L’arte di stare al gioco: tre giorni a Pennabilli per Artisti in Piazza

FRANCESCA GIULIANI Scendendo a Pennabilli dalla cima del Carpegna lo sguardo viene subito catturato da una vista meravigliosa: l’alta Val Marecchia si apre mostrando al viaggiatore l’infinità di piccole fortezze che si arroccano su lievi promontori. Uno di questi, cullato fra due rocce che un tempo custodivano due castelli e due corti fuse poi in un’unica comunità, è il paese medioevale che da oltre vent’anni ospita artisti di strada e di teatro, musicisti e danzatori, attori e circensi, artigiani e giocolieri.

Artisti in Piazza come ogni anno si è aperto alle porte dell’estate e come ogni anno, per quattro giorni, le piazze e le strade, i campi e le palestre, gli orti e le case sono diventati i palcoscenici di uno spettacolo diffuso. Ogni spazio ha accolto gli spettatori avvolgendoli e facendo vivere loro una sorta di scardinamento delle ordinarie gerarchie. L’innescarsi di nuovi rapporti tra chi agiva la scena e chi guardava ha evidenziato, attraverso sottili meccanismi di responsabilizzazione dello spettatore, come il guardare non sia proprio un atto così innocente: scegliere di prendere parte e di stare al gioco, in alcuni casi, è il segnale anche di come una società si rapporta con le tematiche più attuali.

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Foto Francesca Giuliani

La partecipazione al gioco scenico è ciò che caratterizza parte del circo contemporaneo ma anche del teatro e della danza di oggi ed è una delle specifiche che caratterizza la linea dalla direzione artistica di Artisti in piazza. Non a caso durante l’anno vengono attivate residenze e laboratori di creazione in previsione del festival e quest’anno LeBaccanti, il Teatro dei Venti e il Balletto Civile hanno creato a stretto contatto con i luoghi e le persone di Pennabilli. E ancora, tanta attenzione è stata data a compagnie che fanno dell’interattività il loro marchio di scena: dal surreale e ironico Pigeon Poo People del Natural Theatre Company all’intervento urbano poetico e politico #MoneyForFree dell’artista norvegese John Fisherman che tenta di rimettere in discussione il rapporto della società con il denaro.

Fil rouge per questa XXIII edizione è stato proprio il gioco, con un chiaro riferimento al gioco dei bambini, da una parte, e al gioco scenico, dall’altra, come ci ha raccontato, il direttore artistico Enrico Partisani durante l’intervista per PAC. Il gioco – che contiene nella sua radice greca il significato potenziale di bambino, di danzare e suonare, di educazione e cultura – si fonda sull’unione inscindibile tra leggerezza e serietà, estrema libertà scritta dentro precise regole che ne garantiscono l’esistenza. Tornare all’origine della parola ‘gioco’ consente di stare nell’interazione che si innesca tra la libertà di sguardo, garantita dalla presenza di ogni genere di spettacoli, e la responsabilità di scelta, generata dalla necessità di seguire a una determinata proposta. Quindi giocare è scegliere, restando sui limiti di quello che le proprie corde consentono o oltrepassandoli per farsi meravigliare.

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Foto Francesca Giuliani

Farsi cogliere dallo stupore negli occhi, vivere di nuovo quell’incredulità bambina, farsi travolgere e sconvolgere da suoni e parole, sguardi e silenzi, impeccabili prodezze fisiche e incantevoli immagini oniriche. Una nave arenata in una piazza e una ciurma immensa che riesce a farle solcare mari invisibili e tempeste che non hanno luogo. La chiglia di una nave, prigione e salvezza di marinai, che si capovolge nella balena tanto aspettata. Moby Dick del Teatro dei Venti – già ben raccontato su queste pagine da Matteo Brighenti e Renzo Francabandera – è uno spettacolo potente e sapiente, che inscena al meglio come le ossessioni di conoscenza e potere si creino e sviluppino lentamente e invisibilmente nel tempo, annientando coloro che ne sono illusoriamente sedotti.

