Sull’amletico perché del vivere: Drodesera 2019, riflessioni al bordo dell’esistenza

RENZO FRANCABANDERA | Gulibmuwon (고립무원) è una parola coreana intraducibile che esprime la sensazione di bloccante isolamento che caratterizza la vita odierna di molti dei giovani di quella nazione. Probabile si possa usare anche altrove. Visto che la condizione si diffonde, di pari passo con la rincorsa dell’uomo verso il ritmo della macchina, con l’aumento della disuguaglianza che schiaccia le giovani generazioni verso l’utopica difesa del pianeta dalla ormai imminente catastrofe ambientale.
Gulibmuwon è una parola coreana intraducibile e giustamente la impariamo in Trentino, alla 39esima edizione di Drodesera, festival di arti sceniche e performative che si svolge da ormai quasi quarant’anni a Dro presso Centrale Fies, vicino Rovereto: è una delle più interessanti occasioni di sguardo sulla creazione dal vivo oggi in Italia.
Vado a Dro quando posso, per vedere cose che altrimenti non vedrei, che diventano pratica del linguaggio comune dopo alcuni anni. Insomma per respirare un po’ di avanguardismo senza slabbramenti: un ibrido costruito con progressiva sapienza da un gruppo di appassionati dell’arte contemporanea, coagulatosi intorno alla famiglia Sommadossi (Dino è il presidente) – Boninsegna (Barbara la direttrice artistica), con un overlap generazionale e l’avvento recente, nel ruolo cruciale della comunicazione, della figlia Virginia. Approfondiamo queste cose perché in fondo i festival e le operazioni culturali quasi mai nascono da iniziative spontanee di amministrazioni illuminate; più spesso, dove resistono tenacemente, è sempre e solo perché esiste un gruppo di persone appassionate, a volte famiglie come in questo caso; individui capaci di superare ostacoli, stagioni politiche, momenti difficili, di inventare e studiare i nuovi modi per avvicinare all’arte del tempo presente un pubblico sempre più vasto.

Negli ultimi anni il festival è riuscito a proporre in anteprima nazionale artisti di calibro mondiale, che poi hanno conosciuto anche altre ribalte italiane, svolgendo una funzione pionieristica di primo livello, oltre a portare avanti i progetti con i collettivi e i creativi “residenti” presso la centrale Fies, una factory sul modello americano, luogo di scambio e creazione, diventata nel tempo modello per molti altri luoghi analoghi in Italia; ma con una obiettiva, intrigante, capacità di comunicarsi in modo non banale, che non si fa sfuggire l’opportunità di utilizzare un piccolo extra budget per far sì che quello che viene fatto venga anche divulgato in modo intelligente.

Dopo questa ampia intro, necessaria a spiegare il respiro di questo festival, andiamo a volo d’uccello sulla proposta artistica, entrando nel cuore del festival, nelle giornate del 25-26 luglio, con un mix di spettacoli eminentemente di parola, sebbene non siano mancati lavori, perlopiù italiani, di teatro fisico e coreografia, con lo specifico di alcuni artisti come Chiara Bersani, CollettivO CineticO, Marco d’Agostin, che da tempo ragionano al bordo fra teatro e indagine sul corpo.

Il 25 finiamo in una non facile maratona di 4 ore filate. E pensare che il giorno prima Sciarroni aveva festeggiato qui il compleanno in questa sua stagione di ricchi premi…
Ma siamo arrivati tardi e invece che fare bagordi ci tocca faticare.
Si iniziata alle h. 20.00 alla Turbina 2 con Michele Rizzo e il suo Deposition. Un video in presa diretta racconta, all’inizio, di un uomo che osserva il suo corpo. Noi guardiamo come se fossimo i suoi occhi. Poi arriva una catena enorme in questo video, lunghissima, le cui maglie si intrudono nel corpo dell’artista. Poco dopo arriverà lui di persona, a tendere una catena in diagonale dal basso a destra verso l’alto a sinistra dello spazio scenico, mentre un’altra, geometricamente verticale e assicurata ad un peso che quasi ci ricorda Kounellis, svilupperà la potenza del senso di gravità. Il corpo di lui si muoverà lentamente da un lato all’altro del palco, alla ricerca di un dialogo con queste due catene, ora approssimandosi, ora allontanandosi. L’uomo fragile, la catena tesa e infallibile. C’è acerbità, ma il dialogo con la creazione art brut ha un suo senso. Pensiamoci oltre. Da ripensare, invece, l’inserto video con gli effetti un po’ Eighties.

