Maggio all’infanzia in quel di Monopoli: parte I

ILENA AMBROSIO | Monopoli, un acquerello dipinto con il bianco e l’azzurro di Puglia, ha accolto dal 16 al 19 maggio una parte degli appuntamenti – gli altri a Bari, Conversano e Napoli – della XXII edizione di Maggio all’Infanzia, dislocatisi tra il Teatro Radar e il Teatro Mariella, la Biblioteca Civica Rendella, con una serie di incontri curati dalla Casa dello Spettatore, e altri siti di interesse della città. Durante il festival, inoltre, è stato possibile scoprire il territorio grazie all’organizzazione degli educational tour del progetto Monopoli che spettacolo!, nell’ambito di Puglia 365 (fondo FESR Asse VI, Azione 6.8 POR Puglia FESR-FSE 2014/2020): visite nella città a cura di InfoPoint Monopoli e Sistema Museo.
L’accoglienza da parte della comunità ci è parsa certamente entusiastica ma ci saremmo aspettati di essere circondati da molte più persone sotto il metro e mezzo di statura.

«Mano nella mano – underline del festival [ndr] – viaggeremo attraverso fantastici scenari…» aveva anticipato la direttrice artistica Teresa Ludovico.
Abbiamo iniziato questo viaggio con Amici in(di)visibili degli Eccentrici Dadarò (da 6 anni). Un bambino rapito, Max  (Francesco Manenti) e il suo amico invisibile, Budo (Rossella Rapisarda) che si mette alla sua ricerca. Un bambino speciale, «che vive soprattutto in se stesso», che non ama essere toccato e che ha trovato in quell’amico la propria coperta di Linus. Su un angolo della scena un alto lampione e una panchina sgangherata, dalla quale il simpatico e dolcissimo personaggio – variopinta e accogliente la voce di R. Rapisarda – racconta della sua amicizia con Max e dell’avventura, lunga una notte, per salvarlo. Dalle parole scaturiscono immagini cartoon, proiettate sul fondale,  e sulle quali si stagliano le azioni, fantasiosa sintesi tra danza e mimo, dei personaggi evocati – tutti interpretati dal bravissimo Manenti.

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Davvero bella la partitura luminosa (scene e luci di Michelangelo Campanale) che accompagna con puntualità e fantasia gli snodi del racconto. E bella pure la collezione di effetti sonori, semplici ma sempre coerentemente evocativi.

Eppure la drammaturgia ci è parsa davvero troppo carica. Alla tenera amicizia tra Max e Budo e alla delicata questione dell’autismo – posta con dolcezza e discrezione, va detto –, si aggiungono i bulli della scuola, il dramma della rapitrice che ha perso un figlio (e allora ci dispiace un po’ anche per lei); il bambino in coma cui è legato un secondo amico immaginario (ecco perché è tanto scontroso, poverino!); e poi tutto il “dissidio interiore” di Budo tra la paura di sparire e il desiderio di salvare Max. Lo salverà, alla fine, e lo lascerà andare per la sua strada in una conclusione forse un po’ iperglicemica: «Max sarò sempre con te… Ce l’hai fatta da solo».
Insomma, un lavoro che ha tutte le carte sceniche e registiche in regola, che parla ai bambini e sa come farlo, ma che avrebbe bisogno di essere asciugato e semplificato dal punto di vista drammaturgico, dotandosi di una maggiore pulizia anche rispetto a quanti temi affrontare.

La medesima cura estetica l’abbiamo ritrovata Nel castello di Barbablù di Kuziba Teatro (da 7 anni) nel quale l’inquietante favola di Perrault (presente nel programma del festival anche con Barbalues di Teatri di Bari/Kismet) è inserita in una poetica e insieme minacciosa cornice onirica. Sulla sinistra del proscenio un piccolo e compatto letto a castello nel quale Bianca (Annabella Tedone) e suo fratello (Livio Berardi) bisticciano ritardando il momento della nanna: un bel déjà vu di una scena del Peter Pan disneyano che diverte non poco i bambini in sala. Bianca è spaventata da un sogno ricorrente e infatti, appena Morfeo la accoglie tra le sue braccia, la viosionarietà investe la scena. Sul telo sabbia semi trasparente che la copre proiezioni di simboli stilizzati evocanti il sogno scendono a cascata sulle splendide note di Speed Limit, A Night Ride di Ezio Bosso (suoi i brani di un’ispirata colonna sonora) e due strambi personaggi illuminati dall’alto da lampade che portano in spalla, fanno da “addetti” al sogno, rapendo Bianca dormiente e trascinandola al di là di quel limite. Affascinanti e originali queste figure (Rossana Farinati e lo stesso Berardi) che impersonano il processo onirico a mo’ dei personaggi/funzioni di Inside Out.
Alzatosi il telo siamo nel sogno e nella storia.

