Il teatro è un presidio di libertà. Intervista a Fabio Marceddu e Antonello Murgia | Teatro dallarmadio

FRANCESCA GIULIANI | In attesa di assistere ad Alfonsina Panciavuota al Festival Primavera dei Teatri (in scena stasera, alle 22.00, al Teatro Sybaris) abbiamo incontrato Fabio Marceddu e Antonello Murgia, Teatro dallarmadio, che ci hanno raccontato qualcosa in più di questo nuovo lavoro e del loro progetto artistico.
La compagnia Teatro dallarmadio è nata nel 2004 e ha ricevuto diversi premi tra cui il Premio Scenario per Ustica Menzione Speciale a Rivelazioni (2007) e il Primo Premio al Festival Internazionale L’altro Teatro di Lugano con Bestie feroci (2007).

Francesca Mu e Davide Pioggia

Foto Francesca Mu e Davide Pioggia

Iniziamo dal principio. Come nasce la compagnia Teatro dallarmadio e da dove questo nome? 

FM: Il Teatro dallarmadio nasce dall’incontro Antonello Murgia e me durante uno spettacolo per il Festival dei Segni Barocchi di Foligno. Dopo due anni le nostre idee artistiche hanno preso forma e abbiamo deciso di crescere insieme. Il nome nasce, invece, in occasione del Premio Dante Cappelletti al Teatro Valle: eravamo in concorso con Risvegli, insieme all’attrice e cantante lirica Tiziana Pani e, durante lo spettacolo, uscivamo da un armadio. Il tecnico ci chiese come ci chiamavamo e noi rispondemmo “Siamo quelli che escono dall’armadio”. Da li è nato il nome.

Qual è stato il vostro personale percorso di formazione e l’incontro che ha rivoluzionato il modo che avevate di pensare il teatro ?

FM: Mi sono formato all’Accademia d’arte drammatica della Calabria e ho avuto tanti maestri (da Piccardi a Lucignai, da ALejandra Manini a Franco Però); poi con l’Ecole de Maîtres ho incontrato Arias, Fo e Vasiliev. Considero maestri anche Marco Gagliardo, Eleonora Bruni, ma credo che colui che abbia fatto da trait d’union fra tutti sia stato  proprio Antonello Murgia.

AM: Io ho iniziato a studiare come attore con Massimo Zordan e Francesco Origo e ho debuttato nel 2002 nella loro compagnia. Da sempre, oltre al teatro, il mio pensiero si è rivolto anche al cinema. Nel 2012 mi sono diplomato in regia cinematografica all’Accademia Michelangelo Antonioni e tra i miei insegnanti c’erano Max Croci, Roberto Gagnor, Roberto Mozzarelli, Murray Abraham. L’incontro che ha rivoluzionato e completato non solo la mia formazione ma il mio modo di lavorare è stato quello con Lella Heins. Ho, poi, studiato chitarra classica e armonia. Attualmente sono il compositore, con Bruno Tognolini, delle canzoni e degli inni del festival di letteratura per ragazzi Tuttestorie. 

Il vostro teatro si occupa di attualità in senso non cronachistico, ma piuttosto cercando di attivare uno sguardo critico e politico. In che modo innescate il  dialogo con il sociale e qual è, secondo voi, il ruolo del teatro oggi?

Il teatro è sociale quando presta voce e orecchio a quelle frange di società che rimangono inascoltate. Sono anni che, anche attraverso i nostri laboratori, collaboriamo con “mondi altri” legati per esempio all’oncologia: da diverso tempo teniamo un laboratorio permanente, dal nome Orcoillogico, formato da un gruppo di donne guerriere che hanno lottato e che lottano contro il cancro e con loro abbiamo dato vita a uno spettacolo intitolato Baijicca (che significa ‘chissà’).
Il teatro è un presidio di libertà, di utopia, di possibilità. Il teatro è un luogo/non luogo, un tempo/non tempo, uno spazio/non spazio di pensiero, di scambio di idee, di emozioni reali in un mondo ormai digitale e virtuale; è un luogo dove il sudore a volte puzza ma dove ancora battono i cuori, un battito che è lontano anni luce dalla ritmica quotidiana delle tastiere o dei beep che ti avvisano, fastidiosi come zanzare, per ogni cosa e in ogni istante. Il teatro è il mondo dove ancora ci si incontra, è cerimonia laica di resistenza all’indifferenza e alla globalizzazione del pensiero televisivamente indotto. L’arte è politica, è verbale, fisica, viscerale nel momento in cui sceglie di essere altro, quel  non vissuto non come negazione ma come affermazione del no, di fronte a un collettivo che sa di menti obnubilate e telecomandate.

