Biennale Teatro_3 “Mistery magnet” e “Ghost writer” di Miet Warlop: colori e rotazioni dal Belgio

ELENA SCOLARI | Con il nulla si può fare molto. Se lo si sa maneggiare. O disegnare. «Schulz does a lot with nothingness», dice Nicole Rudick dell’indimenticato creatore dei Peanuts, in un bellissimo articolo sul New Yorker, dal titolo How Peanuts created space for thinking (Come I Peanuts hanno creato spazio per il pensiero).
Dice anche, a proposito di una strip dove Charlie Brown e Sally guardano il cielo stellato:

The strip’s solace is that the reader isn’t alone in facing fraught issues, and its gift is a space in which she is invited to think, to contemplate the big picture on a small scale, like soaking in the emotional ambience of a Rothko painting.
(Il conforto della striscia è che il lettore non è solo nell’affrontare questioni insidiose, e l’opportunità è uno spazio nel quale è invitato a pensare, a contemplare il grande disegno su una scala ridotta, come quando ci si immerge nell’ambiente emotivo di un quadro di Rothko).

Mumble mumble… Dove voglio arrivare? Voglio avvicinarmi in modo un po’ obliquo al contesto artistico/pittorico/performativo/virtuosistico di Mistery magnet e Ghost writer and the broken hand break della regista e performer belga Miet Warlop, portati alla Biennale Teatro 2019, diretta da Antonio Latella e quest’anno dedicata alle drammaturgie. Che hanno contorni sempre meno definiti, sembrerebbe pensare Latella.
L’obliquità del ragionamento si basa sulla mia personale illuministica tendenza a cercare un senso in ciò che vedo; quand’anche fosse il solo godimento estetico andrebbe benissimo.
Non sempre la pratica trova soddisfazione. Non sempre la pratica è da praticare.
Il vuoto delle strisce dei Peanuts, con pochi oggetti, poche distrazioni, piani piatti, teatrali, senza prospettiva, concentra l’attenzione su ciò che i personaggi dicono, e spesso sono grandi domande: i bambini di Schulz non parlano e non si comportano come bambini. La loro è una ricerca continua, i Peanuts pensano. Si chiedono qual è il loro posto nel mondo. Se lo chiedono al muretto, se lo chiedono sulla montagnola del lanciatore di baseball, o sulla panchina nell’ora di solitudine della pausa pranzo a scuola.

Ho osservato molto attentamente i cinquanta minuti muti di Mistery magnet, che inizia con un attore “imbottito”, a terra; un finto ciccione che finirà appeso come un elemento del “quadro” che vedete nella foto, il risultato finale, un’installazione che potrebbe essere così esposta alla Biennale Arte nei padiglioni dell’Arsenale, vicino al Teatro alla Tese. Oppure come performance ripetuta e vista durante la sua costruzione, con la facoltà però di non assistervi fino alla fine.

Il processo tramite cui si arriva a questo “prodotto” è una serie di sketch, scene più o meno lunghe, in cui man mano si aumenta il caos, senza una concatenazione vera e propria; si succedono interventi perlopiù nonsense in un affastellarsi di trovate, trucchi, clownerie. Poco spazio per infilare un pensiero. C’è un crescendo? Sì e no: non si arriva a un parossismo abbastanza assurdo da assumere interesse in sè. (Il cui massimo esempio al cinema rimane Hollywood party, capolavoro psichedelico di Blake Edwards con Peter Sellers). Nemmeno si moltiplicano le sorprese, a dir la verità, tendono anzi a ripetersi.

Mi sono chiesta qual è l’opportunità che viene offerta allo spettatore, ma anche (appollaiata al mio muretto delle domande): cosa si stanno chiedendo M. Warlop e i suoi compagni?
Non potendo ormai più curare la mia sindrome (come diceva Camilleri: se sei bagnato a quest’ora non asciughi più), ho trovato un debole appiglio nella volontà di mettere in parodia l’action painting. Gli esseri immaginari che compaiono in scena, infatti, schizzano colore, sputano, vomitano vernice da ogni orifizio, creano o sono loro stessi macchie colorate. Il problema è che qui sembra siano atti involontari e casuali mentre Pollock e De Kooning hanno inventato una tecnica pittorica che era essa stessa il senso del lavoro, l’azione fisica era esattamente ciò su cui mettevano l’accento, l’azione era la volontà.
Provo ad abbandonarmi alla semplice fruizione di primo livello (che forse è quello giusto?) di ciò che accade in scena ma così mi annoio, mi pare senza costrutto quest’uso del mio tempo, ma in fondo anche di quello dei perfomer.
Provo allora a cercare nelle 317 pagine del ponderoso tomo/catalogo verde della Biennale e trovo che Miet Warlop afferma:

Mistery magnet è uno spettacolo che evoca il surreale contemporaneo, un terreno in cui carineria bizzarra e crudeltà desensibilizzata, promesse abbaglianti, distruzione inarrestabile e desiderio di avventura condividono uno spazio comune. Ciò che rimane è un senso di libertà, che non è solo il corpo (il volume visivo) ma anche il respiro delle pièce (l’invisibile).