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Il racconto procede con levità concretizzandosi nella mutevolezza della splendida scenografia realizzata da Bruno Soriato. Il portone del castello di Barbablù è un’istallazione su ruote che cela un’ampia pedana inclinata e che, spostata a mano dagli interpreti, diventa con loro un tutt’uno restituendo le ambientazioni e gli snodi fondamentali della vicenda. Dall’alto del portone appare la sinistra figura in nero di Barbablù (ancora l’infaticabile Berardi) che fa scivolare indosso a Bianca l’abito da sposa; la pedana si fa tavolo, dall’alto del quale l’oscuro signore lascia cadere le chiavi delle stanze del castello verso la giovane. Ma soprattutto, aprendosi inaspettatamente – Ohhh! – la struttura svela le porte dalle quali Bianca entra ed esce entusiasta, liberando fasci di calda luce dorata, riverbero delle meraviglie che le stanze celano. Fino all’ultima porta, quella centrale: una luce rosso sangue, l’urlo di Bianca e proiezioni sul telo di nuovo calato a raccontare simbolicamente l’orrore di quella stanza.

La recitazione è schietta e pulita, l’attenzione al dettaglio scenico è scrupolosa, specialmente nel mettere in relazione i corpi dei personaggi all’installazione mobile creando tableaux d’effetto. Splendidi il disegno luci e le scelte musicali. Tuttavia pare mancare una più approfondita lettura della vicenda – certamente pregna di potenziali spunti di riflessione. La scelta di Bianca di proseguire il sogno, affrontando così, catarticamente, la paura e il cattivo, ci pare un sottotesto pedagogico un po’ debole o forse non pienamente sviluppato. Come anche l’improvviso coinvolgimento di un bambino in sala cui far scoccare una freccia contro l’assassino – accolto con entusiasmo però dagli amici del novello eroe – si inserisce quasi forzatamente in un lavoro che era, fino a quel momento ricorso a tutt’altro tipo di linguaggio, propriamente narrativo, da libro di fiabe.

L’impressione generale su questi esiti è che una lodevole cura estetica, che molto attinge dallo stile di Michelangelo Campanale, non riesca a essere sorretta da una lettura drammaturgica altrettanto profonda e definita, lasciando estasiati i sensi ma poco sollecitata l’intelligenza.
Parliamo, comunque, di due debutti nazionali che senza dubbio avranno tempo di affinarsi e sviluppare le proprie indubbie potenzialità.

Tutt’altro discorso vale per Ulisse. Nessuno è perfetto di Crest (da 12 anni, anche questo in compagnia di un “omonimo”: ERaULISSE – l’ultimo viaggio di La Baracca) in cui non mancano una lettura e una prospettiva del tutto originali sulla vicende dell’eroe omerico. Lo capiamo immediatamente. La voce di Muddy Waters con la sua Mannish Boy – prima traccia di una playlist blues davvero “rock” e strettamente intrecciata alla drammaturgia – accompagna l’apparizione di una figura (Salvatore Marci) in posa alla Elvis su una grande pedana inclinata al centro della scena (una “firma” di Bruno Soriato evidentemente). Pantaloni e  camicia sportivi, berretto rosso, tenta di salire verso il sole, un riflettore posto dietro un velino, ma continuamente inciampa e cade. Recepito: questo Ulisse non è un eroe invincibile.