foto-di-Andrea-Macchia-1.jpgProseguiamo spostandoci alle h. 21.15 alla Turbina 1, dove Marco D’Agostin presenta il suo First Love. Ne avevamo visto uno studio tempo addietro. Praticamente è una coreografia costruita sulla telecronaca di un’epica impresa di una grande sportiva italiana, Stefania Belmondo, la 15km a tecnica libera delle Olimpiadi di Salt Lake City 2002. Quel primo amore di D’Agostin per lo sci di fondo rivive con uno spettacolo tributo, alla cui creazione la sportiva stessa ha partecipato. Il danzatore, appassionato da ragazzino della massacrante disciplina alpina, ne rivive le vibrazioni riproponendo questa immagine vintage, imitando perfino la voce della telecronaca di Franco Bragagna, fino all’ilare collegamento con Elisabetta Caporali sulla linea del traguardo. D’Agostin per tutto il tempo dello spettacolo mima il passo, il movimento, la postura, in un palco bianco neve. La sua euforia, quella della telecronaca, stranamente si smorza proprio nel levare le braccia al cielo sul traguardo. Come se qualcosa lì si spezzasse; ma purtroppo D’Agostin non ci lascia capire fino in fondo il perché (il suo percorso da fondista mai terminato?) e questo incompiuto di senso, unito al finale un po’ d’acchiappo con la neve finta che scende (sempre brutto e antipoetico il rumore della macchina spruzza-neve), la luna notturna sul fondale e la dissolvenza al buio, ci lasciano un senso di: bello sì, ma manca qualche nesso di senso profondo ulteriore su questo primo amore, per completare davvero l’operazione nostalgia, o sguardo al passato personale che sia (che affiora anche in qualche punto come riferimento alla vicenda personale ma poi non viene sviluppato).

Alle h. 22.00, mentre tuona, fulmina e inizia a piovere, passiamo dalla coreografia alla prosa: ascendiamo alla Sala comando, in alto, in cima alla scala anti-incendio nel cortile interno per la proposta di Jaha Koo/CAMPO (compagnia belga-coreana) con Cuckoo in prima nazionale. Ne parlavamo all’inizio: l’artista attraverso l’espediente narrativo di una macchina cuociriso molto diffusa in Corea, di cui sono presenti tre esemplari sul palco, in crescente ordine di sofisticazione tecnologica, racconta come la sua Corea, attraverso la massacrante crisi gestita dagli organismi di salvataggio internazionale, abbia visto la sua struttura sociale sconvolta, con l’introduzione di tempi di lavoro massacranti e disumani, il tasso di suicidi aumentato, l’infelicità diffusa mescolata a un isolamento senza pari.
Lo spettacolo, presentato l’anno scorso ad ImPulsTanz a Vienna, si inserisce in quell’ampio filone di narrazione documentaristica, dove vicende micro, personali, familiari, amicali, e zoom macro sulla Storia presente, si intrecciano per cercare spiegazioni all’inspiegabile, all’indicibile. Migrazioni, conflitti, fame, sviluppo, sottosviluppo. Da Alexis dei Motus (2011) a Granma, Metales de Cuba dei Rimini Protokoll (2019) lo stile narrativo contemporaneo si fonda sempre più di frequente sul rapporto fra realismo, vicenda personale e storia. Qui si aggiunge quell’ingrediente più intimo, pudico, simbolico-asiatico, che declina una sfumatura diversa, mantenendo una giusta durata dell’operazione, che si conclude con la realizzazione di una installazione di mattoni di riso suggestiva e potente. Una torre di mattoncini dalla quale buttarsi giù per un suicidio. Questa sì una idea notevole per una chiusa d’effetto. 