Foto José Caldeira

Ora, al critico può succedere di sovrainterpretare uno spettacolo e di vederci riferimenti estranei al pensiero del creatore dell’opera; qui però le intenzioni dell’artista devono essere scovate a ritroso e, tutto considerato. mi paiono affermazioni generose verso il proprio lavoro.
Libertà, certo, se la si intende in un’accezione banale. Anche se sembra contraddittorio, la libertà un poco meno di superficie la si trova con un maggior sforzo organizzativo, ci si può esprimere con punte di acutissima libertà senza bisogno di agire creando un falso disordine.
Lo spettacolo mostra alla fine il backstage dei trucchi, quello che Miet Warlop chiama “le cucine della magia”. Questo regala finalmente un’apertura teatrale a una lettura di secondo piano.

Anche il secondo lavoro di Warlop, Ghost writer and the broken hand break, appare sostanzialmente una prova di bravura di quarantacinque minuti in cui i tre performer girano su loro stessi (sì, sì, proprio come i dervisci rotanti turchi ma senza gonnelloni bianchi) ognuno nel proprio cerchio di luce. Punto.

L’energia, il virtuosismo, la sistematizzazione di una forza propulsiva giovanile, l’allenamento per riuscire a suonare la chitarra o una percussione o a cantare mentre si rotea, il ritmo dato dalla musica, forse la circolarità dell’esistenza fin dall’inizio dei tempi. Ok. Tutto bene. E poi?
Tra le parole cantate:

Girare
girare
girare

come una casa senza porta
come un magnaccia senza puttana
come un uccello senza ali
o una voce che non canta mai
come un soldato senza armi
o un bambino senza madre
o una sorella senza fratello

sono un muro senza porta
un vincitore senza punteggio

Sono la fine dell’eternità
un confine nell’infinito
uno specchio senza riflesso
un discorso senza connessione

Sarà che, essendo alla Biennale di Venezia, mi è venuto in mente il film Dove vai in vacanza? in cui nell’episodio di e con Alberto Sordi (Vacanze intelligenti, 1978) lui e la moglie, Remo e Augusta Proietti, visitano la mostra prendendo continue cantonate perché non distinguono le installazioni dagli estintori e dagli arredi o vengono essi stessi scambiati per opere viventi.
Mi sono sentita molto Augusta. Ma ora comincio a girare.

MISTERY MAGNET
prima italiana (2012, 50’)

ideazione Miet Warlop
interpretato da Kristof Coenen, Sofie Durnez, Ian Gyselinck, Wietse Tanghe, Laura Vanborm, Miet Warlop, Gilad Zloto Ben Ari
sostituti Christian Bakalov, Erik Nevin, Artemis Stavridi, Ondrej Vidlar, Paola Zampierolo
scenografia Miet Warlop
assistita da Sofia Durnez, Ian Gyselinck
musiche Stefaan Van Leuven, Stephan De Waele
outside eye Namik Mackic, Danai Anesiadou
team tecnico Mathias Batsleer, Koen Demeyere, Matthieu Vergez
produzione Elke Vanlerberghe
produzione originale CAMPO
produttore esecutivo Irene Wool
coproduzione Kunstenfestivaldesarts (Brussels), Göteborgs Dans & Teater Festival
progetto in coproduzione con NXTSTP
con il sostegno di The Culture Programme of the European Union
con l’assistenza di Vooruit Art Centre (Ghent)

GHOST WRITER AND THE BROKEN HAND BREAK
prima italiana (2017, 45’)

ideazione Miet Warlop
musiche e performance Pieter De Meester, Wietse Tanghe, Joppe Tanghe, Miet Warlop
testi Raimundas Malasauskas, Miet Warlop, Pieter De Meester
costumi Karolien Nuyttens
design luci Henri Emmanuel Doublier
ingegnere del suono Bart Van Hoydonck
produzione e tecnica Niels Antonissen, Mathias Batsleer
prodotto da Miet Warlop/Irene Wool vzw & NTGent
coprodotto da Arts Centre Vooruit Gent, HAU Hebbel am Ufer – Berlin
con il supporto di Cittàdi Gent, Actoral. 17 Marseille

Teatro alle Tese e Tese dei Soppalchi
Venezia 23 e 24 luglio 2019



Categorie:Danza, In evidenza, Pensieri oscenici, Performing Arts, Satura, Scena, Teatro

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