Memoria corta e gambe lunghe: l’anatomia delle bugie secondo Alessandro Berti

ELENA ZETA GRIMALDI| C’è chi dice che una buona bugia è quella ricca di particolari. Chi sostiene che in ogni caso le bugie vengono presto scoperte. Chi si vanta di non averne mai dette, bugie. Qualcuno si giustifica dicendo che alle volte sono necessarie delle piccole, innocue, bugie bianche. Ma in fondo a noi lo sappiamo: la verità è prismatica e spigolosa, ed è sempre un sollievo levigarla un pochino.

Ci troviamo a Sciaranuova Festival, una piccola ma curata rassegna di “Teatro in vigna” giunta alla sua quinta edizione, ospitata, ideata e prodotta dalla Cantina Planeta, incastonata tra il cratere dell’Etna e la valle dell’Alcantara. È qui, in un’arena di pietra nera tra le viti e i pini, che Alessandro Berti ha presentato in anteprima nazionale Negri senza memoria, secondo capitolo della trilogia Bugie bianche: dopo Black dick, che analizza «lo sguardo del maschio bianco sul corpo del maschio nero», continua l’indagine sulle zone d’ombra di «una storia complessa ridotta a una questione razziale», mettendo in luce i processi di ricontrattazione del passato e le inevitabili ripercussioni sul presente. Lo spettacolo debutterà ufficialmente a febbraio 2020 al Teatro Laura Betti di Casalecchio di Reno, ci racconta l’attore instaurando con noi un’intima complicità, sulle note della canzone di Daniele Silvestri Kunta Kinte e la sua «splendida allitterazione» che funge quasi da prologo, argomentativo e metodologico. È vicinissimo a noi, ma le note che suona e le parole che canta sembrano arrivare dal buio del bosco alle sue spalle.

… southern trees bear a strange fruit, Blood on the leaves and blood at the root,
Black bodies swinging in the southern breeze, Strange fruit hanging from the poplar trees…

Marion, Indiana, USA, 1930: una folla di bianchi inferociti irrompe nella prigione, trascina via gli afroamericani Thomas Shipp e Abram Smith, accusati senza prove di omicidio e stupro nei confronti di bianchi, e li impicca. Il fotografo Lawrence Beitler immortala la scena.

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Linciaggio di Thomas Shipp e Abram Smith – Lawrence Beitler, 1930

Bronx, New York, USA, poco tempo dopo: l’insegnante ebreo-russo Abel Meeropol alla vista della foto resta così scosso da non dormire per giorni. Poi trova una soluzione: scrive una poesia, Strange fruit, che diventerà un simbolo della protesta razziale e verrà resa famosa qualche anno dopo dalla splendida voce di Billie Holiday.

Siamo subito messi davanti al cuore del problema: perché la violenza dei bianchi sui neri è una forma di giustizia, mentre al contrario è un irrisolvibile problema di patrimonio genetico? E soprattutto: perché fatichiamo a renderci conto di questa palesissima disparità?

Philadelphia, Pennsylvania, USA, 2002: il dj nero Chuck Nice dichiara in radio che «Italians are niggaz with short memories»; la comunità italoamericana insorge, chiedendo le scuse dell’uomo, che lui si rifiuta di presentare.

Saltando avanti e indietro nel tempo e nello spazio, Berti incolla pezzi stracciati di un passato che, strisciolina dopo strisciolina, ci accorgiamo essere più comune di quanto l’abitudine ci suggerisce: fino ai tempi recenti gli immigrati italiani in America (soprattutto meridionali) venivano non solo trattati da negri, classificati con gli stessi stereotipi, ma addirittura appellati con gli stessi dispregiativi. Sembra un’affermazione banale, un po’ buonista, un po’ gonfiata, ma è proprio in questa comoda e superficiale liquidazione del problema che abbiamo la conferma della sua importanza. Da qualche parte nel secolo scorso, storia e cultura sono andate in corto circuito: la rappresentazione della realtà è diventata percezione della realtà e quindi, fattivamente, realtà stessa.
Mescolando racconti e documenti, interpretazione e commento, parlato e cantato, pagine di storia si aprono una dall’altra come link del deep web: in un fatto noto, da una piccola parola nascosta tra le righe si accede ai contenuti sommersi dalla cultura dominante.

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Foto Fabio Crisafulli

Veniamo guidati, senza forzature o pedanteria, in un intricato labirinto di realtà obliate, attraversiamo corridoi che solo dopo averli percorsi ci ricordiamo di conoscere; giriamo e giriamo, sempre più stretti, intorno al centro: noi.
Nelle pause si sente solo il frinire delle cicale, il pubblico non emette un fiato, sospeso nella ricerca di qualcosa che poco prima credeva salda tra le mani.

Quasi sempre intonate a cappella, le parole dei blues americani e dei canti del folklore italiano contaminano la recitazione e si mischiano a essa diventando parte integrante dell’azione: trascinano, illudono, testimoniano, svelano, spiegano. Su un altro piano parallelo vengono a galla, in maniera quasi filologica, le pulsioni (emotive, politiche, sociali) che spingono alla creazione artistica. Intanto la nostra mente si chiede, senza disturbare: quindi, chi eravamo? Chi siamo? E come lo siamo diventati? Che percorso stiamo facendo?

La risposta viene fuori per contrasto dalla colata di paradossi storici e culturali che avanza, lenta e inesorabile, verso di noi: meridionali che, dalla loro nuova casa al nord, teorizzano che gli abitanti del Sud sono in tutto e per tutto assimilabili alle «orrende razze» di Africa e Australia; giornali italiani accusati di fomentare la violenza contro lo stato a causa dei continui appelli all’unione dei lavoratori senza distinzione di colore; strumentalizzazioni mediatiche che accrescono l’allarmismo razziale, mentre si fregiano della più perfetta forma di democrazia; i vantaggi di una protesta pulita, pacificata, omogenea, mutilata dei suoi aspetti più brucianti; tradimenti, ricontrattazioni, sostituzioni.

All’improvviso riemergiamo dal fiume della narrazione, e ci accorgiamo che il processo di addomesticamento degli immigrati italiani si è compiuto davanti ai nostri occhi: è così che adesso anche noi siamo bianchi. Da qualche parte nel secolo scorso, abbiamo oltrepassato il confine e ci siamo dimenticati il ghetto, gli insulti, i soprusi, i linciaggi. Da qualche parte nel secolo scorso, il nostro acquisito status sociale si è solidificato nella storia sommergendo ogni pericolosa contraddizione: non siamo mai stati amici dei neri, non abbiamo mai lavorato, riso, pianto, bevuto, fatto l’amore, lottato insieme a loro. Anche noi siamo parte della privilegiata “razza superiore”. Che, per definizione, esige che ne esista una “inferiore”. E non c’è bisogno di sentirsi in colpa: è solo un’altra piccola, necessaria, innocua, bugia bianca.

BUGIE BIANCHE
Capitolo secondo: Negri senza memoria

di e con Alessandro Berti
produzione Casavuota

Sciaranuova Festival
Cantina Planeta Sciaranuova, Passopisciaro (CT)
20 luglio 2019



Categorie:Cultura e società, Novità, Recensioni, Teatro

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