Kanata: Lepage e l’identità sociale delle culture autoctone d’America al NTFI

RENZO FRANCABANDERA | Un curatore sta allestendo una mostra sulle icone della cultura tradizionale canadese, quella delle culture indigene per capirci, e si rivolge alla direttrice di un museo per alcuni prestiti. Lei puntigliosa, lui più affarista. La invita a cena per risolvere le controversie.
Scena successiva. Oscurità. Nella bruma di una foresta antica, sulla nebbiolina a pelo d’acqua, compare un indiano a bordo della sua canoa, che guada il fiume fra alte piante secolari. In lontananza, nella notte, un orso attraversa il paesaggio. I tronchi d’albero raccontano questo luogo sul palcoscenico del Teatro Politeama di Napoli dove va in scena in prima nazionale Kanata, di Robert Lepage, forse lo spettacolo più atteso di questa edizione del Napoli Teatro Festival, che lo coproduce.
‘Kanata’ è la parola nella lingua degli indiani irochesi che significa ‘villaggio, paese’: fin dal nome della creazione, quindi, si comprende come l’intento sia chiaramente quello di ripercorre per grandi linee la storia degli ultimi 200 anni in Canada, per raccontare le oppressioni subite dagli indigeni.

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Con Kanata, per la prima volta, la compagnia del Théâtre du Soleil viene affidata a un regista esterno, Robert Lepage. Una scelta, quella di Ariane Mnouchkine, dettata proprio dalla necessità di fare dello scambio e della fiducia nell’ispirazione altrui uno dei vettori della creatività contemporanea. Nel 2014 un primo invito della regista francese al collega canadese. Di lì in poi l’idea di dar vita a uno spettacolo. Una creazione dal parto non facile, che ha subito una serie di vicissitudini sfociate anche nella formale protesta scritta della comunità indigena canadese. Questa protesta e il clamore che ne sono seguiti hanno portato l’anno scorso alla cancellazione dello spettacolo al suo debutto canadese da parte del regista, dopo che i co-produttori nord americani avevano ritirato il loro sostegno economico .
Una cancellazione che arrivava a pochi mesi di distanza da quando al Montreal Jazz Fest era stato cancellato, SLĀV, altro spettacolo di Lepage, ispirato questa volta alle questioni della schiavitù in America. Insomma un anno tormentato il 2018 per il regista.

A quel punto è stato proprio il versante europeo della faccenda, quello targato Théâtre Du Soleil  a permettere a Kanata di avere una seconda vita. Lo spettacolo cambia, la drammaturgia subisce ampie rimaneggiature ma alla fine arriva a debuttare in Francia, dove la padrona di casa ha accolto di persona sulla porta del teatro gli spettatori, anche per via del propagarsi oltralpe di forme di protesta spontanea.

A conti fatti lo spettacolo si è generato e coagulato attorno a una polemica identitaria e ne è, fin dal titolo, un esito dialettico. Una sorta di prima riflessione come la dicitura Episode I lascia intendere. Partire dal tema dell’identità delle popolazioni originarie canadesi ha portato a dover riflettere su come rappresentare, “inglobare” all’interno dell’operazione queste culture dopo che le stesse popolazioni originarie avevano iniziato a criticare il processo creativo, come se l’arte, per rappresentare una tematica, debba necessariamente  inglobarla o, tra virgolette, chiedere permesso.

Cosa succede dopo le prime sequenze iniziali: dopo un breve passaggio di pochi secondi che fa riferimento a un bambino indigeno tolto alla madre e affidato a genitori della colonizzatrice civiltà cattolica europea, entrano in scena degli operai. Un disboscamento di tutti i simboli della cultura autoctona millenaria, rappresentata da un’icona totemica che fa la fine di tutti gli altri tronchi d’albero, per creare spazio all’oggi. Al tipico loft in legno dei quartieri di Montreal.

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Di qui in poi una storia che riunisce una serie di accadimenti, di esistenze: una madre adottiva, una figlia anche lei strappata a una famiglia originaria e che, proprio in questo vuoto identitario, finisce per arrivare alla droga; un’artista che prende casa proprio nel quartiere dei tossicodipendenti e che diventa amica della ragazza; e un serial killer di donne al bordo, che ovviamente ucciderà la ragazza.
Il racconto oscilla fra il thriller, il tema della gestione della memoria e dell’eredità culturale; tematiche complesse e non semplici da mettere assieme, ma lo sforzo del regista e di questo gruppo comunque straordinario di attori, prestato dalla loro storica direttrice a un’altra mano, è proprio quello di provare a rendere e raccontare attraverso una vicenda dal sapore contemporaneo e quasi cinematografico il risvolto psicologico e sociale dell’integrazione delle parti della società soccombenti nel modello dominante. È un problema che ovviamente non riguarda solo gli indiani dell’America del Nord ma tutte le comunità minoritarie e, in ultima analisi, anche tutta la cultura regionale legata al sistema produttivo di derivazione agricola che dalla fine dell’Ottocento a oggi è praticamente sparita quasi dappertutto, se si escludono alcune sacche di resistenza identitaria che mantengono una integrità per semplice lontananza geografica o isolamento logistico dai grandi centri della società dei servizi.

