Prato inglese: lo Shakespeare pop nell’estate dello Stabile di Torino

LAURA BEVIONE | Perché le stagioni dei teatri stabili devono per forza concludersi a maggio? Una consuetudine radicata da cui il Teatro Stabile di Torino, dallo scorso anno, ha deciso di emanciparsi, inventando Prato inglese, appendice estiva della stagione “istituzionale”, pensata anche per raggiungere un pubblico non di abbonati né di frequentatori abituali delle sale teatrali cittadine.

Il titolo di questa iniziativa deriva dalla concreta trasformazione  dell’assetto interno del teatro Carignano – il palco è esteso a parte della platea ed è completamente ricoperto da un verdissimo prato sintetico – e dalla scelta del repertorio, l’inglesissimo Shakespeare – l’anno scorso Romeo e Giulietta e Sogno di una notte di mezza estate; ora La bisbetica domata e Otello.
L’obiettivo è quello di proporre testi noti in una cornice accogliente e originale, così da dimostrare come il teatro possa offrire un’occasione di svago piacevole e intelligente anche nelle afose serate estive. Una proposta che mira a essere “popolare” senza rinunciare alla qualità artistica.

Un unico cast di attori – molti dei quali ex allievi della scuola dello stesso Teatro Stabile –, un unico staff creativo (scenografia, costumi, luci), e due diversi registi – Elena Gigliotti e Marco Lorenzi – per una commedia e una tragedia presentate a sere alterne.

A Elena Gigliotti è stata affidata La bisbetica domata, ossia il racconto della vittoria sulla rabbia e sull’insoddisfazione che dilaniano l’anima della “bisbetica” Caterina (Alice Spisa), energica e pensosa, irruente e appassionata, da parte dell’outsider Petruccio (Damien Escudier), accento straniero e spontaneismo nella recitazione.

La vicenda è ambientata in una periferia caciarona e disordinata, fra cassette di plastica per l’acqua, mobili scassati e oggetti da mercatino delle pulci. Luogo d’incontro è il bar, con schiera di macchinette videopoker, della Vedova (Barbara Mazzi)  mentre su un lato del palco vi è la casa di Caterina e di sua sorella Bianca, suggerita da un letto a castello di ferro battuto e pochi altri arredi sbilenchi e arrugginiti.

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Foto Laila Pozzo

In questa periferia di spostati e inguaribili freaks si ordiscono inganni per conquistare la bella Bianca e si cerca disperatamente un promesso sposo per la virago Caterina che, intanto, litiga costantemente con la vezzosa sorella e viene duramente sgridata dal padre (Lorenzo Bartoli), in verità incapace di comprenderne frustrazioni e desideri e, dunque, di domarla.

La regia dipinge questo microcosmo insoddisfatto e tuttavia furbetto, disincantato eppure irrimediabilmente propenso a farsi ingannare, ricorrendo a tinte rumorosamente squillanti e  trasformando lo spettacolo – almeno nella prima parte – in una sorta di show musicale, inserendo numerosi sipari con semplici balletti su canzoni pop, fino ad arrivare al duetto Bianca/Lucenzio (Camilla Nigro e Vittorio Camarota) modellato sulla scena clou di A star is born
Uno spettacolo costruito sull’accumulo e sulla ridondanza, sull’ammiccamento al pubblico – che conosce tutte o quasi le canzoni inserite in quella che diviene una vera e propria colonna sonora/playlist – e che soltanto nel finale riesce a inserire una nota più pensosa e realmente interpretativa, scansandosi dalla pur legittima necessità di conquistare l’attenzione e la partecipazione degli spettatori che, in effetti ridono e applaudono con entusiasmo.

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Foto Laila Pozzo

Elena Gigliotti, insomma, crea una messinscena indiscutibilmente pop e facilmente fruibile, rinunciando in parte all’interpretazione critica che, nella scena finale, si fa finalmente evidente, con quella nota gelida che spegne la gioia del banchetto nuziale, preannunciando incomprensioni e noia nella vita matrimoniale della coppia “tradizionale” formata da Bianca e Lucenzio, implicitamente – e forse un po’ semplicemente – comparata a quella tutt’altro che ordinaria composta da Caterina e Petruccio, due disadattati che riconoscono l’uno nell’altra le medesime inquietudini e sofferenze.

