Settanta volte sette, drammaturgia del perdono di Controcanto Collettivo a I Teatri del Sacro

RENZO FRANCABANDERA e LEONARDO DELFANTI | RF: È stata sicuramente una bella sorpresa, fra le più belle e significative di questa edizione de I Teatri del Sacro 2019 ad Ascoli: Settanta volte sette di Controcanto collettivo è un lavoro che in maniera abbastanza unanime ha riscosso interesse e attenzione per diverse ragioni. La  prima è proprio quella di trovarsi di fronte una realtà ampia, una compagnia numerosa, come sempre meno se ne vedono, e soprattutto portatrice di un codice personale molto nitido, riconoscibile. Devo dire che è la prima volta che vedevo un loro spettacolo, e quindi mi sono andato a documentare: Controcanto collettivo si è formato nel 2010 per volontà della regista Clara Sancricca e di un gruppo di giovani attori. Poco tempo prima, lei era passata da Milano con un altro contenitore artistico, in un progetto ospitato allora allo spazio Pim, che in quegli anni nasceva: evidentemente era un tempo in cui la regista cercava la finalizzazione del suo linguaggio, che ora, dopo un decennio, pare giunto a maturazione, aggiungendo alla sua sensibilità la compagine di attori composta da Federico Cianciaruso, Fabio De Stefano, Riccardo Finocchio, Martina Giovanetti, Andrea Mammarella, Emanuele Pilonero.
Per arrivare a Settanta Volte Sette visto nel giugno 2019, Controcanto Collettivo è passato per alcuni altri step creativi: Felici Tutti (2011), in cui convivono l’italiano e l’esperanto e dedicato al tema dei confini, importante per definire il metodo di lavoro e di creazione collettiva della drammaturgia; poi c’è NO – una giostra sui limiti dei limiti imposti (2013), incentrato sul concetto di divieto, che al Roma Fringe Festival del 2014 ha vinto il premio della critica; quindi il debutto a Roma nel maggio 2016 di Sempre Domenica, un lavoro sul lavoro, vincitore di Inbox 2017 e che ha girato abbastanza. Tu Leonardo invece li avevi già visti in scena proprio con questa loro creazione precedente, giusto?

LD: Sì Renzo, avevo avuto modo di vedere Sempre Domenica (vincitore come dicevi di IN-Box 2017) presso il Teatro Laboratorio di Verona. Uno spettacolo di denuncia di cui serbo un bel ricordo: sei sedie allineate in scena, i personaggi si susseguono narrando ognuno una vicenda personale, a volte incontrandosi, a volte no. La drammaturgia di cui porto memoria è un meccanismo ben oliato, il quale ritrae vivacemente il dramma dei giovani italiani, costretti a combattere tra il precariato del lavoro e i sogni, stretti tra una giovinezza ormai stagionata e un’età adulta che tarda a prendere forma.

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Foto Eugenio Spagnol

RF: Anche qui anagraficamente siamo intorno ai trent’anni, con riferimento ai personaggi che popolano la vicenda. Due destini incrociati, due sliding doors che si incontrano per errore. Un Caino e un Abele involontari. Uno però alla fine ammazzerà l’altro. Di qui in avanti la vicenda si sposta sui familiari e sul loro modo di raccogliere la sfida del rancore, del dolore. Il tempo fermato al momento dell’omicidio. Il ragazzo ucciso che parla attraverso messaggi vocali su Whatsapp e che compare proprio in controcanto, lui con la sua vitalità irrequieta, contrapposta al vissuto fermo dei suoi familiari che hanno la condanna di sopravvivergli.
Proprio il tempo diventa elemento scenico qualificante, un ritmo cadenzato ma a suo modo lento, capace anche di cristallizzarsi nell’immaginaria stanzetta carceraria in cui il colpevole viene a trovarsi con altri due detenuti in interminabili esercizi di parole crociate; oppure il tempo fermo della vita del fratello della vittima, arrestatosi il giorno dell’omicidio in un rancore infinito.
Mi parlavi del tempo scenico molto diverso di quello spettacolo rispetto a questo…