Dal punto di vista scenico, l’approccio scelto da Lepage per la recitazione e anche per la scenografia sono di chiara ispirazione realistico mimetica, cercando di raccontare attraverso un montaggio filmico una serie di vicende che si intrecciano fra loro in un susseguirsi veramente forsennato. Forse non tutti i tasselli minuti sono necessari, si intuisce la genesi complessa che ha fatto virare la creazione sul thriller più che sui temi socio-antropologici. Ma qui il troppo dettaglio nella creazione scenica rischia di far venir meno il ruolo di completamento dell’immaginazione dello spettatore che ovviamente si compiace di una fruizione quasi cinematografica ma soffre un po’ per lunga parte della creazione dell’assenza, di quel vuoto scenico capace di chiamare ciascuno a un completamento soggettivo del punto di vista, della vicenda.

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Foto Salvatore Pastore

Belle le musiche, i movimenti, finanche i cambi scena con le creazioni degli ambienti a vista. Mondi che travasano l’uno nell’altro con facilità impressionante in pochi secondi, anche grazie al ricorso alla video proiezione che ambienta, dettaglia, definisce. Siamo davanti a una produzione di pregevolissima fattura, a suo modo colossale, sia per mezzi scenici che per numero di interpreti, una trentina. Qualcosa che in Italia non si vede praticamente più. Un grandissimo lavoro, impressionante da molti punti di vista ma, viene da dire, non un capolavoro, sebbene in alcune immagini di purezza cristallina si riconosca il tocco assoluto della grande mano oltre che dei grandi interpreti.
La genesi controversa e il fare in parti il sistema creativo originario ha creato delle fratture di senso profonde che, pur colmate dalla abilità del regista, non hanno chiuso del tutto il cerchio. Attendiamo allora il prossimo episodio per diradare la bruma identitaria che ci resta addosso un po’ irrisolta.

KANATA – ÉPISODE I – LA CONTROVERSE

con gli attori del Théâtre Du Soleil, Shaghayegh Beheshti, Vincent Mangado, Sylvain Jailloux, Omid Rawendah, Ghulam Reza Rajabi, Taher Baig, Aref Bahunar, Martial Jacques, Seear Kohi, Shafiq Kohi, Duccio Bellugi-Vannuccini, Sayed Ahmad Hashimi, Frédérique Voruz, Andrea Marchant, Astrid Grant O Judit Jancso, Jean-Sébastien Merle, Ana Dosse, Miguel Nogueira, Saboor Dilawar, Alice Milléquant, Agustin Letelier, Samir Abdul Jabbar Saed, Arman Saribekyan, Ya-Hui Liang, Nirupama Nityanandan, Camille Grandville, Aline Borsari O Marie-Jasmine Cocito, Man Waï Fok, Dominique Jambert, Sébastien Brottet-Michel O Maixence Bauduin, Eve Doe Bruce, Maurice Durozier
regia Robert Lepage
drammaturgia Michel Nadeau
direzione artistica Steve Blanchet
scenografia e accessori Ariane Sauvé, con Benjamin Bottinelli, David Buizard, Martin Claude, Pascal Gallepe, Kaveh Kishipour, Etienne Lemasson Con L’aiuto Di Naweed Kohi, Thomas Verhaag, Clément Vernerey, Roland Zimmermann Pitture E Patine Elena Antsiferova, Xevi Ribas Con L’aiuto Di Sylvie Le Vessier, Lola Seiler, Mylène Meignier
luci Lucie Bazzo con Geoffroy Adragna, Lila Meynard
musica Ludovic Bonnier
suono Yann Lemêtre, Thérèse Spirli
immagini E Proiezioni Pedro Pires con Etienne Frayssinet, Antoine J. Chami, Thomas Lampis, Vincent Sanjivy Costumi Marie-Hélène Bouvet, Nathalie Thomas, Annie Tran
aiuto regia Lucile Cocito
traduttrice sottotitoli Lucia Leonardi
operatrice sottotitoli Suzana Thomaz

produzione Théâtre Du Soleil e Le Festival D’automne À Paris
in coproduzione con Fondazione Campania Dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia
spettacolo programmato in collaborazione con La Francia In Scena

Teatro Politeama, Napoli
30 giugno 2019

durata 2 ore e 30 min



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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