A questa macchina teatrale imponente per la struttura scenica e la presenza di attori, musicisti, coro e bambini si contrappongono le miniature teatrali che su micro immagini e figure minuscole costruiscono il loro visionario mondo poetico per spettatori quasi solitari. È il caso dell’incantevole The Pilgrim di Bello Abril*Theatre of Coincidences dove il corpo della performer si fa palcoscenico attraverso una struttura a cassettiera che tiene attaccata al petto. È in quei cassetti che si svilupperà la storia di uno stravagante viaggiatore, che a occhi sgranati si rivolge spesso a guardare “oltre la scena” prima di atterrare nel piano successivo, in quel cassetto che contiene il racconto per immagini del suo viaggio in musica, una musica che sono i due soli spettatori accolti per volta a generare, girando una manovella, come in un carillon.

Il potere della musica è al centro anche di Johann Sebastian Circus del Circo El Grito spettacolo immaginifico e poetico che riscrive la figura di Bach ai tempi odierni, attraverso un bizzarro personaggio, un one men band ante litteram alle prese con strumenti innovativi e fuori dal comune che suonano alcune note del celebre musicista. A seguire le sue tracce di suono un’acrobata, che si toglie le scarpe per trovare nuovi passi che scoprirà solcando l’aria, con movimenti di danza, e un vecchio clown che riuscirà dopo varie peripezie sceniche a mostrare la sua maestria nell’equilibrio. Anche qui l’interazione con il pubblico viene ricercata in un’incantevole scena in cui i due personaggi, che apparentemente sembrano dei servi del “personaggio leader”, chiedono ad alcuni spettatori di costruire una storia e di raccontarne alla fine la morale.

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Foto Francesca Giuliani

Se l’immaginario poetico di questi teatri innesca un’immersione quasi totale dello spettatore in microcosmi fantastici, ulteriore salto in una finzione così irreale da sembrare vera si ha con le figure della Compagnia La Fabiola. Costruiti con dovizia di particolari anche nei più piccoli movimenti del viso o del corpo, Giorgio, un cane, e Fabiola, una bambina, sono i due protagonisti di Attenti a quei due, lavoro che gioca sulla relazione di queste due figure con il pubblico mentre i manovratori, visibili in scena, si relazionano a loro volta con i personaggi.

All’opposto sono ben nascosti i manovratori di un altro teatro di figura, il Merlin Puppet Theatre di provenienza greca. Noone’s Land è una scatola nera dove un tavolo fa da palcoscenico per pupazzi, oggetti e proiezioni luminose. L’immaginario visivo ricorda a tratti il mondo di Tim Burton, mentre il protagonista, uno spaventapasseri appassionato di calcio, per le movenze, le illusioni che vive e le scarpette che vuole indossare, richiama alla mente il personaggio di Forrest Gump. È una storia semplice e profonda che sottolinea come la diversità sia parte di tutti e parte del mondo intero. Questa figura, non sceglie né dove stare né per quanto tempo rimanerci, ma da quel minuscolo punto dove viene fissato, grazie alla sua immaginazione, attraversa meravigliosi luoghi mentali, li sogna così fortemente da crearli fino a venirne avvolto lui stesso. E la sua fantasia continua a produrre oniriche immagini nonostante il mondo intorno cerchi in tutti i modi di cancellarle. È il sognatore che tutti abbiamo dentro e che crea in ognuno di noi le sue piccole stanze dell’immaginazione.