Riesce a conquistare un più solido equilibrio fra esigenza di rivolgersi a un pubblico ampio e alla ricerca in primo luogo di svago e indispensabile individuazione di una chiave interpretativa organica l’Otello diretto da Marco Lorenzi.

Una chiave dichiarata ancora prima dell’inizio dello spettacolo: in scena ci accoglie Lucio De Francesco, impassibile, seduto al centro del palco, delimitato da un fondale sul quale campeggia la scritta «io non sono quello che sembro». Sì, perché l’attore è truccato e acconciato così da assomigliare a Damien Escudier che, a sua volta, sarà un Otello non convenzionalmente “negro” bensì diversamente “diverso” – non il colore della pelle ma l’accento straniero, francese. Non è un gioco di parole ma la chiave, all’insegna di quell’ambiguità che, a seconda delle circostanze, può essere positiva oppure motore di tragedie, che la regia ha scelto quale filo rosso dello spettacolo.

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Foto Laila Pozzo

Un lavoro in cui riveste notevole rilevanza pure l’elemento meta teatrale: ai lati del palco ci sono i camerini, con gli specchi e il tavolino per il trucco; uno degli attori, Andrea Triaca, è il tecnico incaricato di muovere luci ed elementi scenici vari; e il succitato Lucio De Francesco è una sorta di incarnazione delle tragedia e pure il becchino che, con lenta ma metodica dedizione, apparentemente indifferente a quanto avviene in proscenio, prepara sul fondo la fossa cui sono destinati i protagonisti.

Accanto all’ambiguità, infatti, vi è pure lo stupore per il procedere quasi scientifico della vicenda, il precipitare rovinoso degli eventi innescato quasi suo malgrado da Iago – Angelo Tronca, beffardo e gelido ma anche paradossalmente ingenuo – e divenuto inarrestabile.

Lorenzi osserva con terrorizzato stupore, da un lato, il cedere al male da parte di uno Iago annoiato e infastidito più che luciferinamente invidioso e, dall’altro, l’imporsi della morte quale unico mezzo per salvaguardare la purezza dell’amore di Otello per Desdemona.

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Foto Laila Pozzo

I due protagonisti sono gli abitanti felici di quella Cipro che, nelle intenzioni della regia, che fa comparire sul palco un’enorme scritta luminosa con il nome dell’isola, è una sorta di mondo “altro”, esso stesso straniero, una dimensione parallela, teatro e specchio di come dovrebbe essere il mondo. Un luogo “diverso”, dove la schiettezza con la quale Otello e Desdemona (Camilla Nigro) vivono il loro amore, trova il proprio habitat ideale.
Un mondo “altro” dal quale gli altri personaggi si sentono allo stesso tempo attratti ed espulsi, in quanto le loro esistenze ormai troppo si sono compromesse con le logiche – mercantili e utilitaristiche, pure in amore – della realtà di Venezia, di quella contingenza che non è la purezza del teatro.

Alla fine, una pioggia di rossi fazzoletti a ricoprire i corpi dei protagonisti e gli applausi commossi del pubblico.

 

LA BISBETICA DOMATA
di William Shakespeare

traduzione e adattamento Fausto Paravidino
regia Elena Gigliotti, in collaborazione con Dario Aita

OTELLO
di William Shakespeare
traduzione e adattamento Lorenzo De Iacovo, Marco Lorenzi
regia Marco Lorenzi

scene Gregorio Zurla
costumi Alessio Rosato
luci Cesare Accetta
coreografie Claudia Monti
interpreti Lorenzo Bartoli, Vittorio Camarota, Lucio De Francesco, Damien Escudier, Barbara Mazzi, Camilla Nigro, Michele Schiano Di Cola, Marcello Spinetta, Alice Spisa, Andrea Triaca, Angelo Tronca

produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

Teatro Carignano, Torino
9 e 10 luglio 2019



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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