Il teatro fuori dal teatro: in carcere e con gli studenti

LAURA BEVIONE | Entrare in carcere è sempre un’esperienza vagamente straniante: si lasciano borsa e cellulare in auto e così, quasi “nudi”, si passano controlli e cancelli, che il sorriso delle affabili guardie carcerarie non rendono tuttavia più rassicuranti.
Il Lorusso e Cotugno di Torino non è un carcere di massima sicurezza e, anzi, è caratterizzato da una qualità della vita più che accettabile – benché si tratti pur sempre di una prigione. Una palazzina è destinata alle mamme con bambini piccoli; ci sono i laboratori di falegnameria e di panificazione; i corridoi che percorriamo sono stati dipinti con colori accessi, grazie alla collaborazione con il Primo Liceo Artistico. E c’è una biblioteca, inserita nel sistema bibliotecario cittadino, e fruibile liberamente dai detenuti.

Proprio in biblioteca, grazie al lavoro del bibliotecario ma anche attore e regista Marco Monfredini – anima della compagnia Anticamera Teatro -, è nata una lettura teatrale, appassionata e avvincente, incarnata da attori-detenuti e ispirata a L’aumento: un racconto di Georges Perec, maestro francese dell’esercizio di stile, che fu membro dell‘OuLiPo, un gruppo di scrittori e matematici che mirava a creare opere applicando vincoli e restrizioni alla propria scrittura.
La scelta di quest’autore, dunque, non è casuale in un luogo identificato proprio dalla restrizione alla libertà di chi lo abita – detenuti, certo, ma pure guardie carcerarie, operatori e, per circa un’ora e mezza, anche noi pubblico.

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Il testo di Perec narra del tentativo compiuto da Lei, impiegato che si presuppone fedele e diligente, di chiedere un aumento di stipendio al proprio capoufficio. Situazioni che si ripetono uguali, salvo varianti minime, fino a un surreale crescendo.
Una narrazione fondata sulla forma – accuratissima e arguta – che, nondimeno, è anche sostanza. La ripetitività, l’obbligo della semplificazione anche in situazioni complesse, la prevedibilità di comportamenti ed eventi e l’imprevedibilità del destino.
Marco Monfredini individua dunque in Perec un autore esemplare per avvicinare al teatro i suoi tre detenuti-attori o, meglio, solo attori: in camicia bianca, gilet blu e un paio di jeans, ciascuno di fronte a un leggio benché, nel corso della serata, essi si scambieranno più volte il posto.
Il trio, affiatato come una compagnia di lungo corso, legge il testo con professionalità e ironia, variando tonalità e ammiccando l’uno all’altro allorché vengono pronunciate parole quali “libertà” ovvero “detenzione”.

Un “divertissement teatrale”  – inserito nel cartellone di eventi del Salone del Libro OFF – che offre sorrisi intelligenti agli spettatori. Una performance accurata e professionale, coinvolta e autoironica. Una performance teatrale a tutti gli effetti, agita da attori che, per puro caso, non potranno venire a cena con noi spettatori dopo lo spettacolo…
Ma il merito di Monfredini è proprio quello di trattare tematiche inevitabilmente legate allo “stato” dei suoi tre interpreti, senza tuttavia enfatizzare né sottolineare la loro particolare condizione. Nella convinzione che fare teatro in carcere serva in primo luogo a rimettere nella giusta luce l’umanità degli attori, appunto, uomini solo temporaneamente privati della loro libertà.

Un teatro della realtà assolutamente reale, fatto da non professionisti e che è in grado di  regalare emozioni immediate eppure non superficiali, così come avviene da ben diciannove anni con Lingue in scena, il festival studentesco europeo di teatro plurilingue, promosso dal Comune di Torino insieme a Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani, Goethe Institut e Schulen: Partner der Zukunft. Dal 13 al 16 maggio studenti provenienti da scuole superiori di Torino e di altre città italiane, di Francia, Romania, Germania, Grecia e Irlanda, hanno proposto gli spettacoli realizzati nei propri istituti.

Il momento clou della rassegna – la cui anima è sicuramente Stefania Ressico, attrice ed impiegata del comune di Torino da un anno in pensione ma ancora impegnatissima – è la performance finale, allestita in appena cinque giorni di intense prove sotto la guida del regista Marco Alotto.

