Il teatro non è un’isola: su “Una Tempesta in Valsamoggia” del Teatro delle Ariette

LAURA BEVIONE | Se nessun uomo è un’isola, neppure il teatro lo è. E, a testimoniare questo desiderio di apertura, di confronto costante con la realtà circostante, Paola Berselli e Stefano Pasquini – ovvero il Teatro delle Ariette – hanno ideato il progetto Territori da cucire, nato in contemporanea – e in reazione – alla creazione del vasto comune di Valsamoggia, frutto dell’unione amministrativa di cinque comuni prima autonomi: Bazzano, Castello di Serravalle, Crespellano, Monteveglio e Savigno. Territori con individualità e peculiarità proprie che era necessario appunto “cucire” così da plasmare una comunità che non fosse solo burocraticamente tale.
Un progetto fondato sulla convinzione che nessun campanile è un’isola, così come, d’altro canto, non lo è una compagnia teatrale intima e “familiare” come le Ariette. E non lo è neppure la comunità teatrale nel suo complesso, ognora tentata dalle sirene della confortante autoreferenzialità.

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Foto Giovanni Battista Parente

Se lo scorso anno Territori da cucire aveva visto la messinscena, in cinque puntate, dell’Odissea, in questa edizione del progetto la scelta è ricaduta sulla Tempesta, l’ultimo dramma di Shakespeare, spezzettato e proposto nuovamente in cinque tappe successive in altrettante piazze della Valsamoggia. Una decisione che Stefano Pasquini motiva con queste parole: «È il nostro presente che mi ha fatto pensare alla Tempesta. Qualcosa sta cambiando, qualcosa è finito per sempre. Cosa ci sarà dopo? La piazza diventa isola, l’isola della tempesta. Il teatro è un’isola dove mi nascondo per stare solo e dove mi dispongo ad accogliere gli altri, i naufraghi. L’isola del teatro è tutta da scrivere, da immaginare, è ciò che del nostro passato è rimasto imprigionato nel presente dell’oggi. È il dialogo tra me, oggi, e il mio passato»

L’isola come spazio di riflessione e ricomposizione del sé, dunque, ma da cui poi ripartire per attraversare il mare che ci separa dalla terraferma, da quella realtà da cui è impossibile separarsi ed estraniarsi in quanto problematica e feconda sorgente del proprio esistere e, in questo caso, del proprio fare teatro.

E la terraferma, per il Teatro delle Ariette, sono i cinquanta cittadini, dai quattro agli ottanta anni, che, dopo avere partecipato al laboratorio tenuto nel mese di maggio, stanno attivamente contribuendo alla realizzazione delle cinque puntate di Tempesta in Valsamoggia, recitando e cantando certo, ma pure scrivendo e cucendo i costumi; realizzando la scenografia – con al centro il trono di Prospero, la cui bacchetta è diventata uno scettro – e montando e smontando lo spazio nelle varie piazze; servendo alla fine dello spettacolo pane e pomodoro agli spettatori, per condividere con loro cibo e pensiero, com’è nella tradizione della compagnia.

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Foto Giovanni Battista Parente

Cinquanta performer/autori di età, nazionalità – la poetessa romena, la cantante albanese, le tre sorelle marocchine – formazione e professionalità differenti, accuratamente e pazientemente amalgamate così da creare una comunità affiatata e nondimeno porosa, pronta ad accogliere il pubblico, quello seduto attorno allo spazio scenico così come quello che assiste allo spettacolo seduto sul balcone del condominio che affaccia sulla piazza, e anche quei tanti che sono di passaggio, bambini in bicicletta o adulti seduti al tavolino del bar lì vicino, loro malgrado eppure felicemente cooptati in quell’universo concretamente parallelo che è l’isola di Prospero rievocata a Castelletto, nella cui piazza abbiamo assistito alla terza puntata della Tempesta.

Cuore della serata il vero e proprio colpo di fulmine che scoppia fra Miranda – che non ha mai visto un ragazzo – e Ferdinando; ma pure l’affetto nei confronti della bambina, ora ragazza, che dovrà pur aver provato la moglie di Prospero, benché nel dramma mai sia nominata né citata .

Amore sensuale e amore materno dunque, ma pure l’amore verso se stessi: «ricordatevi il vostro nome! Urlatelo!», ci invita lo stesso Stefano Pasquini, vero e proprio maestro di cerimonie, ma senza formalismi bensì con affettuosa partecipazione e prontezza a inserire fluidamente nella messinscena gli imprevisti che una serata all’aperto inevitabilmente comporta.

La messinscena – avviata dal Valsamoggia rap, composto e interpretato dal giovane e agguerrito Collettivo La Notte –  coniuga il racconto delle vicende della Tempesta shakespeariana – a proposito, chi del pubblico conosce Shakespeare? quali titoli vi fa venire in mente? – a sipari animati dai performer, che recitano i testi da loro scritti a partire proprio dall’idea di ‘isola’: il luogo in cui sperimentare una felicità rara e perfetta e dunque inevitabilmente destinata a essere abbandonata poiché le incombenze della terraferma sono più forti e vincolanti ma anche il luogo in cui non si riesce a sentirsi a casa poiché si è sempre e comunque stranieri. C’è spazio, però, anche per la musica – una sorta di gara musicale per decidere quella che sarà la canzone dell’isola con tre diversi concorrenti – e per la poesia.
E c’è, ovviamente, Shakespeare: il suo dramma è stato scomposto e ricondotto ai suoi nuclei essenziali. Non semplificato né banalizzato, attenzione, bensì analizzato e scavato alla ricerca tanto dei nodi narrativi principali quanto dei concetti fondanti: l’amore, appunto, la giustizia, il riconoscimento della propria natura più intima e l’ansia di libertà.

