Trasparenze Festival 2019: l’accordo dell’ascolto

MATTEO BRIGHENTI | Bisogna stare dentro per capire. Esserci. Sembra incredibile che la stretta della notte possa passare ogni mattina, ma lo fa. Adesso che è buio non sappiamo come, eppure succederà. La resistenza si misura sulla lunghezza delle ore, la si incontra solo nel momento in cui la si attraversa. Questo ci tiene in vita: non sapere in che modo andrà a finire.

Trasparenze Festival 2019 - Amigdala_ ph. Chiara Ferrin

Elementare – Foto Chiara Ferrin

Elementare del Collettivo Amigdala è l’armonia che canta il respiro dell’esistenza. Non siamo la stessa voce, siamo più voci che ne fanno una. Meike Clarelli, Elisabetta Dallargine, Vincenzo Destradis, Davide Fasulo, Fulvia Gasparini, Antonio Tavoni consegnano per una nottata intera la parola all’accordo dell’ascolto. Ci troviamo qui per qualcosa di più che, semplicemente, passare nel sonno. Veniamo al mondo per lasciare segni, gesti di accoglienza. Una forza da condividere, tenere stretta, che scopre un animo non più spaventato dall’oscurità. Si è costruita la fiducia che qualcuno resterà comunque a cantare per noi, anche quando gli occhi cederanno. Perché noi rimarremo per lui, una volta che sarà venuto il momento del suo riposo.
Dopo averla percorsa l’estate scorsa a Napoli per Altofest, ritroviamo tale sorta di Via dei Canti esperienziale a Modena per Trasparenze Festival 2019, diretto da Stefano Tè con la consulenza di Giulio Sonno: l’edizione di Moby Dick del Teatro dei Venti (2-5 maggio, PAC è stata presente dal venerdì alla domenica). Il luogo è mutato, La Torre non ha nulla del fascino inquieto della Fondazione Pietà de’ Turchini. Intatta, però, è la meraviglia di prendere parte alla celebrazione dell’incanto poetico della solidarietà tra sconosciuti. Un’alleanza che accoglie, nel calore di un tetto senza confini prestabiliti tra artisti e pubblico, il manifesto di Trasparenze di quest’anno, Muovere utopie: «Ultimamente l’umanità assomiglia a un vecchio leviatano incastrato nella porta del tempo […]. Aiutiamo[lo] a sognare l’impossibile. Liberiamolo dalla sua gabbia di cinismo, egoismo e rassegnazione. Risvegliamolo. Riscuotiamolo. Rinnoviamolo. Ricominciamo insieme a muovere utopie».

Trasparenze Festival 2019_ ph. Chiara Ferrin

Foto Chiara Ferrin

Si sente, in lontananza, un timido cinguettio: il giorno si sta preparando, da qualche parte oltre le nuvole e la pioggia. Quando arriva, è ancora vestito da sera. «Il nostro cielo è grigio anche quando c’è il sole» legge Danio Manfredini nel Carcere Sant’Anna. Nel reading Divine, liberamente ispirato al romanzo di Jean Genet Nostra Signora dei Fiori, il blu della notte non diventa mai alba o, meglio, è l’unica alba possibile. I disegni di una storyboard, realizzati dallo stesso Manfredini come immaginario di un ipotetico film (approdato in palcoscenico nel suo Cinema Cielo), accompagnano e interpretano, su un grande telo bianco al centro della scena, la disperazione e la fierezza di amori nati, incompresi, sconfitti ai margini.
Siamo seduti fianco a fianco con i detenuti nella Sala Teatro. Uno di loro si alza e se ne va, seguito all’istante da un secondino. Forse Genet è troppo vero per essere teatro. La diversità non è esibita: è e basta. Loro sono la loro stessa storia, la vivono. D’altronde, non c’è alcun biglietto d’ingresso, come ha rimarcato l’esito del laboratorio di Teatro Ebasko nel carcere di Modena, tenuto poco prima di Divine.
«Sono il vomito di tutte le sbornie». «Sono il sale di tutti gli sbagli». Andare all’essenza, adesso, è andare verso, incontro, stringersi le mani, guardarsi negli occhi, sostenere e ricambiare gli sguardi. I torti o le ragioni che ci hanno guidato fino a qui non contano, conta che ci siamo tutti, insieme e uniti nel nome della scoperta reciproca. La severità è una posa del cuore che si riflette sul viso e poi subito scompare dentro un battito di ciglia.
Quando usciamo, siamo divisi. È un fatto, non si può cambiare. Accettarlo non significa rimuoverlo, vuol dire piuttosto aprirsi al dialogo tra sé e l’altro, il proprio e l’altrui, per accedere all’ignoto che sta nel mezzo: la relazione.

