Il malinconico lieto fine degli Oyes

ESTER FORMATO | Abbiamo seguito varie volte la Compagnia Oyes raccontandone alcuni lavori, come quello visto a Castrovillari nel giugno 2017, Io non sono un gabbiano, riscrittura dell’opera cechoviana Il gabbiano, prima ancora avevamo lavorato su Zio Vanja, e più recentemente abbiamo visto Schianto. Spettacoli questi che hanno debuttato dopo Va tutto bene, una scrittura originale più datata che si avvale di meccanismi semplici in cui si comprende bene la scelta tematica, ma d’altro canto appare un lavoro ancora in fieri, incerto.

Infatti nello spettacolo Va tutto bene –  ideazione e testo di Stefano Cordella –, tornato in scena allo Spazio Tertulliano di Milano, si nota quanto la scrittura scenica cerchi ancora una forma, o sperimenti cifre stilistiche (iperrealismo, grottesco, lirismo) senza ancora un approccio determinato; ancora incerta, scandaglia un’intimità domestica che appare già all’inizio disgregata. Il padre Ruggero (Dario Merlini) è fuggito lontano a godersi la vita con la giovane Lilly (Vanessa Korn), figura un po’ onirica, ragionevolmente discordante rispetto al resto. La madre, invece, interpretata da Paola Tintinelli, appare una donna lobotomizzata dinanzi al televisore, suo unico interlocutore, mentre il figlio Attilio (Fabio Zulli), quasi diciottenne, è un adolescente insicuro e buffo che abita esclusivamente nella sua cameretta condivisa, talvolta, con  l’amico Edo (Umberto Terruso) che lo viene a trovare. Uno si aggrappa all’altro nell’estremo disagio di varcare la vita al di là delle quattro pareti.

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Lo spettacolo scaturisce da una scrittura collettiva, da una serie di riflessioni condivise sulla maniera di vivere l’abbandono e la solitudine; e tale modalità è ben tangibile nel modo in cui i caratteri sono configurati. Specialmente nella prima parte essi appaiono avviluppati in una sorta di bolla che li declina in una natura un po’ grottesca. Icone buffe agiscono in uno spazio su un assito quasi lottizzato, in accordo con la  solitudine degli stessi personaggi che lo abitano, perciò il racconto sembra procedere a compartimenti stagni, facendo prevalere un’ottica estraniante dei caratteri che ha la meglio sulla storia tout court.
Poi il punto di confluenza, l’improvvisa morte del padre, finisce per rendere la seconda parte più omogenea, interrompendo un tipo di narrazione di tipo parallelo fra le vicissitudini di Ruggero e Lilly e la domestica tristezza di Annamaria e Attilio. I personaggi, quindi, riescono più o meno a calibrarsi in un comune e condiviso epilogo,  rientrando in un ritmo più armonico e quindi in una drammaturgia più lineare. E così il soliloquio disperato e schizofrenico di una mamma contro il proprio ragazzo al quale era stata negata la torta dei suoi diciotto anni, che quasi sconfina verso un nonsense, cede il passo a un dialogo surreale con il proprio marito “confinato” nella dimensione atemporale della morte. Si nota come questa parte dello spettacolo sia meglio costruita, risultando piacevolmente ironica nella sua semplicità, quasi come a lasciare al pubblico un malinconico paradosso: spesso è con la perdita che si recupera la capacità di relazionarsi e di comprendersi. E tutto ciò finisce per apparire, effettivamente, più realistico di quanto lo siano all’nizio i personaggi, certamente trasfigurati in una cifra grottesca o magari onirica come la bella Lilly, in viaggio col suo costume d’angelo, destinata a suturare la frattura avvenuta fra Attila e suo padre, e paradossalmente  fra questi e la moglie.

Avvolto da luci tenui e soffuse, lo spettacolo tenta di restituirci uno sguardo indulgente verso l’abbandono, la perdita e la solitudine, rassegnandosi alla fine a un malinconico, ironico ma anche poi sincero Va tutto bene.

 

VA TUTTO BENE

Ideazione e regia di Stefano Cordella
con Vanessa Korn, Dario Merlini, Paola Tintinelli (Alice Francesca Redini), Umberto Terruso, Fabio Zulli
disegno luci Giuliano Almerighi / Christian Laface
scene e costumi Mara De Matteis
aiuto regia Umberto Terruso
assistenti alla regia Daniele Crasti, Francesco Meola
organizzazione Valeria Brizzi, Carolina Pedrizzetti

Spazio Tertulliano, Milano
10 maggio 2019

 



Categorie:Novità, Recensioni, Scena, Teatro

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