I personaggi della Tempesta diventano familiari al pubblico, che, puntata dopo puntata, segue con passione le vicende di Prospero e del fratello usurpatore, di Miranda e Ferdinando, di Ariel e Calibano. Le loro storie, il presente del dramma e le loro aspirazioni, sono oggetto di conversazione e dibattito per gli spettatori, cui in ogni tappa è riproposto una sorta di “ripasso” – informale e omogeneamente inserito nella drammaturgia della serata – di quanto avvenuto la settimana precedente.

Shakespeare, così, è davvero “nostro contemporaneo”, esploratore dei moti più autentici dell’animo umano: la ricerca della felicità e la consapevolezza della sua natura provvisoria, transeunte, di cui ci racconta una delle performer; la difficoltà di confrontarsi con chi ci considera “diversi” vissuta da un’altra partecipante al progetto ma pure da Calibano; l’amore romantico ed esclusivo di Miranda e Ferdinando; la necessità di fingere e di ingannare per sconfiggere chi a sua volta vuole ingannarci, come è costretto a fare Ariel.

Le parole shakespeariane si mescolano alle canzoni – originali e non – e agli scritti dei partecipanti al laboratorio condotto da Stefano e Paola e, ancora, acquistano succosa carnalità dall’adesione – spontanea e vera – dei performer, che contagiano così il pubblico, magari non così avvezzo ai drammi del Bardo.

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Foto Giovanni Battista Parente

Shakespeare è lo strumento e la sostanza di un “esperimento per un teatro di comunità” che ci pare riuscito, se per comunità intendiamo tanto quella creatasi nel corso del laboratorio e delle prove e formata dalle Ariette e dai cinquanta cittadini, quanto quella allargata a comprendere gli spettatori delle cinque puntate e, ancora, in un fertile movimento a cerchi concentrici, a includere gli abitanti delle varie piazze toccate – i timidi “balconisti” così come i rumorosi avventori dei bar.

Certo il grado di coinvolgimento degli abitanti di questa comunità allargata non è uguale per tutti e non è semplice vincere la diffidenza o la scarsa curiosità degli abitanti delle varie piazze toccate dal progetto: il teatro si scontra inevitabilmente con paure, consuetudini radicate, disinteresse, tanto verso quella realtà “diversa” che è la scena, quanto verso chi e che cosa non è conosciuto. Ma, anche in questa concreta problematicità – anzi forse partendo proprio dalla consapevolezza del carattere di sfida che contraddistingue il proprio progetto – la compagnia delle Ariette cerca di agire, offrendo, a chi avrà voglia di soffermarsi a guardare, uno specchio vivo in cui riflettersi.

L’obiettivo è quello di mostrare a una comunità il più possibile vasta – la Valsamoggia ma, in fondo, il nostro intero Paese – che l’isola in cui è convinta di essersi convenientemente arroccata in verità galleggia in una concreta e solida realtà che non può essere ignorata bensì agganciata e conosciuta, pur sempre tenendo bene a mente il proprio nome.

 

UNA TEMPESTA IN VALSAMOGGIA
Esperimento per un teatro di comunità

spettacolo in cinque puntate tratto da La Tempesta di Shakespeare nelle piazze di Valsamoggia (Bologna)
progetto e direzione artistica Paola Berselli e Stefano Pasquini
direzione tecnica Maurizio Ferraresi, Massimo Nardinocchi
organizzazione Irene Bartolini, Paola Berselli
con la partecipazione di  Pasqualina Siotto, Barbara Vagnozzi, Daniela Correggiari, Giovanni Zanasi, Stefanie Baumann, Roberto, Donatella Ianelli, Germana Fratello, Greta Scaglioni, Valentina Nanni, Morena Diamantini, Valeria Collina, Marilena Monari, Domenico Oliva, Maria Luisa Bompani, Duilio Carli, Davide Borruto, Matilde, Caterina Caravita, Sofia Degli Esposti, Giuseppe Patti, Flavio Azolini, Riccardo Memoli, Alessandro Memoli, Benedetta Paganini, Giorgia Vivarelli, Giuseppe Portale, Anita Farneti, Sara Valletta, Charlotte Parente, Laura Lanza, Simonetta Politi, Beatrice Rinaldi, Clara Garagnani, Lindita Metalla, Claudia Cavazzoni, Andja Grgic, Sandra Kaczanow, Giulia Medici, Roberto Gaglioti, Enrico Fabbri, Roberta Trebbi, Maria Pia Dessì, Massimo Moscato, Stefania Vigarani, Alina Sandru, Angelo Garagnani, Guido Tagliavini, Alessandro Accorsi, Musu, Ali, Mimi Brownie, Asma, Heba, Alae, Doae, Barbara Peroni

produzione Teatro delle Ariette;   con il sostegno di Comune di Valsamoggia, Regione Emilia-Romagna, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna; in collaborazione con Fondazione Rocca dei Bentivoglio, CartaBianca Libreria Indipendente 

Piazza centrale di Castelletto (BO), 17 luglio 2019

 



Categorie:Novità, Reportage, Satura, Scena, Teatro

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