Altofest 2019, le porte aperte nella Napoli teatro dell’accoglienza

MATTEO BRIGHENTI | Il dialogo è la possibilità di un incontro tra differenze. Nel dare e avere di ascolto e parola, di voce e silenzio, si perde qualcosa del proprio e si prende qualcosa dell’altro. Altofest di TeatrInGestAzione abita questo tempo sospeso in cui io diventa noi e bene comune la singola proprietà. Non una qualsiasi, ma il primo e più personale riparo nella e dalla città: la casa. Gli artisti e i cittadini “donatori di spazio”, ogni estate dal 2011, fanno di Napoli il teatro diffuso di un progetto di socialità sperimentale: la rigenerazione umana attraverso la cura dell’opera d’arte tra le mura domestiche.
Non si tratta, semplicemente, di presentare spettacoli in contesti o situazioni extra-teatrali, quanto di riscrivere il confine tra ciò che è mio e ciò che è tuo, di interpretare luoghi (di) altri in modo che siano abitabili, allo stesso modo, da chi ci vive da sempre e da chi, al contrario, è solo di passaggio. Vincitore nel 2017 del prestigioso EFFE Award come una delle sei manifestazioni più importanti d’Europa, eccellenza dal basso esportata e tradotta nella Capitale Europea della Cultura 2018 (La Valletta) e presto anche in quella del 2019 (Matera), Altofest si configura, perciò, come il non-festival per eccellenza.

Locandina Altofest 2019_ foto Vicky Solli

Foto Vicky Solli

Siamo di fronte a una “festa”, in senso stretto, etimologico: accogliere ospitalmente al focolare domestico. L’abitare, qui, è inteso come continuare ad avere l’opportunità di costruire momenti di accoglienza sostenibile. Una centralità riaffermata dal termine Habitat. Tale è la sintesi-manifesto delle proposte che compongono il programma e la domanda estetica emersa dalla drammaturgia della IX edizione napoletana (3-7 luglio) a cura di Anna Gesualdi e Giovanni Trono, a colloquio con Loretta Mesiti, dramaturg del fest. Mesiti, insieme a Silvia Mei, Dario Gentili, Meike Gleim, Rosa Coppola, Daniela Allocca, Raffaele Marone, fa parte della Comunità di Ricerca (Co.R). È un gruppo interdisciplinare, organicamente legato ad Altofest, che collabora alla creazione di pratiche di discussione e riflessione, proseguendo e sviluppando il lavoro dell’Osservatorio Critico (OCr), attivo dal 2012 al 2018.

Da un lato, dunque, l’artista e la sua opera; dall’altro, invece, il cittadino e il suo spazio. Ciò che avviene tra di loro, già di per sé rilevante, è e resta tra di loro: è a porte chiuse. Però, una volta aperte – è la scommessa della visione di TeatrInGestAzione – l’opera dovrebbe risuonare del loro confronto alla pari, consegnando al pubblico il vero esito da perseguire, al di là dello spettacolo vero e proprio: farci sentire a casa anche fuori casa. E non per la riconoscibilità di tratti oppure aspetti ugualmente “casalinghi”, ma perché riceviamo e recepiamo gli occhi di chi, da estraneo, ha attraversato quell’ambiente prima di noi, e l’ha fatto suo.
Tutto questo ha a che vedere con il dono di punti di vista diversi per nuovi orizzonti sul potenziale poetico del quotidiano. Nei giorni di permanenza di Pac (dal venerdì alla domenica) lo abbiamo ricevuto, in particolare, da Roberto Corradino con il suo storico Piaccainocchio, da Rodrigo Pardo e Rosalia Wanka con il loro pluripremiato 2 Ambientes / Napoli.

