Maggio all’infanzia: parte II

MARIA FRANCESCA GERMANO | La fiaba, nucleo di archetipi propri dell’umanità tutta, è dall’inizio dei tempi portatrice di intenti pedagogici primari; valicando processi di immedesimazione e liberazione i bambini vivono profondamente le storie narrate  –  spesso viaggi crudeli e angoscianti nelle paure più intime dell’inconscio – , riemergendone con interrogativi e competenze nuove, come quella di saper discernere il bene dal male tenendosi a distanza di sicurezza dall’uomo cattivo.

Il teatro per ragazzi, uno dei luoghi in cui le fiabe si animano, ha quindi la grossa responsabilità di creare la complessa relazione tra arte e messaggio pedagogico nella delicata fase evolutiva dello spettatore.

Ed è proprio l’ambiguità del messaggio finale trasferito al piccolo spettatore il limite più grande, a nostro avviso, del lavoro prodotto da Teatri di Bari/Kismet: Barbablues, di Lucia Zotti (anche regista con Danilo Giuva).

La storia – per bambini dai sei anni – , messa in scena al teatro Radar di Monopoli nell’ambito del Festival Maggio all’infanzia, rivisita la celebre fiaba Barbablù, storia di un uxoricida scritta da Perrault nel XVII secolo. Il nostro Barbablù (Mino Decataldo) non uccide mogli ma colleziona bambole: bambole umanizzate, bambole con le quali fa colazione e parla, bambole che tiene prigioniere e che costringe a servirlo, bambole che maltratta e verso le quali non nutre alcuna empatia.

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In una cornice abitata da elementi scenici semplici come finte pareti/mobili e un varco classicheggiante, l’ombroso Barbablù è sempre accompagnato da un omino (Michele Biancofiore) sorridente e gentile – forse il suo alter ego buono – che, quando non impegnato a rabbonirlo, pizzica con destrezza  note di un malinconico blues scandendo i tempi lenti – troppo lenti –  della recita.
Passando davanti a una vetrina, il cupo signore vede una bambolina bionda vestita di rosa – animata dalla brava Monica Contini –, una bambola speciale dal cuore vero e pulsante, e ne è conquistato. La compra, la porta a casa, la seduce con ogni genere di regalo, la confonde con giochini psicologici del tipo “puoi ma non devi”, la relega a uno stato di soggezione mentale incutendole un timore latente.
Sarà per la tristezza del blues, sarà per il ritmo lento, sarà per l’orario (siamo qui dalle 9.00!): non riusciamo a farci rapire dalla storia.

Come nella fiaba originale, un giorno, approfittando dell’assenza dell’uomo, la bambola, vinta dalla curiosità, usa la chiave per aprire la porta segreta che Barbablù le aveva intimato di lasciar chiusa. E in una scena splatter alla Tarantino, corpi mutilati di bambole piovono dall’alto, innescando l’alert: uomo da cui scappare!.

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La bambolina che, dopo la macabra scoperta diventa una donna in carne e ossa, infatti fugge, spezzando il cuore del “povero” Barbablù, il quale prova così tanta nostalgia da scoprirsi perdutamente innamorato e, senza attraversare espiazione alcuna, diventa improvvisamente buono. A suggellare la metamorfosi, solo l’espediente di un cuore rosso a metà che il suo amabile alter ego gli punta sul petto; non c’è un processo di riabilitazione o, comunque, allo spettatore non è dato assistervi.
Non solo l’orrendo Barbablù non soccombe come nella fiaba originale e non sconta nessun tipo di punizione ricostituendo l’ordine morale delle cose, ma, addirittura, riesce a riconquistare la fanciulla nel più classico dei finali “…e vissero felici e contenti”, ballando.