Nel lavoro F.M. e il suo doppio la narrazione parte da un’introspezione autobiografica per arrivare a riflettere sul teatro stesso. Ora, invece, costruite questo nuovo personaggio, Alfonsina Panciavuota, per raccontare al pubblico una storia dal sapore antico. Qual è la genesi di questa nuova creazione?

FM: La drammaturgia nasce al Festival Montagne Racconta sotto la supervisione dell’autore Francesco Niccolini, grande maestro della scrittura. Abbiamo lavorato in due fasi per raggiungere una forma definitiva, che è diventata la scrittura scenica. Volevamo raccontare una storia viva, che si avvicinasse a qualcosa che non avevamo mai affrontato e, soprattutto, volevamo raccontarla dal punto di vista delle donne.
La vicenda è ambientata in una Sardegna post bellica – siamo nel 1948 – in una cittadina mineraria, dove una bambina “a servizio” diviene oggetto e soggetto delle attenzioni di un mondo adulto sclerotico e perverso, in cui silenzio, fede e status quo si alimentano e si sostengono a vicenda.

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Foto Francesca Mu e Davide Pioggia

Come avete lavorato alla costruzione scenica e drammaturgica di questo personaggio?

FM: Il personaggio di Alfonsina Panciavuota è stato costruito tessendo alcune vicende reali di donne dell’Italia del dopoguerra, eroine senza volto e senza nome di un sud che era tutta la penisola, isole comprese. È un grido degli ultimi, o delle ultime, quelle ultime che si sono fatte carico del peso di una nazione intera per farla uscire dal buio più profondo. Qui il personaggio del vinto ha una sua rivincita, nonostante sia schiacciato dal peso dei suoi ricordi ancora molto vivi, da quel passato che continua a echeggiare nel presente e nel futuro.

AM: Il racconto di Alfonsina mi ha commosso profondamente. Le nostre madri sono del 1932, hanno vissuto la povertà, la fame, la guerra, gli stenti. Attraverso questa figura femminile ci siamo avvicinati all’essenza dei tanti personaggi che parlano e agiscono immersi in una cieca obbedienza alla sopraffazione. La storia non è la sintesi del racconto dei vincitori ma la dettagliata analisi delle tragedie quotidiane di ogni singola vita, il susseguirsi di attimi terribili e interminabili. La paziente e metodica costruzione del personaggio Alfonsina si è resa necessaria per dar voce all’urgenza di un animo, alle sue eterne domande senza risposta. 

Nella vostra ricerca scenica la musica ha una forte valenza tanto da essere considerata la forza trainante della compagnia stessa. In questo nuovo lavoro, come si intrecciano suoni e parole per entrare in dialogo con la figura di Alfonsina?

AM: L’idea ispiratrice è stata quella di un pianoforte verticale nel corridoio di casa Spinetti, i padroni della miniera. Un pianoforte sfiorato di nascosto da mani inesperte, mani bambine che suonano cose diverse e quindi mondi contrapposti: una degli accordi formali e l’altra delle melodie che tentano di “scappare” dalla tonalità, di modulare senza riuscire. La musica diventa quindi organica e complementare alla scena e sembra sillabare, nel tema principale, il nome stesso della protagonista.

Cagliari è la città che fa da sfondo ai vostri lavori diventando quasi un luogo mitico. Che rapporto avete con la città e quanto è facile o difficile essere una compagnia teatrale sarda?

AM: Della compagnia Teatro dallarmadio fanno parte anche Tiziana Pani, Cristiana Cocco, Raffaele Marceddu, Paoletta Dessì e nella nostra città abbiamo costruito una solida realtà intessuta di relazioni che si sono stratificate in tanti anni di lavoro. Fondamentale è il partenariato con il Consorzio Camù, che gestisce uno degli spazi più affascinanti di Cagliari, il Centro comunale d’arte e cultura Exma; con loro condividiamo un teatro di cento posti dove organizziamo una rassegna seguitissima, che va da ottobre a maggio, con titoli isolani, nazionali e anche internazionali.

FM: Cagliari è il luogo della creazione. Il mito diventa reale quando ti scontri con il mare. Il mare è dappertutto, per chi viene e per chi va. Può essere libertà o prigione, ma anche, e oggi purtroppo quotidianamente, sepolcro. Crediamo che, con le nuove tecnologie, sia possibile superare molte barriere. Ma resta il fatto che la periferia spesso rischia di rimanere nell’ombra.

ALFONSINA PANCIAVUOTA

scritto e interpretato da Fabio Marceddu
ideazione scenica e regia Antonello Murgia
scene e costumi Paoletta Dessì
collaborazione drammaturgica Francesco Niccolini
aiuto regia Daniela Littarru
musiche originali composte da Antonello Murgia
fotografie di scena Francesca Mu e Davide Pioggia
produzione Teatro Dallarmadio per il progetto SEI in collaborazione con EXMA Exhibiting and Moving Arts



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