Labile linguista #2 – Politicamente, sì, ma corretto?

GIORGIO FRANCHI | Altaforte al Salone del Libro, Mare Jonio, Casal Bruciato, elezioni europee alle porte; con queste carte sul tavolo, parlare di politicamente corretto è come gettare benzina su un incendio già di per sé enorme. Il dibattito politico di questi giorni riduce ogni sfumatura ideologica ai minimi termini di opposizione e sostegno a una data tematica, trasfigurando ogni intervento in volontà di schierarsi.

Fortunatamente qui ci interessa non il ‘politicamente’, bensì il ‘corretto’; dunque, spegniamo il tg e apriamo il nostro fidato dizionario etimologico, pronti ad addentrarci in questo dialetto della contemporaneità che zio Carmine, abbonato a Libero dal suo primo numero, teme come una famelica neolingua orwelliana divoratrice della libertà di espressione (abbiamo tutti uno zio Carmine in famiglia).

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Il comico inglese Ricky Gervais, uno dei principali esponenti della politcal incorrectness umoristica

Tuttavia, forse, conviene che prima ci soffermiamo un attimo a capire perché, preferire un termine non offensivo a uno offensivo, invece che risultare una semplice scelta di buonsenso, suoni per molti come una grammatica di un fantomatico puritanesimo del 2019; ancora una volta, ci soffermeremo solo sull’aspetto linguistico.

Con l’inserirsi nel dibattito sociale di nuove tematiche, come il riconoscimento dell’omosessualità e i fenomeni migratori, la lingua italiana si è spesso trovata impreparata a creare un gergo specifico ricco quanto quello anglosassone, ricorrendo quindi al prestito di forestierismi. La tattica presenta un doppio svantaggio: da un lato, impedisce che un’istanza sociale ci suoni come “veramente nostra”, dall’altro diffonde un clima di inquietudine. Da sempre l’anglicismo è visto come la copertura per le decisioni impopolari – si pensi a jobs act, austerity, service tax. Ma se è vero che sostituire sul curriculum ‘commesso’ con sales assistant dà un’aria molto più professionale, è anche vero che neologismi come gender neutrality, per chi non è madrelingua, suonano come titoli di film di Cronenberg.
 
L’altro punto debole del politicamente corretto sono le sigle, nate con lo scopo di abbracciare quante più sfumature di una tematica: è il caso di quella che inizia con LGBT e che, stando a zio Carmine (che stavolta non ha tutti i torti), si allunga ogni anno di una lettera. Anche qui, l’inclusione di più categorie in una battaglia politica non è di per sé un male, ma l’uso delle sigle è spesso un infelice espediente per confondere le acque quando l’argomento è spinoso. Victor Klemperer, linguista ebreo perseguitato dal regime nazista, parla dei gruppi paramilitari SS e SA, dei campi di sterminio KL e di programmi statali come il KdF nel suo trattato del 1947 Lingua Tertii Imperi – La lingua del Terzo Reich (ed. Giuntina), in cui lui stesso riduce Lingua Tertii Imperi – l’idioma della Germania sotto la dittatura hitleriana – in un criptico, militaresco LTI

Insomma, spezziamo una lancia a favore dello zio: a volte, il politicamente corretto è un disastro. Ma se prestiamo attenzione al vero significato dei forestierismi, l’inquietudine cede il passo al grottesco.

Partiamo da clochard, in sostituzione dell’offensivo ‘barbone’ e, meno comprensibilmente, del semplice ‘senzatetto’. La patina eufonica del francese nobiliterebbe il termine, come i gradi di commis, chef de rang e maître de salle nobilitano le brigate di sala: tuttavia, il dizionario etimologico riconosce la derivazione dal verbo clocher (zoppicare); insomma, per non chiamarli ‘barboni’, li chiamiamo ‘zoppi’. Non esattamente un miglioramento.

Passiamo a gay, inglobato nell’italiano di tutti i giorni per l’assenza di vocaboli non volgari per designare l’omosessuale maschio e per la brevità rispetto a ‘omosessuale’. L’inglese, lingua germanica e algida per definizione, sortisce l’effetto opposto al francese, conferendo neutralità invece che raffinatezza; tuttavia, gay è un termine del provenzale col significato di ‘allegro’ (per l’appunto, ‘gaio’), che trova la sua prima applicazione con questo significato nel middle english (Why is my neighebores wyf so gay?, secondo verso nel prologo della donna di Bath nei Racconti di Canterbury), per acquisire nei secoli il significato di ‘pervertito’: una gay house, nell’inglese ottocentesco, è un bordello, una gay woman una prostituta. Un accostamento di significati che rischia di tradire un’associazione inconscia tra omosessualità e libertinaggio; senza mancare di rispetto ai sex worker (per restare nel campo degli anglicismi), ci limitiamo a constatarne l’infondatezza.

Gay nel suo significato di ‘prostituta’ in una vignetta del 1857.

Come reagire, poi, di fronte al celebre ‘di colore’? Qui siamo davanti a un capolavoro dell’ingenuità: pur di evitare di dire ‘nero’, che privato dell’orrida g in mezzo è il mero corrispettivo di bianco – cercare una perifrasi per esprimerlo ci rimanda al terribile Innominato manzoniano o, in tempi più recenti, a Lord Voldemort di Harry Potter –, qualcuno ha ben pensato di tradurre il coloured che indicava l’etnia mista in Sudafrica ai tempi dell’Apartheid, soggetta alle politiche discriminatorie al pari dei neri.

Tre termini tra i più noti nel gergo politicamente corretto, tre etimologie da far accapponare la pelle. C’è da riconoscere che le parentele linguistiche spesso affondano le loro radici nella notte dei tempi, e perdono ogni legame con la parola di partenza. Tuttavia, trovare dei corrispettivi italiani ai termini stranieri usati con superficialità, significherebbe non solo più correttezza linguistica, ma anche interiorizzare maggiormente le problematiche quotidiane.

Concludo con un giochetto alla Inception: cercare politically correct sul dizionario etimologico. Data la volgarità delle nostre figure istituzionali viene difficile associare la correttezza alla politica. L’espressione inizia a circolare massivamente negli ambienti della sinistra statunitense degli anni ’70, con il saggio The Black Woman – An Antology, di Toni Cade Bambara (1970). Il significato originale era quello di attinenza dogmatica a una direttiva politica, usato per indicare la fedeltà alla linea politica sovietica dei partiti comunisti nazionali e, prima ancora, la fedeltà del popolo tedesco alle direttive hitleriane. L’ironia nel riprendere il termine per ironizzare sulla percezione della sinistra come un movimento di fanatici stalinisti si è persa negli anni ’80, e il termine è finalmente apparso sui dizionari, diventando così il primo, reale strafalcione del politically correct stesso.



Categorie:Cultura e società, Labile Linguista, Novità

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