Forse l’epilogo del racconto drammaturgico voleva mostrare il percorso psicologico di superamento dell’ingenuità, una riflessione sul coraggio delle proprie scelte  e sulla forza di sostenere le proprie opinioni superando la paura delle conseguenze.
Forse, ancora, voleva rivelare che la parte buona di ogni uomo può avere la meglio sul Barbablù presente in ciascuno di noi; del resto all’inizio dello spettacolo una voce rassicurante ci aveva preparato con l’incipit: «La parte migliore di lui si china a guardare l’altra e la trova deforme e ne prova ribrezzo».
Ma tra le zone d’ombra di una società in cui ordinarie cronache di violenza di genere passano continuamente sotto i riflettori, ogni giorno centinaia di donne restano vittime di amori malati, e il messaggio ingenuamente lasciato allo spettatore a noi sembra invece pericoloso. Quasi un soprassedere all’orrore. Un orrore che si può finanche accettare e accogliere.

E no che non vissero felici e contenti!!
Bambine, da Barbablù si scappa e non si ritorna nemmeno se vi sembra diventato buono!!!

Subito dopo, al teatro Mariella di Monopoli, in scena Don Giovanni in carne e legno da Molière di Teatro Gioco Vita/Tap Ensemble, per un pubblico da 14 anni in su.

Don-Giovanni_254524614520ad66-1024x682Si ride. Si ride tantissimo. Si partecipa e ci si emoziona anche. L’originale idea di far recitare insieme attori e guarattelle (i burattini napoletani), mescolando i codici espressivi della Commedia dell’Arte e del Teatro di Figura, con inneschi di teatro contemporaneo, toni a tratti cabarettistici  e note in stile musical, ci piace moltissimo.

Nelle note di regia Ted Keijser decrive il lavoro come basato su scritture scomparse e ritrovate dal determinato e passionale burattinaio Luca Ronga e sugli studi della figura di Don Giovanni fatti da Nicola Cavallari, esperto di maschere della Commedia dell’Arte: «…a me il compito di raccogliere la loro ricerca e insieme creare uno spettacolo con l’impertinenza del burattinaio, l’inventiva e il grottesco della maschera e lo spirito della Commedia dell’Arte, del teatro popolare, delle sagre, delle processioni e dei riti locali».

In scena, gli espressivi burattini a guanto creati da Brina Babini nel suo Atelier della Luna e guidati da Luca Ronga si misurano incantevolmente con i protagonisti in carne e ossa: Nicola Cavallari,  Eleonora Giovanardi e Gianluca Soren e con l’ombra di Don Giovanni, figura dalle dimensioni reali animata a vista dal suo doppio umano. Gli attori, indossando di volta in volta le bellissime maschere create da Andrea Cavarra e annullando le distanze tra palco e platea, assumono i panni dei vari personaggi evocando le vicende dell’irriducibile Don Giovanni al quale «se dai un dito ti porta via anche il marito».

Unico elemento scenico: una baracca da burattinaio posta al centro del palco da cui, come per magia, si dipanano le storie dei protagonisti tra parole, giochi e musiche (di Andrea Mazzacavallo), in un ritmo che non cala mai in tutta la pièce. Non si può non ridere davanti agli irresistibili duelli a bastonate tra i burattini e alle interazioni degli stessi con gli attori in un meraviglioso andirivieni per le scale del palazzo di legno.

Don_Giovanni2In un susseguirsi di duetti comici, gag ironiche e canzoncine spassose, gli attori, bravissimi, tra colpi di scena e momenti di alta improvvisazione, ci conducono con maestria nelle traversie del dissoluto ingannatore che verrà infine punito in un esilarante aggiramento finale della versione classica. Don Giovanni burattino viene impiccato nel teatrino per mano dell’esasperato servo Pulcinella. Nessuna morte eroica. Nessun fuoco dell’inferno. Per questa volta nessun diavolo è stato scomodato.

Ad aprire l’ultima giornata del Festival al teatro RadarCostellazioni. Pronti, partenza….Spazio!, uno spettacolo per bambini dai 4 anni di Sosta Palmizi e I Nuovi Scalzi, creato da Savino Italiano, Olga Mascolo, Anna Moscatelli (anche interpreti) e Giorgio Rossi (anche coreografo e direttore artistico).