Non senza fatica ma in bellezza alle h. 23.15 entriamo nella sala Mezzelune con il primo studio proposto da CollettivO CineticO del nuovo Pericolare. Geniale l’approccio alla nuova costruzione, in cui riecheggiano alcune forme stilistiche di Francesca Pennini e del CollettivO, dall’ostentazione esibizionistica dell’irrimediabile molteplicità dell’essere, al rapporto guardone del pubblico verso se stesso. L’inizio ricorda il bellissimo Low Pieces di Xavier Le Roy visto quasi un decennio fa ad Avignone, un intrigante e riuscito intarsio poetico del coreografo-biologo, sul rapporto fra forma dell’uomo e forma della natura. _45A5986.jpegSpettacolo che mi sconvolse per la profonda bellezza e di cui pare qui di cogliere delle citazioni, come l’ironico incedere felino dei performer verso le piante grasse. Qui ci sono quattro cactus a fare da sfondo e in dialogo con i quattro performer in scena. La creazione si sviluppa componendosi in quadri, alcuni più definiti, altri da precisare, ma tutti organici a un sistema di pensiero coerente e dettato da un’idea neo-dada con cui CollettivO approccia da tempo la creazione, non facendosi mancare in questo caso alcune piccole chicche site specific, a dimostrazione dell’attenzione spasmodica a ogni elemento in dialogo con lo spazio scenico, mai lasciato al caso. Fra un tableau vivant (natura umana semi morta con pene in erezione, vera, ndr) e uno stop motion che sa di finale in freezing di posa con prova di resistenza à-la Sciarroni, la creazione si sviluppa per brevi sequenze ma senza dare l’idea dell’ammasso informe di trovatine, anzi. Il mosaico ha già un nitido e interessante sapore. 

Venerdì 26 luglio andiamo un po’ più in relax iniziando da Cosmesi fa un buco. Il collettivo artistico decide di provocare con un ritorno all’attività manuale dell’artista. La zappa in mano a scavare anche qui un dadaistico buco in cui vediamo immersa alle h. 23 Eva Geatti, sudata ma soddisfatta, mentre attorno altri membri del gruppo, travestiti e mascherati, suonano. Fa bene al corpo e allo spirito l’applicazione in una pratica manuale, quale che sia, dallo scavo al lavoro a maglia (idea performativa per l’anno prossimo?). Lo dice anche la scienza.

Ci tuffiamo alle h. 20.00 alla Turbina 2 nell’atteso lavoro di Ivana Müller/I’M COMPANY (proposta franco ungherese) con Conversations out of place, in prima nazionale. Dal cactus del CollettivO passiamo a una tranquillizzante pianta d’appartamento, dal nome però assai poco sereno, la Monstera Deliciosa, che campeggia a centro scena, dentro un’atmosfera di luci e nebbiolina da foresta pluviale. 

ivana.jpg

In questo luogo immaginato, e con fare da esploratori finiti lì per caso, in stile Lost, veniamo intrattenuti da quattro (bravi) attori in un tempo infinito, sospeso, beckettiano, in cui dal loro arrivo fino a un quadro di dieci anni dopo, non cambia nulla, mentre loro si interrogano su questioni del rapporto fra uomo e ambiente. Sicuramente una sarcastica riflessione sull’inattività dell’uomo nel prendersi carico di un dialogo profondo con l’ambiente che lo circonda, che sta diventando sempre più finto e plastificato. La plastica forse ci seppellirà, ma anche lo spettacolo forse si perde dentro una ecologismo da imballaggio riciclabile che non diventa impianto concettuale. Naufraghiamo in un tempo lento, quello di Ivana Müller, che però non ci convince del tutto.

Alle h. 21.30 nella sala Mezzelune, per chi ancora non era riuscito a vederlo altrove, il festival propone GENTLE UNICORN del premio Ubu Chiara Bersani/Corpoceleste di cui abbiamo già scritto.

