio della Vita, bella proprio perché esito di un’anomalia o di un errore casuale. È un appello un po’ dolciastro rivolto alla buona, vecchia comunità degli umani, che si unisce nel calore di un applauso, autentico perché condiviso.

Una morale insolita rispetto ai lavori dei Rimini Protokoll, che mirano a destabilizzare e a mettere in discussione il ruolo del pubblico, in un ambiguo gioco fra realtà e finzione. Quanto è affidabile, allora, questa chiusa sull’autenticità, espressa per di più da una creatura artificiale? Il perturbante si lega all’ironia, quando le luci si accendono e tutti si accalcano a guardare da vicino l’androide, che diventa quasi un’attrazione circense. Ora i ruoli sono netti: lui non è più attore, ma un innocuo pupazzo inanimato, e noi siamo vivi, reali, i “padroni”, fieri della nostra forza demiurgica.
Gli lancio solo un’occhiata, non so se provo ammirazione o ribrezzo…

 

UNCANNY VALLEY
ideazione e regia Rimini Protokoll (Stefan Kaegi)
testo Stefan Kaegi, Thomas Melle
corpo e voce Thomas Melle
attrezzatura Evi Bauer
animatronic Chiscreatures Filmeffects CmbH
produzione e finitura artistica Tommy Opatz
drammaturgia Martin Valdés-Stauber
video design Mikko Gaestel
musicaNicolas Neecke
produzione Münchner Kammerspiele
coproduzione Berliner Festspiele – immersion, donaufestival, Feodor Elutine, FOG Triennale, Temporada Alta – Festival de Tador de Catalunya, SPRING Utrecht

FOG Triennale Milano Performing Arts
9-11 maggio 2019



Categorie:Novità, Performing Arts, Recensioni, Scena, Teatro

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