Trasparenze Festival 2019 - Caterina Moroni_ ph. Chiara Ferrin

Un.Habitants – Foto Chiara Ferrin

Partecipiamo allo scambio tra canto e ascolto, tra libertà e prigionia, ma è possibile anche l’impensabile: parlare con l’aldilà. Durante Un.Habitants | Per fare spazio a noi di Caterina Moroni nel Cimitero San Cataldo (progetto selezionato dai giovani della Konsulta tramite la Chiamata Spazi Urbani), diamo la nostra vita, tra gli altri, a Ines Scacchetti in Meschiari, e lei ci dà in cambio la sua morte. Balliamo A Little Less Conversation di Elvis vs. JXL, ci sdraiamo accanto alle lapidi, mentre da una ridda di voci emerge la sua, messaggera di tutte quelle che ci stanno intorno e non riusciamo a sentire.
All’ingresso ognuno ha avuto un fiore, un paio di cuffie e una mappa. L’esistenza è la scoperta di una tomba che non abbiamo scelto noi. Tuttavia morire – è il lascito più sorprendente di questa esperienza – è solamente un altro modo di vivere. Non fa niente se muori, c’è vita anche dopo, come parte del tutto che si trasforma. Su questa Terra rimane un’idea, un sogno, un’ombra che si allontana. Dopo, più nulla, eccetto le pietre, il marmo, il cimitero, per noi in visita e soprattutto per chi, anche oggi, è venuto a trovare un suo caro.

Trasparenze Festival 2019 - Simona Bertozzi_ ph. Chiara Ferrin

OHHHH – Foto Chiara Ferrin

La “terra lieve” che danza Simona Bertozzi nella Torre è un ritorno sui propri passi: cercare e prendere un’altra direzione. Essere più di essere, dire più di dire. OHHHH è acqua di fonte con cui bagnare il viso e lavare via le fattezze del dubbio. Tentativi di cammino per prove di volo senza vento.
Bertozzi parla del e al corpo. Sussurra parole come «upside down», «resistance», «balance», «the posture», «the volume», misurando lo spazio vuoto con l’impegno della sua presenza. Un rap di schiena, gomiti, gambe, a toccare un’identità, un centro nell’intorno e dentro che è in lei. «Ohhhh! è l’intercalare che le affiora alle labbra e punteggia il movimento, segnando dove riprendere e ridare fiato alla leggerezza.
Si tratta di una prima serie di appunti coreografici creati per ILINX – don’t stop the dance, che debutta alla Biennale Danza di Venezia 2019. È una ricerca ancora in atto, e quindi manca della nitidezza che viene della conquista dell’arrivo. Eppure, Simona Bertozzi incarna quel senso utopico di andare oltre sé, proprio dell’accendersi sotto i riflettori, molto più di Michela Lucenti nel pur compiuto Concerto Fisico al Teatro dei Segni.

