Maggio all’infanzia: parte III

ILENA AMBROSIO | Dici bambini, dici racconto. La narrazione di storie, nella sua dimensione “pura”, non può mancare nelle programmazioni di rassegne dedicate a bambini e ragazzi. Una purezza che non corrisponde certo a facilità. Spogliato della complessità di una scena condivisa e delle dinamiche che ne derivano, il racconto si carica della necessità di un incontro ancor più diretto e immediato con l’ascoltatore, in una dimensione che accentua il suo carattere rituale.

Giuseppe-Ciciriello-e-Pietro-Santoro

Tra le proposte di Maggio all’infanzia 2019 a Monopoli, abbiamo assistito a Iliade di CartiCù Concentrico Factory. Due sedie, un narratore (Giuseppe Ciciriello), la musica di una fisarmonica (suonata da Piero Santoro). Racconto nudo e crudo, quindi, rituale che sa di sacro, tanto più che a fare da scena è l’altare della Chiesa SS. Pietro e Paolo di Monopoli.

In principio fu il pomo della discordia. L’antefatto della guerra di Troia e il rapimento di Elena, sua causa scatenante, mettono subito in circolo i sentimenti e le dinamiche che animano la storia delle storie: amore, odio, invidia, passione, alleanze e rivalità tra uomini e divinità.

Nei panni di un moderno aedo, Ciciriello ripercorre il mito con una narrazione sostenuta e ben ritmata. La voce muta colore e intonazione adattandosi ai personaggi parlanti (melliflua e frivola quella delle tre dee più belle, portentosa e baritonale quella di Zeus, inebetita quella di Paride), accompagnata da movenze ulteriormente caratterizzanti e gesti evocativi delle azioni della battaglia. Tutto possiede una buona misura, senza mai risultare grottesco o caricaturale e trova una felice simbiosi nella musica dal sapore folklorico della fisarmonica, che pure segue e asseconda la scansione del racconto.

Tuttavia, dopo un po’, tutto questo non basta a mantenere desta l’attenzione. Non ha di certo aiutato la pessima acustica di uno spazio che inghiottiva il finale delle parole: disagio degli spettatori che, percepito dall’interprete, non può che aver reso più difficile il suo compito. E neppure ci è sembrata centrata la scelta di una messa in scena pomeridiana, con luce naturale: il buio e un semplice ma puntuale disegno luci avrebbero di certo favorito l’ascolto.

Ma, al di là di queste contingenze, pensiamo che il limite del lavoro sia l’essere eccessivamente incentrato su una sorta di istrionismo autoreferenziale. La narrazione a una voce, che si avventura anche negli episodi secondari della vicenda – rendendo difficile seguirne il filo principale – e l’assenza di qualsiasi oggetto scenico (solo un calice con il quale brindare di tanto in tanto, Yamas!) portano necessariamente a concentrare tutta l’attenzione sull’interprete il quale suscita ammirazione per la sua bravura ma nessuna empatia. Non avviene alcun incontro in questo rituale, non con gli adulti e tanto meno con i bambini ai quali dovrebbe essere riservato. E in assenza di questo incontro si perde il messaggio – utile e drammaturgicamente coerente con la storia – che il lavoro vorrebbe dare: «Gli uomini sono troppo mortali per capire che non serve una guerra per amare».
Ma parliamo, ancora una volta, di un debutto. Abbiamo fiducia nei successivi sviluppi!

Differente il discorso per Corri, Dafne!, dalle Metamorfosi di Ovidio, scritto e interpretato da Ilaria Carlucci per una produzione di Tessuto Corporeo e Factory Compagnia Transadriatica.

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Solo l’interprete in scena, lei, la sua voce e il suo corpo. Ci appare in un fascio di luce che taglia il buio, cantando una nenia, come a volerci acclimatare all’atmosfera del racconto. Silenzio, e dopo un attimo la ritroviamo al centro, su un parallelepipedo di legno, a iniziare il racconto. Indosso abiti dai colori “boscosi”, scarponcini, i capelli che cadono sulle spalle. Racconta e insieme vive il racconto; è narratrice ma allo stesso tempo è la neonata ninfa Dafne dalla chioma arruffata che esplora il proprio ecosistema e il proprio stesso corpo; è le ninfe sue sorelle, è il fiume Peneo suo padre; è Apollo, è Cupido. “Semplicemente” con pose, gesti e inflessioni della voce – una vera melodia – Ilaria Carlucci plasma queste figure con straordinaria efficacia e vividezza. Le ninfe leggiadre e vezzose sedute di profilo a pettinarsi i capelli, le loro frasi si concludono in sillabe ripetute, eco che si dipana nel bosco; il fiume steso di profilo sul cubo di legno, le gambe e le braccia ondeggianti, la voce possente; Cupido, nella sua tipica posa “a S”, piccolo monello che agisce per dispetto.

Ci rapiscono questi ritratti disegnati dalle lunghe braccia bianche e flessuose dell’interprete, dalla sua figura longilinea che ritroviamo sul fondale in ombre disegnate dalle intelligenti e sensibili scelte luminose di Alberto Cacopardi (sua anche la regia). Ci pare di vederle quelle scene, raccontate da un testo capace di trovate spassose (Cupido è simpaticissimo!), di icasticità (splendida la descrizione delle diverse ninfe che si preparano al matrimonio), di ritmo incalzante ma anche di lirismo e drammaticità.

Di queste ultime tinte si colora il finale: la disperata fuga della ninfa inseguita da Apollo, accompagnata dalle suggestiva melodia del violino di Maarja Nut, si conclude nella metamorfosi. Sotto un cono di luce sempre più stretto Ilaria Carlucci scopre la schiena ossuta, le vertebre come venature legnose di una corteccia, le braccia, rami nodosi che si sviluppano verso l’alto. Dafne è lì, in quel tronco, in quei rami; non prigioniera, ma tornata alla sua Madre Terra per preservare la propria libertà: «Eppure nel fondo del fondo di quel tronco duro il suo cuore batte ancora».

Pur nella morte della metamorfosi, una chiosa vitale, come brulicante di vita, colori e suoni era stato il racconto portato avanti con nient’altro che un corpo, una voce, un cubo di legno. Un bell’esempio per le nuove generazioni, oramai abituate a raccontare e raccontarsi tramite schermi, strumenti, altro da sé.
Ma Corri, Dafne! ha anche un “sottobosco” drammaturgico che, per chi voglia scavare, offre la possibilità di pensare al senso della libertà di essere, a dispetto dalle costrizioni, delle convenienze. La libertà di correre e correre, lontano da ciò che non ci appartiene, affondando le radici nell’humus che può darci vita.
Un vero dono questo racconto. E un incontro sincero.

ILIADE

Carticù Concentrico Festival
scritto e interpretato da Giuseppe Ciciriello
musica Pietro Santoro
costumi Lisa Serio

CORRI, DAFNE!

tratto da Metamorfosi di Ovidio
di Ilaria Carlucci e Alberto Cacopardi
con Ilaria Carlucci
regia Alberto Cacopardi
drammaturgia Ilaria Carlucci
consulenza artistica Tonio De Nitto
disegno luci Alberto Cacopardi
produzione Tessuto Corporeo e Factory Compagnia Transadriatica .



Categorie:Novità, Scena, Teatro

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