Al Napoli Teatro Festival, Sarah Kane rivive nella “sinfonia per voce sola” di Maria Teresa Pascale

ILARIA COSTABILE| Parlare di 4:48 Psychosis non è cosa semplice per tanti motivi, ma prima di tutto non è semplice perché Sarah Kane, nella sua dolente agonia, ha toccato le corde dell’animo di chiunque, almeno una volta nella vita, si sia sentito incompreso, nostalgico di un qualcosa senza sapere con certezza di che cosa di tratti.
Enrico Frattaroli e Maria Teresa Pascale mettono in scena l’ultimo testo scritto prima della morte, suicida, di una delle menti più fini della drammaturgia contemporanea; ma alla struttura drammatica aggiungono la complessità di quella musicale per rendere lo spettacolo una “sinfonia per voce sola”. Sulla scena, buia, giacciono fogli gettati alla rinfusa, mentre un pianoforte sul fondo del palco funge da motore propulsore del turbine di parole che in un attimo travolge il pubblico. La sapienza delle parole, raccolta in un testo così denso e complesso, si fonde alla dinamicità ritmica dell’Adagissimo di Gustav Mahler. Le due opere crescono insieme, si fondono. All’intensità della musica, degli accenti sacri e degli stridenti acuti di Patrizia Polia, si aggiungono le riflessioni angosciose di una mente che gira su se stessa. La musica accompagna e discosta a un tempo lo spettatore dal cuore del racconto, o forse, sarebbe più giusto chiamarlo delirio.

4.48_PSYCHOSIS-Come-faccio

4:48 Psychosis è un delirio sano, calibrato, sentito, di una donna sofferente, una donna che vorrebbe sentirsi libera di riconoscersi, senza che nessuno le dica che è malata. Se l’incipit di questo strano testamento emotivo si mostra lento, cadenzato, il suo cuore pulsante si trasforma in uno sfogo violento, grazie alle musiche di P.J.Harvey. Questo è il momento in cui il tono della Kane diventa graffiante, pungente, in piena contrapposizione con la sua anima lirica, quell’anima dedita solo all’amore, il sentimento che la donna è consapevole di non aver mai ricevuto. Forse il modo giusto per parlare di questo testo è far cadere le strutture sintattiche, tematiche e drammaturgiche, è affidarsi alla sensazione, all’effetto sinestetico che lo spettacolo provoca nello spettatore.

Non c’è movimento, non c’è gestualità, se non quella minima che serve alla Pascale per alzare il microfono che tiene tra le mani e avvicinarlo alle labbra, per iniziare a parlare. C’è un buio opprimente, che non permette allo spettatore di guardare chiaramente in volto l’interprete; i cui occhi sono incorniciati da un’ombra scura e allungata. Oltre alle parole, alle note disperate, ai deliri e alle grida strozzate l’unico suono che si sente è quello dei tasti di una macchina da scrivere. Le scritte che compaiono nitide sulla parete, sono le cure precise e dettagliate fornite dai medici, in cui spiccano i dosaggi dei medicinali, che con l’incedere della narrazione tendono ad aumentare. Non mancano i numeri che si posizionano simmetrici nel vuoto. Ma ciò che colpisce sono le frasi scritte in corsivo, di una sottile e arguta sensibilità che si sostituiscono alla fredda diagnosi psichiatrica: «Non ho alcun desiderio di morire, nessun suicida ne ha mai avuto» dirà e scriverà Sarah Kane, esprimendo in maniera efficace un pensiero che, forse, tutti immaginano sia nascosto dietro un gesto così eclatante.

Il palcoscenico funge da cassa di risonanza della mente, da cui estrapola le paure più nascoste, la rabbia meno repressa, che servono alla Kane per invocare una morte redentrice di ogni fallimento, di ogni sconfitta terrena che infligge sofferenza all’uomo. La cura psichiatrica, l’unica arma in grado di sopperire a certe mancanze, viene rifiutata prima e richiesta poi, in un andirivieni di discorsi tra un io smarrito e una guida che dalla platea non calca il teatro, ma dispensa i suoi consigli spalle al pubblico, da psichiatra che veste il ruolo di amico, ma allo stesso tempo di carnefice.
Sarah Kane, come scritto anche nelle note di regia, amava suscitare nei suoi spettatori la sensazione di essere parte integrante dell’opera stessa e lei, in fondo, lo è stata. «Scriverlo mi ha uccisa» scrive alla sua agente letteraria consegnandole il manoscritto di questo testo.

4.48-PSYCHOSIS_Adagissimo

4:48 Psychosis è un testo che arriva dritto allo stomaco, ma nella messa in scena di Frattaroli l’eccessiva scansione di ogni singola parola, rischia di sfociare in un esercizio di stile, sebbene supportato da un’indiscutibile bravura. Manca quel briciolo di emozione che possa rendere l’intensità del testo, restituendolo in maniera più dinamica, meno straniante, ma più impattante. Manca quell’emotività che trasuda dalle parole deliranti di una donna che scrive per poter affermare se stessa: «Ho bisogno di diventare chi sono già ed urlerò in eterno contro questa incoerenza che mi condanna all’inferno». L’inferno di Sarah Kane è la realtà in cui è costretta a specchiarsi, in cui nonostante la sofferenza vorrebbe vivere, per poter motivare la sua esistenza semplicemente attraverso una necessità: «questo bisogno vitale per cui morirei, essere amata» così lo definisce, e non c’è nulla di più drammaticamente poetico e teatrale che lasciarsi cogliere dal desiderio della morte, desiderando al tempo stesso di poter vivere ed essere amati.

 

4:48 PSYCHOSIS

di Sarah Kane
in forma di Sinfonia per voce sola
di Enrico Frattaroli 
con Maria Teresa  Pascale Patrizia Polia (soprano), Diego Procoli (pianoforte)
musiche da Gustav Mahler e P. J. Harvey                                                                             elaborazioni musicali, video e regia Enrico Frattaroli 

produzione Frattaroli-Pascale
in collaborazione con Florian Metateatro – Centro di Produzione Teatrale
con il sostegno di  Festival Internazionale di Andria Castel dei Mondi

Teatro  Sannazaro, Napoli
23 giugno 2019



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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