Altofest 2019 - Roberto Corradino - foto Vicky Solli

Piaccainocchio. Foto Vicky Solli

Nell’atelier Alifuoco, Via Domenico Cirillo 18, Corradino officia una messa funebre, comicamente solenne, disperatamente tragica, in onore di Geppetto. Il tempo, infatti, è passato ben oltre la fine scritta da Collodi nelle avventure di Pinocchio.
La tela d’angolo quasi graffiata da Claudia Ferrari sembra colare dal muro su un tavolaccio da lavoro, ingombro di oggetti: lumini, Re Magi, utensili, un piccolo manichino di legno, una Red Bull. Pare la natura morta della nostra scompostezza di fronte al dolore, quanto il presepe vivente del nostro modo di cercare una via, una speranza nella sofferenza.
Parrucca bordeaux/nera arruffata, grossi occhiali, maglietta, calzoncini e rosario al collo, l’attore comincia come un Don (Mastro) Ciliegia shocking. La funzione serve a tenere acceso il ricordo del defunto, mentre Pinocchio non c’è. Si è aggrappato al poco che ha per stare meglio: ha mandato una lettera. Ora che non è più il burattino di nessuno, ora che è diventato un uomo, reagisce sottraendosi all’ultimo addio. È il labile conforto di rivendicare se stessi, disconoscendo il proprio genitore.

Piaccainocchio è il mistero insondabile dell’odio e amore per e del padre e Creatore, simboleggiato da una sorta di libro mastro su un altare-leggìo di fianco al tavolaccio. Roberto Corradino dice più di quello che le sue parole dicono: non c’è bellezza nella perdita, c’è soltanto il tentativo di restare vivi, per quanto è possibile. Le cose stanno così, è inutile raccontarsela ancora, le bugie non funzionano. Per questo, tolta la parrucca, Corradino penetra nella carne viva di Pinocchio.
Violento, lo sguardo iniettato di lacrime, grida e sussurra che, in fondo, siamo tutti figli che non hanno deciso di nascere, al guinzaglio di una famiglia non richiesta e di una religione che non dà alcun conforto. Un cordone, un filo che quando viene reciso si trasforma, però, in un vuoto incolmabile. Forse, da orfani, per certi versi non siamo più niente.
Alla fine, anche l’attore non può che sottrarsi nella sua diversità. Va via, in una stanza in fondo a un corridoio. Va ad ascoltare la musica che a Geppetto non è mai piaciuta. Balla e chiude la porta dietro di sé. Si fa ombra di una pace, di una spiegazione che non riesce a trovare da nessuna parte.

Altofest 2019 - Rodrigo Pardo, Rosalia Wanka - foto Vicky Solli

2 Ambientes / Napoli. Foto Vicky Solli

In un’altra stanza, nella camera da letto di casa Schirru/Salomone, Via M. R. Imbriani 27, Rodrigo Pardo e Rosalia Wanka cercano ognuno il proprio spazio e quindi si cercano, rotolandosi addosso. Disegnano il forsennato scambio di posizioni di due sonnambuli che rimbalzano sul materasso come indiavolati. Paiono persi nei loro sogni e, invece, stanno provando la performance che intendono portare ad Altofest. 2 Ambientes / Napoli è lo squarcio metateatrale su un’intimità che danza con la quotidianità nella vita di tutti i giorni.
Farsi la barba o preparare il mate prendono, allora, una forma che non ci saremmo mai immaginati: il tango. Al pari di fantasmi partoriti dalla loro fantasia, seguiamo Pardo e Wanka in bagno, in cucina e in salotto, dove dimostrano che in ballo c’è soprattutto il divertimento del sentirsi a vicenda. La passione, l’eleganza, la sinuosità, la precisione degli interpreti sono l’alchimia di due spiriti colti nell’abbraccio di desideri concordi. Un incanto che, da ultimo, rivela il suo segreto in una lezione pratica con il pubblico: il tango è uno spostamento del peso. Tale e quale alle relazioni.

Piaccainocchio, 2 Ambientes / Napoli, avvengono adesso, fra queste quattro mura. Portano l’altrove qui dentro, e non viceversa. Il paesaggio interiore di artisti siffatti non si adatta e basta, ma informa di sé il paesaggio esteriore, lo interpreta e trasforma in un ambiente terzo, identificabile e appropriabile pure per chi viene da fuori. Lo stesso non possiamo dire di Colectivo Querido Venado con Happy Birthday Dear Napoleon, di Giulio De Leo con Solitario, di Elisabetta Di Terlizzi con #2 Fo(u)r Nothing e di O-Team con Dark Matter. Lavori, questi, che si collocano su una scala crescente di esclusione/distacco dagli spettatori e, di conseguenza, dalla finalità del fest, per come l’abbiamo enunciata sopra.