Trasparenze Festival 2019 - Michela Lucenti - ph. Chiara Ferrin

Concerto Fisico – Foto Chiara Ferrin

La scenografia è una consolle sulla sinistra, da cui Tiziano Scali e Maurizio Camilli disegnano live il suono, uno scranno di legno sul fondo, con sopra due parrucche, e un ombrellone per terra a destra. Lucenti è in rosso bordeaux, Scali e Camilli sono in nero. Pare un campo e controcampo di strada, per gang da marciapiede che si contendono il controllo del loro quartiere.
La partitura fisica e vocale intende ripercorre e ridisegnare la storia della sua compagnia, Balletto Civile. «Un racconto musicale – scrive la danzatrice e fondatrice nelle note – un greatest hits sghembo e storto che non ha niente di nostalgico, per raccontare la storia di un gruppo attraverso i racconti di cui si è fatto veicolo». La sgangheratezza rivendicata, però, a nostro avviso non porta in dote sincerità oppure spontaneità, ma un disordine di segni che non diventa mai somma, tuttalpiù giustapposizione.
Michela Lucenti, quasi una Silvia Gallerano indemoniata, prende e posa in continuazione un quaderno e due microfoni. Balla, legge, canta, inseguendo un gioco di prestigio a cui manca completamente il prestigio. Il solo punto di sintesi è la sfocatura di gesti tronchi, frasi senza accenti, nella frenesia di una lingua un po’ italiana e un po’ inglese. «L’arte è dare tutto», ritma sul palco. Secondo noi, invece, è scegliere fra tutto. E, fatta la scelta, elaborare il pensiero da tramutare in azione.

La distanza della pratica con i materiali creativi rilevata fra OHHHH e Concerto Fisico è avvicinabile alla differenza di visione sui materiali umani che intercorre tra l’esito del laboratorio di TeatrInGestAzione con gli ospiti della Casa Protetta, In mezzo mar siede un paese mezzo guasto, e quello di quotidiana.com con il Gruppo l’Albatro, Sassolini.

Trasparenze Festival 2019 - Teatringestazione_ ph. Chiara Ferrin

In mezzo mar siede un paese mezzo guasto – Foto Chiara Ferrin

Al contrario del Teatro delle Ariette che, l’anno scorso, si concentrarono sulle loro memorie, Anna Gesualdi e Giovanni Trono hanno consegnato nelle mani degli anziani della casa di riposo modenese un immaginario che non appartiene a loro, ma che ugualmente li racconta, per come sono (diventati) ora. Così, La terra desolata di Thomas Stearns Eliot li ha riuniti a una grande tavolata rettangolare, le sedie a rotelle alternate a quelle comuni.
In mezzo mar siede un paese mezzo guasto comincia proprio dalle mani, metafora del fare, ricevere e dare: le alzano, abbassano, battono sul tavolo. Sembra una ginnastica dolce della rivolta, condotta da Gesualdi e Trono come il direttore fa con l’orchestra. Intanto, a capotavola, una signora spreme delle arance e ha un paio di cuffie antirumore alle orecchie, per non sentire l’amplificazione del suo gesto. Forse, è un omaggio spiritoso ai cantieri davanti a cui i pensionati si fermano per ore.
Si alza un vento registrato e li fa girare intorno, quanto può e possono, in processione, sino a tornare ai posti assegnati. C’è decisione e abbandono in questo lasciarsi trasportare in una specie di ironica veglia funebre da vivi, modulata dai versi di Eliot: «Noi che eravamo viventi stiamo ora morendo / con un po’ di pazienza».
Quando Anna Gesualdi tira la tovaglia e scorrono le spremute davanti a loro, ognuno prende la sua. Ci sono le bucce, ma c’è anche il succo. A questo brindano, «alla salute», con i bicchieri pieni di vitamina C. Finché ne resta da bere e sorridere.

