Rosso di San Secondo secondo i Carullo-Minasi: le infinite gabbie dell’essere umano

FILIPPA ILARDO | Il vuoto con le parole attorno. Così Antonio Gramsci definì Marionette, che passione! di Rosso di San Secondo. Il vuoto è quello dell’anima. Le parole sono quelle del grande drammaturgo, capace di condensare in un dramma il rovesciamento dello stesso dramma, di giungere, per termini di estrema astrazione, a una contrapposizione di opposti che ha nella struttura dell’azione scenica la sua acuta simmetria. Il duo Carullo-Minasi approda così al testo dell’autore nisseno, per la stagione estiva dello Stabile di Catania diretto da Laura Sicignano, che presenta una promettente apertura alla nuova drammaturgia contemporanea. E sulla carta era già una bella sfida, l’incontro-scontro tra il gigante del teatro cosiddetto grottesco – in uno dei testi fondamentali della drammaturgia dei primi decenni del Novecento – e questa Compagnia che ha fondato su un’ironia fatta di labilità, evanescenze, ritmo e ripetizioni, il proprio linguaggio.

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Mentre ancora le luci di sala sono accese, gli attori entrano in scena, in penombra, alla ricerca di un dettaglio, vestito o cappello, che li trasformerà in personaggi, (una qualunque, insignificante particolarità basterà a distinguerli) per poi presentarsi frontalmente, con i loro elementi identificativi, scritte su tavolette.

Personaggi senza nome, etichette da esibire, tesi da sostenere; più che vite da vivere, simboli astratti, sagome cui dare corpo e voce, attori in cerca di personaggi. Marionette appunto. Poco più che fantocci. Appesi ai fili di una passione tesa fino al parossismo, ma che è l’unico impulso che li rende vivi. Eppure non vivono la vita, da essa sono vissuti, in perenne conflitto tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere.

La scena iniziale si svolge dentro la sala del Telegrafo, che sembra quasi un castello dei destini incrociati: perfette le scene di Cinzia Muscolino, che risolvono buona parte delle scelte registiche. Sono gabbie mobili, schemi pronti a strutturarsi a destrutturarsi, a creare infiniti spazi, a delimitare prospettive. Astratte ed espressioniste, sanno diventare elemento metaforico,  metonimia d’un paesaggio dell’anima.

f7951ffc-eb3f-4441-a6a5-dfc4be5f8810.jpgLì si incontrano per l’appunto il Signore in grigio (Gianluca Cesale), il Signore a lutto (Giuseppe Carullo) e la Signora dalla volpe azzurra (Cristiana Minasi). Tutti e tre in procinto di spedire un telegramma. Tutti e tre esistano. Tutti e tre vi rinunciano. Eppure sarebbe così semplice, basterebbe un’ora e il messaggio sarebbe già recapitato. È allora che il Signore a lutto e la Signora dalla volpe azzurra, riconoscono, nella similarità del loro amore tradito e del loro soccombere, un destino comune, da «naufraghi della passione», come li definisce nel preludio, l’autore stesso.

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La dinamica dialogica già rodata (che è la caratura del nostro duo), sia nei toni sia nel battibeccare incalzato, risulta in disarmonia rispetto allo stile del nostro autore, qualcosa che non riesce a carburare e sembra piuttosto stridere.

I due personaggi si ritrovano accomunati da un destino simile, e individuano insieme una possibile salvezza, senonché il Signore in grigio, nell’ottima interpretazione di Cesale, che incombe enorme sui due piccoli esseri (come fosse la Madonna della Misericordia di Piero della Francesca), sconvolge e annulla i piani che gli altri due stavano costruendo, con un ragionamento estremamente logico, da vero deus-ex-machina, ribadendo che la passione è una forza che non si può contrastare, né l’uomo ha facoltà di ribellarsi ad essa: «Voi credete di poter trattare la vostra anima come si tratta un servo!».

A differenza degli altri due che recitano con convinzione la propria parte, il Signore in grigio coglie il lato grottesco della situazione e la esaspera. Impeccabile nel suo ruolo di raisonneur, capace di controbattere, a colpi d’ironia, gli sfoghi drammatici degli altri due personaggi, finisce poi per incarnare il suo esatto contrario, quando, poco dopo, si mostra pronto a chinarsi sotto il giogo della passione stessa, andando lui stesso a casa della donna. Così arriva persino a corteggiare la Cantante/Ballerina, una disarticolata marionetta, cui Alessandra Fazzino presta una corpo estremamente fluido.
Reminescenze di Craig, passando per Kleist e arrivando a Rilke sulla dinamica tra attore e marionetta, tra animato e inanimato, tra meccanico e metafisico, tra innaturale e sovrannaturale, tra identità e ambiguità, il discorso si potrebbe fare lungo.

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Su tutte le scene, irrompe sempre il mondo esterno, tramite fattorini, guardie sonnolente, famiglie che entrano nell’ufficio postale per telegrafare su nascite, matrimoni o morti, e poi ancora ballerine, cameriere. Sono solo due attori, davvero bravi (Manuela Ventura e Ciccio Natoli), che sanno diventare, con ottime performance, tutto ciò, grazie alla indiscutibile capacità tecnica di velare di ironica e farsesca comicità ogni situazione, ogni minimo gesto.

Forse la chiave di interpretazione registica risente di una indecisione di fondo incapace di ringiovanire il testo, manca il coraggio di una rilettura che vi trovi segni di autentici modernità. Tuttavia convince l’idea di teatro come uno spazio dove la visione diviene elemento essenziale di costruzione dello spettacolo, dove le caratteristiche dimensionali e volumetriche generano senso. Lo spazio drammaturgico dell’architettura esprime, in una maniera non descrittiva, ma sintetica, un’atmosfera che riassume e comprende il valore del dramma stesso: una gabbia dalle infinite combinazioni, in cui è impossibile vincere se stessi, imprigiona l’essere umano, marionetta appesa a destini, intrecci, strutture.
Ecco che il teatro, lo stesso gioco teatrale, la forma teatrale e l’idea di rappresentazione, perfino il testo e non escludendo la regia, si configurano come gabbie, intelaiature componibili che bloccano l’essere umano a sé, come tentativi di scomporre e ricomporre forme e soluzioni, trovate e artifici, ma senza mai centrare, forse, il bersaglio.

 

 

MARIONETTE, CHE PASSIONE!
di Pier Maria Rosso di San Secondo

regia Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi
scene e costumi Cinzia Muscolino
regista collaboratore Roberto Bonaventura
con Giuseppe Carullo, Cristiana Minasi, Gianluca CesaleManuela Ventura, Alessandra Fazzino, Ciccio Natoli
nuova produzione Teatro Stabile di Catania

Castello Ursino, Corte
6 – 18 luglio 2019



Categorie:Novità, Teatro

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