Altofest 2019 - Collectivo Querido Venado - foto Vicky Solli

Happy Birthday Dear Napoleon. Foto Vicky Solli

Guillermo Aguilar, Isis Piña, Carla Segovia, Sergio Valentín, scandiscono un incedere metrico, materico, tra il salone e la libreria di casa De Santis, Salita Pontecorvo 60. Le braccia dei quattro danzatori sono stese, le mani tese, come ali senza vento: misurano, avanti e indietro, l’estensione di Happy Birthday Dear Napoleon. Appaiono non umani, piuttosto umanoidi, con i medesimi capelli neri e il medesimo rossetto nero.
Peraltro, si distinguono a malapena i ragazzi dalle ragazze. La liquidità di genere può essere un rimando al cuore della performance: i ricordi confusi di episodi avvenuti durante una festa di compleanno per Napoleone. Tentano, così, di ritornarci con la memoria, replicando e indagando i gesti fatti e le posture assunte probabilmente allora.
La ripetizione ossessiva dei movimenti, forse, nasconde una qualche colpa da espiare. È solo un’ipotesi, perché non c’è alcun rapporto, né contatto tra loro. L’attenzione è unicamente a frazionare linee, orientamenti, posizioni, su un cammino tracciato con la luce al neon e una musica elettronica insistente.
La pulizia chirurgica della coreografia, in definitiva, non sortisce altro effetto che quello di riempire e far passare il tempo della scena. Il raffronto tra l’azione danzata del ricordare e la memoria, al contrario immobile, di quadri, suppellettili, memorabilia, raccolti in una vita intera dalla padrona di casa – vera chiave di accesso per il pubblico al nuovo mondo napoletano di Happy Birthday Dear Napoleon – rimane colpevolmente taciuto sullo sfondo. Tanto che per venire compreso deve essere detto con chiarezza dal Colectivo Querido Venado alla fine.

Altofest 2019 - Giulio De Leo - foto Vicky Solli

Solitario. Foto Vicky Solli

È ancora più chiuso Giulio De Leo, isolato in un altrove irraggiungibile da cui arrivano sulla Via Pedamentina a San Martino solamente gli echi di un certo compiacimento. Solitario lo è di nome e di fatto. La processione in questo lembo di gradini dalla Certosa di San Martino al Corso Vittorio Emanuele, fra palazzi che affacciano sul golfo, è una danza agita per se stesso, e nient’altro.
La partitura, sulle note di Georg Friederich Händel da una mini cassa che si porta dietro, tocca appena la superficie dell’arredo urbano: De Leo non è qui, rimane nella sua idea di arte come tormento, a giudicare dal volto, costantemente mesto. E chi passa per caso sorride, non riuscendo a distinguere, chissà, la pienezza dell’atto dalla stranezza di trovarlo proprio qui.
Solitario e il suo scenario di Napoli non comunicano, tutt’al più si affiancano. Il luogo non diviene ritrovo. Perciò, il nostro esserci o non esserci non fa molta differenza. L’azione non scuote altro che il corpo coreutico.
L’unico sussulto, stavolta collettivo, si manifesta all’ultimo istante, quando la figura del danzatore va a incorniciarsi in una finestra di casa Abbiento, al numero 61 della Pedamentina. La vista ci riporta al mare, l’elemento d’indagine sia di Giulio De Leo sia della sua ospite, una fotografa d’arte. Uno squarcio su quello che avrebbe potuto essere e non è stato.

Altofest 2019 - Elisabetta Di Terlizzi - foto Vicky Solli

#2 Fo(u)r Nothing. Foto Vicky Solli

La suggestione di una forma, un luccichio in lontananza è #2 Fo(u)r Nothing, seconda di tre parti in cui è stato diviso il lavoro del Progetto Brockenhaus. Elisabetta Di Terlizzi, accompagnata da due bambine, è una sagoma assorbita nel buio, appena rischiarata da una fenditura nel cielo dell’Autorimessa Cava di Tufo, Vico Tronari 20. La pretesa di «riscoprire l’importanza del quotidiano, la semplicità del gesto danzato, l’armonia della composizione» non varca i cancelli dell’oscurità della cava. Essa si conferma una protagonista ingombrante: per essere arginata ha bisogno di un pensiero esecutivo ben più risoluto e immaginativo di quello espresso da Di Terlizzi.

