Radicondoli Festival: ai margini la diversità è anche un valore. Intervista a Massimo Luconi

LEONARDO DELFANTI | Inizia oggi 21 luglio Radicondoli Festival 2019: ai margini (la diversità è anche un valore).
Il festival da anni si presenta come un focus sul teatro necessario, quello cioè che vuole portare al pubblico pratiche progettuali meno scontate nel nostro contemporaneo ma non per questo slegate da emergenze teatrali e culturali.
A ispirazione e monito del tema di quest’anno le parole di Nelson Mandela «La decimazione dei popoli nativi è come un’ossessionante domanda che fluttua nel vento: come abbiamo potuto permettere che accadesse?».

Nuova drammaturgia, centralità dell’attore e impegno civile sono solo alcuni dei punti chiave che da anni guidano un festival low cost, semplice ma non per questo scontato nella visione di Massimo Luconi che ne è il direttore artistico.
«Sono un regista, in alcuni momenti mi sento come un antropologo, non mi pongo come un intellettuale: non ho mai vissuto la regia come fine a sé stessa, quanto piuttosto come un teatro che racconta, fa riflettere, emoziona. Mi piace fare un festival come se fosse una grande regia su un territorio in cui superare la sfera dell’intrattenimento puro. Penso sempre che il teatro abbia una dimensione spettacolare ma anche una introspettiva».

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Il tema di quest’anno è la marginalità: cosa vuol dire vedere ciò che è diverso da me come un valore?

Stare ai margini non vuol dire necessariamente essere esclusi. In realtà si tratta di un modo diverso di vedere le cose. Uno sguardo non predominante che però fa scaturire una riflessione profonda, fondamentale per il nostro stare al mondo facendo diventare centrali cose che succedono in Africa o in India.
Noi siamo eurocentrici ma ci sono altri modi si stare al mondo che sono al margine del nostro sistema culturale economico come forme di associazione economica e politica.
Il festival, portando in scena la cultura dei migranti, il film I villani di Daniele De Michele o Tribal Voice del progetto Survival International, narra di modi diversi di vivere la terra e luoghi sperduti che non sono per nulla selvaggi. Si tratta di aprire delle linee di pensiero né pietistiche né secondarie ma alternative.
Vorrei gettare dei granelli per possibili riflessioni specialmente in riferimento all’Africa: coloro che arrivano non sono masse indistinte che ci creano problemi ma persone con dei valori profondi che possono anche darci delle sfaccettature diverse.

Quando l’estetica dello spettacolo non appartiene ai nostri canoni culturali, c’è la possibilità di vedere lo spettacolo come folklore e non come teatro a tutti gli effetti. Radicondoli Festival è anche folklore?

Assolutamente no. Il folklore è una cosa che detesto, come il razzismo, a cui lo avvicino.
Si tende ad accettare certe culture sulla base degli stereotipi che abbiamo: gli africani possono ballare e suonare le percussioni ma non possono raccontare delle poesie o dei pensieri profondi.
Quindi sì, la retorica del folklore è una cosa da cui stare lontani perché molto pericolosa.

In un’ottica come quella attuale in Italia, come possiamo da tutti questi elementi ricavare degli strumenti per indagare meglio la nostra contemporaneità e combattere il sistema di paura che si creando?

Questa è una bella domanda perché questo tipo di approccio è pericoloso in un festival. Io mi sento impegnato ma allo stesso tempo non mi piace dare per scontato dei messaggi: voglio che il pubblico ci arrivi e prenda quello che gli serve. Penso che un festival debba essere uno strumento per indagare i valori profondi che ci appartengono, i quali non sono contemporanei solo nel senso dell’attualità.
Prendiamo Antigonein questo momento è il testo più attuale che ci sia, decine e decine di migranti che affondano sul barcone proprio perché c’è un governo che ti dice di non aiutarli. Non penso che il teatro o noi che organizziamo eventi più compositi dobbiamo per forza dare una risposta. Piuttosto dobbiamo dare gli stimoli per interrogarci su chi siamo, su dove stiamo andando.
Dobbiamo evitare la retorica e la superficialità: io non penso di fare un festival politico ma uno dove cerco di dare spunti di riflessione. L’anno scorso il tema del festival era la terra e il rapporto con essa, quest’anno verte su altri modi di approccio alla vita, un colore di pensiero che possa essere anche diverso. Non voglio dare il prodotto finito al pubblico: ci deve poter arrivare come vuole lui.

Questo approccio viene utilizzato anche per Il pianeta dei naufraghi, spettacolo che apre la rassegna, nato da un lungo laboratorio tra richiedenti asilo e abitanti di Radicondoli.

Anche in questo senso con i migranti abbiamo lavorato con testi in prosa e poesia di autori africani che in qualche modo avessero delle affinità con il tema del viaggio da un paese a un altro. La denuncia un po’ troppo chiara e definita non mi appartiene.

Parlando di racconti dobbiamo ricordare lo spazio che Radicondoli Festival offre per la nuova scrittura come per Edipo Re e Preghiere per Chernobyl.

Mi piace molto che il festival sia una possibilità, una prova di stampa di progetti che sono freschi di messa in scena, come Edipo Re nato da un laboratorio di Ivan Alovisio con un gruppo di giovani, oppure Preghiere per Chernobyl, un testo di Svetlana Aleksievic (premio Nobel 2015) che inseguo da tanti anni e della quale finalmente l’anno scorso sono riuscito ad avere i diritti. È un bellissimo testo, molto forte, che mi fa riflettere non tanto sulla tragedia personale di una donna e di un uomo, quanto sulla fine del mondo sovietico, sulla perdita di un mondo.

Dimensione umana per raccontare i grandi eventi che creano il nostro mondo: in che modo fruibilità e profondità si uniscono attraverso gli eventi del festival?

Semplificando gli incontri. Quando Nicola Russo presenterà Christophe o il posto dell’elemosina e Giorgio Scianna il suo testo Ersatz non sarà in un contesto di spettacolo ma tramite una forma dialogata con il pubblico. Un altro format che noi proponiamo ormai da anni sono i “trekking poetici”: il pubblico segue un percorso nel bosco alla fine del quale incontra il protagonista della serata; dopo la presentazione di alcuni pezzi dello spettacolo si va tutti assieme a mangiare. Quest’anno abbiamo Mariangela Gualtieri. Non sono momenti costruiti, non sono appuntamenti.
Il momento dedicato agli addetti ai lavori è il Premio Radicondoli per il Teatro, che fino all’anno scorso si chiamava Premio Garrone: un premio a un giovane critico, al miglior progetto e a un maestro.

Come si inserisce nella cornice di un luogo come Radicondoli un festival impegnato, che punti a stimolare alla riflessione e che sia capace di accogliere storie diverse?

Il festival è legato al luogo di Radicondoli attraverso un rapporto semplice. Da quando sono direttore artistico ho cercato di togliere gli orpelli e le strutture organizzative e tecniche. Radicondoli ha un proprio fascino legato al paesaggio e al territorio e non ha bisogno di zavorre burocratiche.
Inoltre, ho lavorato sugli attori più sensibili, sulla nuova scrittura e sul teatro di ricerca. Mi intriga approfondire un discorso sulla drammaturgia per una parola che non sia inutilmente retorica.

 

RADICONDOLI FESTIVAL 2019
21 luglio – 4 agosto
Direzione artistica Massimo Luconi
Programma

 



Categorie:Danza, Novità, Partnership, Scena, Teatro

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