Memoria e sacralità nella stanza segreta di Alessandra Asuni

ILENA AMBROSIO | Giuseppina Gonnella fu protagonista di un caso di possessione benigna registrato tra il 1956 e il 1972  a Serradarce, un piccolo centro in provincia di Salerno. Il 26 ottobre 1956 il poco più che ventenne Alberto Gonnella, ex seminarista, muore accidentalmente, investito dal camion dello zio paterno. Il giorno dei suoi funerali Giuseppina, sua zia, è colta da un malore e improvvisamente inizia a raccontare dettagli della cerimonia alla quale, proprio a causa di quel mancamento, non aveva partecipato. È Alberto che parla attraverso il suo corpo. Inizia così il culto del Glorioso Alberto: per sedici anni frotte di fedeli si recano a Serradarce per assistere alle performace/prediche in trance di Giuseppina o per essere accolti nella stanza del segreto e guariti dai suoi poteri taumaturgici.
Fino al 1972, quando un uomo spara a Giuseppina durante una predica.

Parte da questa storia o, meglio, dalle suggestioni che essa stimola, il racconto di Alessandra Asuni Stanza Segreta che ha debuttato al Teatro Civico 14 di Caserta.
Il teatro di Alessandra Asuni. Cos’è?  Ha, di certo, alle proprie spalle la necessità di un contatto vivo, carnale, con l’umano. Un’urgenza che, mettendosi in cammino è giunta a quel confine, sottilissimo, che c’è tra teatro e antropologia e ha scelto di abitarlo, di starci proprio sopra, scegliendo come propria forma il rito. Nel rito si compie quell’«incontro onesto, nudo, senza filtri, né maschere» che la Asuni (sue le parole) ricerca nel teatro; e si compie indagando e, in qualche modo, rigenerando i misteri della morte e della vita, culti atavici che, in forma nuova, saranno rivissuti non solo dall’interprete/sacerdotessa ma anche dagli spettatori giunti a farsi devoti.
Una trilogia è scaturita da questa ricerca: Accabbai, ispirato alla Femmina Accabadora, colei che – fino a non troppi decenni fa –, su richiesta della famiglia, praticava l’eutanasia ai moribondi; Matrici, richiamo all’attimo più sacro, la nascita, e allo strazio che lo rende innaturale, il taglio cesareo; Sabi, ricordo di antiche cure – o forse magie –, esorcismo della malattia nella quale ci si immerge e dalla quale si fuoriesce rigenerati.
Morte. Nascita. Rigenerazione.

 

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Costanti di questo ciclo nato al contrario, elementi, oggetti, azioni che si caricano di sensi simbolici – l’impasto del pane in Matrici, per esempio –, spazi altri che astraggono dal quotidiano, soprattutto spettatori (sempre in numero ristretto) chiamati a un ruolo attivo nel rituale stesso. E poi la Sardegna, terra d’origine della Asuni, che come una tinta – leggera, mai calcata –  colora i gesti, i ricordi, i suoni delle esperienze raccontate e insieme vissute durante il rito.

Questo il prima di Stanza segreta. Con l’ultimo lavoro, infatti, la Asuni vive – lo fa lei per prima, di certo – un’esperienza di teatro “frontale”, offre al pubblico che le sta davanti (sempre circolare, aggregante, era la disposizione nei riti) il racconto di una storia in tredici tappe, la sua; ricordi randomici emersi a contatto con la vicenda della mistica Giuseppina.
La scena è la sua stanza dei segreti al centro della quale si siede e, insieme, «un quaderno aperto dove le immagini appaiono come disegni, come ricordi, come messaggi». Alle sue spalle due teli aperti a mo’ di libro sui quali proiezioni video (curate da Alessandro Papa) materializzano, rendono visibili quelle memorie. Fatti, anche solo sensazioni, che, dall’infanzia a oggi, l’hanno in qualche modo connessa a una dimensione in cui misticismo, superstizione e religione hanno confini labili, confusi. La sacralità degli animali in una famiglia dedita alla caccia, miracoli e malocchi, la paura dei preti e delle apparizioni; il terrore per L’Esorcista, la perplessità di una bambina di fronte alla sorte di Bernadette e Marcellino – ma perché quelli che hanno le apparizioni poi devono morire? –; la gioia danzata a perdifiato per la guarigione della sorella (questo sì, un miracolo).

I frammenti si susseguono in un racconto porto con ingenuità naïf ma anche con una buona dose di ironia intrecciata a un sottile filo di drammaticità, appena percettibile. Ogni ricordo è come la tappa di un percorso che si illumina, passo dopo passo, come la fila di tredici candele posta di fronte all’interprete, accese una per volta a scandire il racconto. E infatti, nonostante una messa in scena “tradizionale”, nonostante il ricorso a input esterni quali le proiezioni, la musica, i suoni, non si perde la sacralità del rito. Lo spazio scenico creato, questa stanza della memoria, è ancora un luogo altro, astratto dal reale, nel quale il dire e il fare hanno un proprio ritmo e una propria precisa ragion d’essere.

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Pare –  e lo ha dichiarato la stessa Asuni durante l’incontro pre spettacolo tenuto da Michele Di Donato di Il Pickwick – che Stanza Segreta sia una sorta di prequel della Trilogia, un luogo in cui tutto il materiale – memorie, tradizioni, suggestioni, elaborazioni antropologiche –  vissuto nei riti si spiega nella forma spontanea del diario.

Un lavoro appena nato che certamente potrà acquistare con il tempo una maggiore compattezza strutturale – e  scenica e drammaturgica – riuscendo l’interprete a calibrare il proprio stare in scena e a definire con più consapevolezza il rapporto con il pubblico.
E tuttavia, forse proprio perché in un forma non ancora definita e strutturata, abbiamo potuto apprezzare in Stanza segreta una estrema sincerità, un desiderio vivo e vitale di incontrare il pubblico, di donarsi a lui offrendogli qualcosa di un sé viscerale e profondamente umano.

 

STANZA SEGRETA

di e con Alessandra Asuni
drammaturgia delle immagini Alessandro Papa
una produzione Mutamenti/Teatro Civico 14

Teatro Civico 14, Caserta
26 maggio 2019



Categorie:Novità, Recensioni, Scena, Teatro

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