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Dopo avere affrontato Amleto e Re Lear ma pure l’Odissea, quest’anno il testo scelto è stato Woyzeck, il capolavoro incompiuto di Büchner che è stato trasformato in una messinscena multidisciplinare e felicemente corale.
Sul palcoscenico, accanto alla scena principale, musicisti e cantanti – fra i quali una studentessa polacca che, dopo aver partecipato con la propria scuola all’edizione del’anno passato di Lingue in scena, è voluta ritornare, organizzando e pagando da sola il viaggio – che accompagnano e chiosano l’azione, interagendo creativamente con la messinscena.
Si susseguono animate scene corali – il battaglione di Woyzeck, i suoi compaesani, le amiche di Marie – ai duetti fra il protagonista e l’amata, dalla quale ha avuto un bambino. E la coppia si sdoppia e persino si triplica: ciascuna agisce in un’area diversa del palcoscenico, magari delimitata da un sipario trasparente, creando una suggestiva moltiplicazione in profondità.
E poi le scene con il medico che sottopone Woyzeck a insulsi e inumanamente grotteschi esperimenti e, anche in questo caso, il personaggio è interpretato contemporaneamente da più attori, che recitano ciascuno nella propria lingua – e si distingue la bravissima “dottore” romena.

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La particolarità più evidente dello spettacolo finale di Lingue in scena è proprio quella di essere plurilingue: non ci sono sovrattitoli né traduzioni simultanee e, daltronde, entrambi risulterebbero superflui e distraenti poiché quanto avviene in scena risulta pienamente comprensibile.
C’è, per esempio, il medico che si rivolge in inglese a un Woyzeck che risponde in italiano – e pure con una lieve inflessione piemontese: la comunicazione è comunque fluida e chiara,  a testimoniare, da una parte, la concreta e reale universalità del linguaggio teatrale, fatto di parole, gesti ed espressioni facciali; dall’altra, il desiderio di dire e di farsi capire che anima i giovani interpreti.
Essi compongono un ensemble compatto e affiatato, malgrado le diverse provenienze nazionali e il tempo relativamente breve trascorso insieme. Una compagnia temporanea che sa plasmare uno spettacolo che nulla ha da invidiare ad allestimenti realizzati da professionisti e, in effetti, dispiace che esso viva soltanto per una serata; meriterebbe una tournée vera e propria e destinata a un pubblico eterogeneo, non esclusivamente alle scuole.

Una messinscena assai curata – movimenti e cambi di scena avvengono con precisione certosina e ognuno dei numerosi interpreti mostra di conoscere e di saper eseguire alla perfezione la parte/le parti che gli sono affidate.
La tragedia di Woyzeck, così, è ritratta nella sua disperante banalità, nella gratuità e nella spensieratezza del male compiuto nei confronti dell’ingenuo protagonista, condotto a uno stato di esasperazione tale da convincerlo all’atto criminale finale.
Lo spettacolo avvince, grazie alla musica dal vivo, alle inventive videoproiezioni – anch’esse realizzate da adolescenti, allievi di un istituto superiore torinese – e al ritmo costantemente incalzante; e commuove per la capacità degli studenti/attori di introiettare e rielaborare in modo originale le emozioni e i sentimenti dei loro personaggi.

Ancora una volta, Lingue in scena raggiunge il suo obiettivo, quello individuato al momento dell’ideazione del progetto: non soltanto proporre uno spettacolo bello e interessante ma riconoscere e portare alla luce il desiderio di espressione di sé comune agli adolescenti di qualsiasi longitudine.
Lunga vita, dunque, a Lingue in scena, una delle più sonore testimonianze dell’esistenza reale di un’Europa unita, al di fuori dei palazzi del potere nazionali: un’Europa entusiasta e vitale che chiede di essere ascoltata e guardata negli occhi.

 

L’AUMENTO

divertissement teatrale liberamente tratto dall’omonimo racconto di Georges Perec
regia Marco Monfredini
interpreti Angelo, Loris, Stefano

Biblioteca Centrale Casa Circondariale Lorusso e Cotugno, Torino
13 maggio 2019

 

WOYZECK

di Georg Büchner
regia, scene e costumi Marco Alotto
con la collaborazione di Stefania Ressico
scenografie virtuali a cura di Istituto Professionale Statale Albe Steiner
movimenti coreografici Maria Cristina Fontanelle
contextual manager Miguel Angel Dagapinos
musica dal vivo Nicola Segatta, Dj Gips, Luigi Giotto Napolitano
interpreti studenti provenienti da istituti superiori di Torino, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Romania

Casa Teatro Ragazzi e Giovani
Torino, 17 maggio 2019



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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