Altofest 2019 - O-Team - foto Vicky Solli

Dark Matter. Foto Vicky Solli

Dunque, è una specie di arcana installazione performativa, superata in astrusità e incoerenza da quella di O-Team, la “cosa” Dark Matter. Si può parlare di “spettacolo” solo nella misura in cui è composto da sequenze su cui si concentrano gli sguardi del pubblico di casa Fiorellino, Via Pedamentina a San Martino 28. Il gruppo vorrebbe affrontare i sensi di colpa per la condizione del nostro pianeta attraverso il personaggio di Edipo, ma temi come la crisi, la responsabilità, il rapporto spazio-tempo, il narcisismo, l’ecologia, sono formulati con i ritmi e le motivazioni di una grammatica scenica fuori controllo, per non dire completamente assente.
L’eroe tragico di Sofocle, con tanto di antiquata tunica bianca, viene fatto scontrare con la materia oscura del titolo, una minaccia dall’immensità del cosmo. Sulla Terra tale pericolo imminente si materializza nell’inquinamento, rappresentato in questo giardino sulla Pedamentina da una macchina per la schiuma. Pare aver sviluppato una coscienza autonoma e interrompe Dark Matter più e più volte.
È un “problema tecnico” originato da qualcosa all’apparenza impalpabile, con effetti, però, a lungo andare devastanti. E i responsabili siamo noi esseri umani: per spronarci a un riscatto di coscienza, O-Team ci invita a ripulire il prato. Il loro atto conclusivo è una tardiva richiesta di partecipazione. Sempre che, dopo quanto visto, ci sia qualcuno ancora reattivo.


PIACCAINOCCHIO

di e con Roberto Corradino
produzione Roberto Corradino & Reggimento Carri | teatro


2 AMBIENTES / NAPOLI

coreografia Rodrigo Pardo
performer Rodrigo Pardo, Rosalia Wanka
con il sostegno di Yamaha (abbiamo dovuto vendere la moto)


HAPPY BIRTHDAY DEAR NAPOLEON

regia e coreografia Guillermo Aguilar, Isis Piña, Sergio Valentín
performer Guillermo Aguilar, Isis Piña, Carla Segovia, Sergio Valentín
composizione/musica dal vivo Aristóteles Benítez
disegno luci Jésica Elizondo
scenografia Colectivo Querido Venado
foto David Flores Rubio, Arturo Soto
produzione Colectivo Querido Venado
coproduzione DISECO, Chanchito Amarillo AE, The Directors


SOLITARIO

di e con Giulio De Leo
musiche Georg Friederich Händel
cura della produzione Marina Peschetola
produzione Compagnia Menhir Danza
con il sostegno di Compagnia Teatroscalo/Teatro Il Saltimbanco di Santeramo in Colle/Teatri Abitati-Residenze Teatrali in Puglia
con la collaborazione di Comune di Ruvo di Puglia-Assessorato alle Politiche Culturali


#2 FO(U)R NOTHING

ideazione e creazione Progetto Brockenhaus
performer Elisabetta Di Terlizzi
organizzazione Vittoria Eugenia Lombardi


DARK MATTER

un progetto di e con O-Team
feat. Rivkah Tenuiflora
concept e testo O-Team
regia, luci, stage design Samuel Hof
costumi Nina Malotta
musica Rivkah Tenuiflora
drammaturgia Antonia Beermann
design sonoro e video Pedro Pinto
una produzione O-Team
in collaborazione con Theater Rampe
con il sostegno di città di Stoccarda, Assessorato alle Arti e alla Cultura, Landesverband freier Tanz- und Theaterschaffender Baden-Württemberg e.V. aus Mitteln des Ministeriums für Wissenschaft, Forschung und Kunst des Landes Baden-Württemberg


Napoli
5-7 luglio 2019



Categorie:Novità, punti di vista, Recensioni, Reportage, Satura, Scena, Teatro

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