Se qui è la fantasia del pupazzo-spaventapasseri a creare un mondo, con Balletto Civile, il mondo che vediamo, è quello di Bernardo Soares, il protagonista de Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa, qui interpretato dal padre di Michela Lucenti o, meglio, una proiezione della sua mente dolorosa. Pezzo Orbitale – Dedicato a chi cade, site specific per l’orto dei frutti dimenticati – un museo dei sapori antichi, costudito al centro del paese e nato da un’idea di Tonino Guerra che l’ha voluto per far “toccare” ai visitatori il passato – , è un lavoro di grande potenza poetica e politica. Un uomo e le sue ossessioni svelate dai danzatori che, vestiti con una tuta da lavoro bianca, attraversano lo spazio avvolgendo gli spettatori con testi e gesti, polvere e suoni. Parole che ritornano, parole che colpiscono, corpi che cadono e che si arrampicano, che lottano l’uno contro l’altro e la musica dal vivo che li sostiene. Disperazione, paura, sospetto, attesa sono queste le sensazioni trasmesse da queste figure «strappate a un romanzo da scrivere»: i loro corpi si fanno simbolo di parole che non ci sono. Come lo spaventapasseri imprigionato nel campo, Soares è qui bloccato su una poltrona, dalla quale cerca di staccarsi a fatica per poi ricaderci dentro. È esiliato nella sua terra, bloccato in un ruolo che non riconosce e attraverso le sue proiezioni danzate è alla ricerca del significato di una parola precisa: vivere.

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Foto Francesca Giuliani

Ovunque la musica, cantautori e originali gruppi internazionali. Ogni tanto uno chapiteau o un piccolo teatro, un palco in un prato, la piazza. È stato il tempo della festa, quella nel senso antropologico del termine, quel momento magico e necessario che porta un paese, una società civile, i suoi abitanti e i suoi visitatori, a entrare in un momento extra-quotidiano che fa dell’incontro e dalla relazione con immaginari altri un punto di forza. Huizinga in Homo Ludens scriveva che «la cultura sorge in forma ludica, la cultura è dapprima giocata. Nei giochi e con i giochi la vita sociale si riveste di forme sopra-biologiche che le conferiscono maggior valore. Con quei giochi la collettività esprime la sua interpretazione della vita e del mondo». Artisti in piazza ha portato a Pennabilli il carattere giocoso di una cultura, rendendo consapevole la sua comunità del ruolo fondamentale che gioca l’arte oggi all’interno della società.

 

PEZZO ORBITALE – DEDICATO A CHI CADE
uno spettacolo di Michela Lucenti/Balletto Civile
regia e coreografia Michela Lucenti
strings Paolo Spaccamonti
danzato e creato da Alessandro Pallecchi, Michela Lucenti, Maurizio Camilli, Emanuela Serra, Ambra Chiarello, Loris De Luna, Maurizio Lucenti, Giulia Spattini, Filippo Porro
coproduzione Balletto Civile e Associazione Culturale Ultimo Punto

 

THE PILGRIM
Bello Abril*Theatre of Coincidences

 

JONATHANN SEBASTIAN CIRCUS
ideato da Ruiz Diaz, Costantini, Bolognini
con Fabiana Ruiz Diaz, Giacomo Costantini, Andrea Farnetani

 

ATTENTI A QUEI DUE
Compagnia La Fabiola: Giancarlo Casati, Nives Valsecchi.

 

#MONEYFORFREE
John Fisherman

 

NOONE’S LAND (LA TERRA DI NESSUNO)
Merlin Puppet Theatre: Demy Papada e Dimitris Stamou

 

PIGEON POO PEOPLE
Natural Theatre Company

 

MOBY DICK
Ideazione e regia Stefano Tè
adattamento drammaturgico Giulio Sonno
consulenza alla regia Mario Barzaghi
assistenza alla regia Simone Bevilacqua
musiche dal vivo Luca Cacciatore, Igino L. Caselgrandi e Domenico Pizzulo
costumi a cura di Teatro dei Venti, Luca Degl’Antoni e Beatrice Pizzardo
disegno luci Alessandro Pasqualini
audio Nicola Berselli
scenotecnica e realizzazione macchine di scena Dino Serra e Massimo Zanelli
scenografie Dino Serra in collaborazione con il Teatro dei Venti



Categorie:Danza, Novità, Partnership, Performing Arts, Reportage, Scena, Teatro

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