Al Piccolo la Tempesta di Roberto Andò: riflessi d’acqua con poco sangue

GILDA TENTORIO | Era naturale, se non quasi d’obbligo, la tappa milanese de La Tempesta di Roberto Andò (debutto lo scorso dicembre a Palermo). Per il pubblico di Milano resta leggendaria la produzione di Giorgio Strehler ma dal 1977, ne è passata di acqua sotto i ponti. La Tempesta è poi diventata un one man show con fantocci e figure animate, grazie all’esuberante istrionismo di Ferdinando Bruni (riproposto all’Elfo qualche mese fa). Tutti ricordano il Prospero-donna nella splendida interpretazione sul grande schermo di Helen Mirren, per la regia di Julie Taymor (cfr. anche qui), ma a teatro ci aveva già pensato nel 2003 Antonio Latella (con Annamaria Guarnieri), in una versione che trasformava l’isola in una sorta di Paese dei Balocchi. Sulla Tempesta hanno lavorato, in direzioni diverse e sperimentali, gruppi innovativi come i Motus (Animale Politico Project, dal 2011) e il Teatro del Lemming (2017). L’opera si presta a percorsi itineranti o a versioni “on the rocks” alle falde del vulcano Stromboli…

Qual è la prospettiva di Roberto Andò? Una vena di sicilianità, o meglio di malinconia decadente, come spiega nelle note di regia che rinviano a Giuseppe Tomasi di Lampedusa: il Maestro ammirava molto quest’opera di Shakespeare e così ne sintetizzava la trama: «Un uomo vecchissimo e sapientissimo attira nel suo rifugio i nemici, li perdona, dà loro in dote la sua bellissima figlia, poi spezza la bacchetta, sotterra il libro, disperde i sortilegi». Prospero quindi come una sorta di Gattopardo maturo che si riconcilia con il mondo e dice addio alla vita. Ricordiamo che alla figura del grande siciliano Andò ha dedicato il film Il manoscritto del Principe (2000).

Scorrevole e precisa la traduzione (di Nadia Fusini) e tra le interpretazioni degli attori, notevole è la presenza scenica di Roberto Carpentieri, un Prospero stanco del suo mondo e a tratti rancoroso. È lui il vero protagonista, su cui si sofferma la lente interpretativa del regista, per mostrare un vecchio che conosce la fatica e la grandezza del perdono. A dire il vero ricordavo Prospero come un personaggio maestoso, potente demiurgo e manipolatore, un alter ego del drammaturgo. Andò glissa su questi aspetti metateatrali e nell’epilogo Prospero è in giacca e cravatta, restituito alla sua natura “borghese” dopo la transizione onirica sull’isola.

Strappano risate a scena aperta Paride Benassai (Trinculo) e Gaetano Bruno (Stefano), caratterizzati da una comicità triviale con coloritura dialettale (palermitano e napoletano).

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Foto Lia Pasqualino

I personaggi problematici e a mio avviso qui più deboli sono i due celeberrimi servitori di Prospero: Caliban è affidato a Vincenzo Pirrotta che appare all’inizio su un lettino di ospedale in camicia di forza e recita la sua deformità come fosse un Quasimodo di Victor Hugo, sofferente, a tratti bambinesco nella sua ingenuità, pieno d’odio verso il suo padrone. Non risulta ben chiara la linea di Andò: non quella ecologico-critica che vede in Caliban un “nativo” capace di sentimenti autentici e di una fusione panica nella natura; né d’altra parte la direzione “politica”, per cui egli è la vittima del colonialismo o di un rapporto di sopraffazione padrone-servo. Forse la sua diversità sta nella follia? Il lettino da ospedale sembra alludere allo squallore di un manicomio. E se il focus di Andò è sul perdono e la riconciliazione, perché allora, rimasto solo in scena, Caliban urla disperato? Le luci si spengono infatti sul suo strazio: forse piange perché, senza più il suo carnefice, non riesce nemmeno a definire se stesso, o forse perché torna a essere una monade reclusa nella sua isola di solitudine e follia?