Trasparenze Festival 2019 - quotidiana.com_ ph. Chiara Ferrin

Sassolini – Foto Chiara Ferrin

«Ci hanno distolto dalla paranoia della creazione» sostiene Paola Vannoni prima dell’avvio di Sassolini, riferendosi ai componenti del Gruppo l’Albatro. Difatti, i cittadini e gli utenti della Salute Mentale si presentano e si mostrano sul palcoscenico del Teatro dei Segni per quello che sono. Non c’è stato il tentativo, da parte di Vannoni e di Roberto Scappin, di dirigerli all’affermazione di altro da loro stessi.
Seduti a semicerchio, ali di uno schermo su cui fluiscono immagini di “fuori onda” o “backstage”, danno fondo a tutto quello che li fa arrabbiare, senza censure o filtri apparenti. Si tolgono apertamente più di una soddisfazione, levando dalle scarpe i sassolini del titolo. La politica, la difesa, il lavoro, Facebook, sono fra i bersagli di una deriva, per noi, caotica, a caccia di un senso di profondità nella disinvoltura dei nostri giorni. L’ironia che ne consegue assume forti tratti involontari: dipende da chi parla e come, più che da cosa viene detto.
In definitiva, la scena indica la strada affrontata già fuori. Trovarci qui o altrove non fa tanta differenza. La balena della realtà, liberata finora con l’immaginazione nel cielo dell’utopia concreta, per attimi interminabili è piombata a terra. Appesantita, paradossalmente, da Sassolini.

 

TRASPARENZE FESTIVAL 2019

direzione artistica Stefano Tè con la consulenza di Giulio Sonno
un progetto ideato da Teatro dei Venti e Konsulta
organizzato in collaborazione con ATER – Circuito Regionale Multidisciplinare, Coordinamento Teatro Carcere Emilia-Romagna, Teatro Ebasko
con il contributo di Comune di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena
con il patrocinio di Comune di Polinago

ELEMENTARE

un progetto e un’idea di Collettivo Amigdala (Meike Clarelli, Sara Garagnani, Federica Rocchi, Gabriele Dalla Barba, Silvia Tagliazucchi)
musiche originali Meike Clarelli
drammaturgia sonora Davide Fasulo, Meike Clarelli
conduzione coro Davide Fasulo
con le voci di Meike Clarelli, Elisabetta Dallargine, Vincenzo Destradis, Davide Fasulo, Fulvia Gasparini, Antonio Tavoni
produzione Periferico Festival 2018
con il contributo di Regione Emilia-Romagna e Comune di Modena

DIVINE

di e con Danio Manfredini
liberamente ispirato al romanzo di Jean Genet Nostra Signora dei Fiori
disegni di Danio Manfredini

UN.HABITANTS | Per fare spazio a noi

ideato da Caterina Moroni
realizzato all’interno di Arts’R’Public – European project co-funded by the Europe Creative Program – organized by Eurocircle in partnership with HausDrei (Amburgo, Germania), Sarabanda (Genova, Italia), Éclats de Lune (Marrakech, Marocco), Lézarap’art (Marsiglia, Francia)
con le voci di Aïcha El Beloui, Iris Keller, Caterina Moroni, Alessandra Serra Bernardt e Sophie Olive Unwin
suoni Claudio Raggi
produzione Caterina Moroni, mare culturale urbano e Associazione Culturale Sarabanda
con il sostegno MiBAC e SIAE nell’ambito del programma Sillumina 2017

OHHHH
Appunti per una nuova danza

di e con Simona Bertozzi
produzione Nexus 2019
con il contributo di Mibac e Regione Emilia-Romagna
con il sostegno di H(ABITA)T – Rete di Spazi per la Danza/Mousiké

CONCERTO FISICO 

di Michela Lucenti / Balletto Civile
ideazione e coreografia Michela Lucenti
creato e performato da Michela Lucenti
assistenza alla creazione Maurizio Camilli
disegno sonoro live Tiziano Scali e Maurizio Camilli
produzione Balletto Civile e Festival Resistere e Creare
con il sostegno di UFO – Residenze d’arte non identificate e MIBACT



Categorie:Danza, Novità, punti di vista, Recensioni, Reportage, Satura, Scena, Teatro

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