Tra delicate note musicali, un flebile bagliore fa capolino nel buio del palcoscenico. Una vocina incantata risuona in sala : “Uhh… una stella!”. Meraviglia.
Si accende una seconda luce: “due stellee!!”, una terza, una quarta … una nona lucina: “quante stelleeee!!!”.
I punti luminosi si muovono in una dolce danza creando immagini di quelle che sembrano costellazioni. La voce registrata fuori campo di Margherita Hack ci ricorda che: «nella nostra galassia ci sono quattrocento miliardi di stelle, e nell’universo ci sono più di cento miliardi di galassie. Pensare di essere unici è molto improbabile».

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Fra pianeti e corpi celesti, tre artisti, in una danza sempre in equilibrio tra spazio e materia, librati come astronauti nell’atmosfera rarefatta dell’infinito, ci accompagnano in un viaggio sensoriale ed esperienziale nel vuoto intergalattico alla ricerca di nuovi pianeti e forme di vita.
Ad aiutarli una stramba pluriaccessoriata carrozzina spaziale. Tifiamo per loro mentre con tentativi giocosi e bizzarri cercano di metterla in moto; ci emozioniamo vedendoli danzare tra le particelle umide del fumo di scena, ci chiediamo come facciano a far sembrare sospese grandi palle simili a pianeti; seguiamo attenti toccanti proiezioni avvilupparci in sala, ci chiediamo perché a un certo punto la performer canti e balli musica sudamericana facendo roteare la coda nello sbuffo rumoroso della carrozzina spaziale.

Ci perdiamo  spesso tra  simboli e segni. Non sempre capiamo quello che gli attori fanno in scena. Forse ci sfugge anche chi siano in realtà e quale sia il loro obiettivo. La vocina di prima, infatti, a un certo punto echeggia in un: “ma chi è quello?”. Già, chi è?
La locandina ci dice che si tratta del professor Radar e che le due danzatrici, vestite con i colori di Marte e della Luna, sono le professoresse Bussola e Calamita.
A chiudere il cerchio alla fine del viaggio ritorna la danza delle costellazioni e ancora la voce di Margherita Hack  che ci invita ad aver cura della Terra che, per ora, resta l’unico pianeta su cui possiamo contare.

Uno spettacolo delicato, poetico, che stimola i sensi e la fantasia; tuttavia, a nostro parere, manca un sostrato drammaturgico che, pur connotato dall’assenza di parola, possa rendere meglio identificabili i personaggi, i loro obiettivi e quello che fanno per raggiungerli: sostanza di una storia che un bambino possa anche raccontare.

 

BARBABLUES (debutto nazionale)

testo Lucia Zotti
drammaturgia e regia Lucia Zotti e Danilo Giuva
con Monica Contini, Mino Decataldo, Michele Biancofiore
musiche dal vivo Michele Biancofiore
disegno luci Gianvito Marasciulo
scene e costumi Lisa Serio
produzione Teatri di Bari/Kismet
illustrazione Valeria Puzzovia
si ringraziano per la collaborazione Daria Paoletta e Rossana Farinati

 

DON GIOVANNI IN CARNE E LEGNO (debutto regionale)

da Molière
con Nicola Cavallari, Eleonora Giovanardi, Gianluca Soren
guarattelle Luca Ronga
regia Ted Keijser
musiche e canzoni Andrea Mazzacavallo
disegno e realizzazione scene e guarattelle Brina Babini-Atelier della Luna
maschere Andrea Cavarra
disegno luci Maddalena Maj
ombre Federica Ferrari
testo Nicola Cavallari e Luca Ronga
adattamento Ted Keijser e Tap Ensemble
costumi Licia Lucchese
produzione Teatro Gioco Vita, Tap Ensemble
in collaborazione con Atelier della Luna, Balrog, La Bagatella, Teatro delle Temperie

 

COSTELLAZIONI. PRONTI, PARTENZA…SPAZIO!

creazione Savino Italiano, Olga Mascolo, Anna Moscatelli, Giorgio Rossi
ideazione coreografica e direzione artistica Giorgio Rossi
interpreti Savino Italiano, Olga Mascolo, Anna Moscatelli
disegno luci Andrea Margarolo
esecuzione tecnica Piermarco Lunghi, Tea Primiterra
oggetti di scena Bruno Soriato
produzione Associazione Sosta Palmizi e I Nuovi Scalzi

 

 

 

 

 



Categorie:Novità, Recensioni, Scena, Teatro

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