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Foto Lia Pasqualino

Se l’orizzonte resta vago, qualche indizio in più può venire dalla scenografia (Gianni Carluccio), troppo ambiziosa nell’accumulo di dettagli. L’isola per Andò è racchiusa in una stanza. Alle spalle dei personaggi un pannello con finestre, dietro cui si materializzano i naufraghi. Due livelli, quindi: davanti la realtà, dietro il territorio incostante e imprevedibile della magia o dell’allucinazione.

Ovunque libri. Molto bella l’idea di far cominciare la tempesta con voci off, mentre Ariel soffia e ci squaderna sotto gli occhi un libro pop-up da cui emerge una nave di carta: tutto nasce dal libro, e il libro stesso è magia perché produce immagini e poesia. Eppure può anche essere peso e tortura, come per la pena inflitta da Prospero a Ferdinando (non un carico di legna, ma di libri).

Altro effetto a sorpresa: un telo-vela cala giù e quando viene sollevato, lascia sgocciolare l’acqua sulla scena, a pioggia. I personaggi infatti si muovono su un tappeto d’acqua, con spruzzi e schizzi e riflessi di luce sui muri. L’idea è di fluidità e mutevolezza. Ma l’intera costruzione è connotata di ambiguità: dove sono i confini di quest’isola? L’unica parte di “terraferma” è la platea: allora l’isola siamo noi e a pelo d’acqua si muovono soltanto le ombre che sono «sostanza di sogno»?
E allora perché ogni tanto scorre sulla scena una cucina moderna con pensili, un frigorifero pieno di bottiglie di vino per rallegrare Stefano e Trinculo? Anche questo è la materializzazione dei loro sogni? A scandire il ritmo, talvolta in modo poco giustificato, ecco che cala nuovamente la vela per creare una scenografica pioggia (purificatrice?) sui personaggi.

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Foto Lia Pasqualino

La verità è che in questo spettacolo si respira poca magia. Gli effetti scenici di rilievo rischiano di appiattirsi sul realismo o vengono depotenziati dall’eccesso di segni. Se Caliban risulta figura poco definita, la connotazione scelta per Ariel a livello drammaturgico non convince. Lo spiritello magico (Filippo Luna) ha qui le sembianze di un maggiordomo servizievole, il volto cosparso appena di biacca (alla Bob Wilson). Si rinuncia così a ogni guizzo gioioso, alla scintilla della metamorfosi e i “trucchi” sembrano quelli di un prestigiatore. Ben inteso: non è obbligatorio per Ariel scegliere una resa eterea in volo, come Giulia Lazzarini nell’allestimento di Strehler, o segnali di azzurra diversità (come la tenera Julyana Soelistoyo nell’allestimento 2010 di Des McAnuff), occorre però fornire al pubblico appigli per capire una direzione: un test significativo è il fatto che alcuni liceali presenti in sala, alla fine del primo tempo, dicono smarriti di non aver capito chi sia quello strano maggiordomo: forse alla fine sarà lui l’assassino?

Dunque, una confezione scenica promettente si sfilaccia in un realismo convenzionale e poco organico, che stenta a conquistare i cuori, nonostante l’impegno dei bravi attori.

 

LA TEMPESTA
di William Shakespeare

traduzione Nadia Fusini
adattamento Roberto Andò
regia Roberto Andò
scena Gianni Carluccio
costumi Daniela Cernigliaro
musiche originali Franco Piersanti
light designer Angelo Linzalata
suono Hubert Westkemper
con Renato Carpentieri, Vincenzo Pirrotta, Filippo Luna, Giulia Andò, Paolo Briguglia, Paride Benassa, Gaetano Bruno, Fabrizio Falco
produzione Teatro Biondo, Palermo

Piccolo Teatro Strehler, Milano
14-26 maggio 2019



Categorie:Novità, Recensioni, Scena, Teatro

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