LD: Sempre Domenica è un insieme di storie, nate dall’esperienza biografica del singolo attore e dalle singole scelte autoriali sul tema del lavoro. In questo senso, rispetto a Settanta Volte Sette il ritmo è sicuramente più incalzante, ricordo che uno spettatore aveva proposto un parallelismo con le fiction a puntate.
Oltre al tempo scenico dilatato ho notato anche un diverso uso della musica da parte di Controcanto Collettivo nei due spettacoli: Sempre domenica si chiudeva con T’immagini di Vasco Rossi, da cui il titolo dello spettacolo, una canzone spensierata e malinconica che ha segnato la giovinezza di molti di noi. Settanta volte sette non ha musica: solo la voce di Luca, l’Abele di cui giustamente tracci il parallelo, risuona attraverso l’audio di whatsapp. L’unica eccezione è per la scelta della Sagra della Primavera, Finale di Stravinskij, interrotta sulla ripresa, come un’emozione incontenibile. Forte tanto da sconquassare l’anima che per un ultimo istante ci illudiamo di poter tenere celata.

RF: In realtà tanto più è preciso – e per certi versi popolare – il loro parlare e parlarsi in uno slang romanesco colorito e quotidiano, tanto meno la drammaturgia pare allo spettatore opera compiuta a tavolino e mandata a memoria. A un paio di giorni dal debutto hanno dovuto buttare giù un canovaccio per registrare il testo con i diritti, ma fin lì il gruppo, pur nella assoluta precisione della scansione emotiva delle scene con tempi, cambi luce e piccoli movimenti a vista sul palco, sembra andare quasi in improvvisazione sul testo.
E secondo te quali sono le similitudini, le costanti che legano questi due lavori?

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Foto Eugenio Spagnol

LD: Nel lavoro presentato a Teatri Del Sacro ho riscontrato una maturità artistica e drammaturgica inaspettate: lo schema è simile a Sempre Domenica ma le storie ora si intrecciano, dando spazio a un’introspezione psicologica raffinatissima.
Il tema del perdono, della vita perduta e l’uso del romanesco come lingua del popolo sono costanti nella ricerca artistica di Controcanto Collettivo.
Per me è evidente che questi artisti non si accontentino di studiare i loro personaggi: vogliono dar loro vita grazie al teatro.
Inoltre la compagnia si contraddistingue sempre per una scelta scenografica sintetica: sei sedie per Sempre domenica, un insieme di strutture di legno e metalliche massicce per Settanta volte sette. Come i loro personaggi, la scenografia è frutto di una dimensione di lavoro manuale, di uso quotidiano che lascia il segno, la cicatrice.

RF: Sono pezzi ricavati dal relitto di una barca, opera del Collettivo, con la collaborazione di Antonia D’Orsi. E che racconta di qualcosa che ha vissuto più vite. Come i personaggi del loro teatro, bello da vedere e da seguire anche per questa (finalmente!!) pluralità di presenze sceniche. Un bel lavoro Collettivo!

 

SETTANTA VOLTE SETTE
spettacolo vincitore di Festival I Teatri del Sacro 2019

drammaturgia Controcanto Collettivo
ideazione e regia Clara Sancricca
con Federico CianciarusoRiccardo Finocchio, Martina Giovanetti, Andrea Mammarella, Emanuele PiloneroClara Sancricca
voce fuori campo Giorgio Stefanori
scenografia e costumi Controcanto Collettivo con Antonia D’Orsi
disegno luci Cristiano Di Nicola
foto di scena Simone Galli | Atlas fotografie
organizzazione Gianni Parrella
coproduzione Progetto Goldstein
sostegno Straligut TeatroMurmuris, ACS – Abruzzo Circuito SpettacoloVerdeco-prente Re.Te. 2017



Categorie:Novità, Partnership, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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