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La scena è il Blues Bar della procace Calipso (Simonetta Damato) dove Ulisse racconta le vicende che hanno fatto di lui una celebrità, entusiasmando la giovane donna e un impresario che tenta di curare la sua immagine (Giuseppe Marzio).
Il lavoro sembra muoversi su due livelli. Il primo si affida proprio a questa figura di un Ulisse star, che ostenta con orgoglio le proprie prodezze; racconto condensato in una rapsodica scena da musical “carnevalesco” sulle note di Shout dei The Isley Brothers. L’umorismo è denso e coinvolgente, non c’è che dire, e abilissimi sono gli interpreti nel tenere il ritmo serrato della scena impersonando più ruoli (fatta eccezione per Ulisse).
Ma c’è un secondo piano di lettura che in qualche modo spegne il luccichio alla Broadway. Ulisse è un bugiardo, le cose che racconta sono solo fantasie: glielo ripete di continuo Calipso, glielo rinfaccia Palamede (Nicola Conversano), protagonista di un episodio per nulla edificante della storia di Ulisse. Ma soprattutto glielo rimprovera una Penelope (ancora la Damato) versione vamp, in scintillante abito da sera.
Tornato a Itaca Ulisse trova una moglie disillusa, ben lontana dalla fida Penelope omerica, e un figlio che non conosce. Telemaco è una voce è fuori scena che racconta la mancanza di un padre e poi il dubbio di averne, oramai adulto, ancora bisogno: «Mi hai raccontato le favole che non mi hai mai raccontato da piccolo. Ma mi serve ancora un padre?».
Ulisse invincibile. L’ingegno di Ulisse. Ulisse l’eroe. Qui Ulisse è un uomo come tanti, forse anche un po’ patetico nel suo desiderio fanciullesco – sul berretto rosso un ultimo flash di luce – di continuare, ancora e ancora, a inseguire la gloria.
Afferriamo l’idea di voler rappresentare il lato umano troppo umano di una figura mitica, di evidenziare le ripercussioni di un accanito desiderio di onore sugli affetti familiari. Ma si tratta di dinamiche assolutamente estranee alla “mentalità” omerica per la quale quella gloria era il valore supremo. Ulisse è un eroe, non un uomo. Farlo uomo, così tanto uomo, priva un po’ di un caposaldo dell’immaginario mitico collettivo che andrebbe preservato, soprattutto per le nuove generazioni.

Un’operazione, questa di Crest, complessa sia dal punto di vista registico che drammaturgico, che fa dell’humor amaro e spesso straniante la propria cifra senza disdegnare, però, momenti più lirici: un’articolazione che si coglie con una buona dose di attenzione e impegno da parte dello spettatore, anche adulto. Ci chiediamo perciò se una tale – apprezzabile, chiariamolo – densità di segni non conduca a un esito difficilmente accessibile e  poco immediato. Non dimentichiamo che stiamo facendo teatro per ragazzi.

 

AMICI IN(DI)VISIBILI (debutto nazionale)

di Fabrizio Visconti, Rossella Rapisarda
regia Fabrizio Visconti
con Rossella Rapisarda, Francesco Manenti
scene e luci Michelangelo Campanale
costumi Maria Pascale
design multimediale Leandro Summo
musiche originali Marco Pagani
foto Andrea Martinez
produzione Eccentrici Dadarò
Con il sostegno di TRAC (Compagnia La Luna nel Letto/ Teatro Comunale di Ruvo di Puglia) e Ass. Ca’ Rossa/Comune di Sasso Marconi

 

NEL CASTELLO DI BARBABLÙ (debutto nazionale)

con Livio Berardi, Rossana Farinati, Annabella Tedone
video animazioni Beatrice Mazzone
disegno luci Tea Primiterra
scene Bruno Soriato
regia e drammaturgia Raffaella Giancipoli
produzione Kuziba Teatro
con il sostegno di Sistema Garibaldi, Regione Puglia

 

ULISSE. NESSUNO È PERFETTO (debutto nazionale)

testo Paolo Gubello e Salvatore Marci
regia Salvatore Marci
con Nicola Conversano, Simonetta Damato, Salvatore Marci, Giuseppe Marzio
scene Bruno Soriato
costumi Maria Pascale
luci Tea Primiterra
video animazioni Nicola Sammarco
assistenza alla regia Paolo Gubello
tecnici di scena Walter Mirabile e Vito Marra

 



Categorie:Novità, Satura, Scena, Teatro

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