Concludiamo la nostra due giorni alle h. 22.30 alla Sala comando con Michikazu Matsune (artista austriaco ma di origine giapponese) e il suo Goodbye, anche questo in prima nazionale. Lo spettacolo è costruito sulla lettura di alcune lettere. Alcune ultime lettere. Lasciti testamentari, più o meno voluti, con cui Matsune costruisce una divertente e commovente creazione sul senso delle esistenze degli umani. Non sono solo lettere di contemporanei, ma anche lettere di personaggi storici, impilate in modo ordinato e aperte gentilmente con un tagliacarte.
Si va dalla missiva dell’imperatrice Maria Teresa a sua figlia Maria Antonietta, spedita nel giorno della sua partenza per la Francia, a quella di un pilota kamikaze giapponese della seconda guerra mondiale ai suoi figli prima della sua missione, fino a quella del cantante Kurt Cobain prima del suicidio. Alcune lette altre regalate al pubblico a fine spettacolo, in una creazione che volutamente, fin dall’inizio, crea una relazione molto esplicita con chi sta al di qua della scena, alternando ironia, pathos, emotività in modo sapiente. Bello. Maturo e commovente sul tema del distacco, in molti casi volontario, dall’esistenza.
To be, or not to be?
Campeggiava la scritta su Centrale Fies quest’anno.
Ma soprattutto Why?
Per egoismo biologico? Per necessità animale? 

DEPOSITION
concept e coreografia / concept and coreography Michele Rizzo
light design Lukas Heistinger
set design Lukas Heistinger & Michele Rizzo
composizione musiche / musical composition [inspired by O. Messia- en “Le banquet Celeste”] Billy Bultheel
consulenza drammaturgica / dramaturgical advice Antonia Steffens
consulenza / advice Ofelia Jarl Ortega & Renée Copraij
costumi / costumes Avoidstreet & Teuntje Kranenborg
video editing & 3d animation Elizaveta Federmesser
produzione / production GRIP & DANSCO
co-produzione / co-production Kunstencentrum Buda, Julidans, Centrale Fies, Triennale teatro dell’arte
con il supporto di / with the support of CAMPO, the Flemish Government

FIRST LOVE
un progetto di e con / a project by and with Marco D’Agostin
suono / sound LSKA
consulenza scientifica / scientific advice Stefania Belmondo e Tommaso Custodero
consulenza drammaturgica / dramaturgical advice Chiara Bersani
luci / lights Alessio Guerra
direzione tecnica / technical director Paolo Tizianel
promozione / promotion Marco Villari
organizzazione / organization Eleonora Cavallo, Damien Modolo
progetto grafico / visual Isabella Ahmadzadeh
produzione / production VAN 2018
co-produzione / co-production Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Torinodanza festival e Espace Malraux – scène nationale de Chambéry et de la Savoie, nell’ambito del progetto “Corpo Links Cluster”, sostenuto dal Programma di Cooperazione PC INTERREG V A – Italia-Francia (ALCOTRA 2014-2020)
in collaborazione con / in collaboration with Centro Olimpico del Fondo di Pragelato
progetto realizzato in residenza presso / created in residency at la Lavanderia a Vapore, Centro Regionale per la Danza, inTeatro, Teatro Akropolis
con il supporto di / supported by ResiDance XL, inTeatro

CUCKOO
concept, direzione, testo, musica, video / concept, direction, text, music, video Jaha Koo
performance Hana, Duri, Seri & Jaha Koo
cuckoo hacking Idella Craddock
scenografia, media operation / scenography, media operation Eunkyung Jeong
consulenza drammaturgica / dramaturgical advice Dries Douibi
produzione / production Kunstenwerkplaats Pianofabriek
produttore esecutivo / excecutive producer CAMPO
co-produzione / co-production Bâtard Festival
support CAMPO, STUK, BUDA, DAS, SFAC & Noorderzon / Grand Theatre Groningen Funded by Vlaamse Gemeenschapscommissie

PERICOLARE
regia, coreografia di / direction, choreography by Francesca Pennini
azione e creazione gli artisti di / action and creation the artists of CollettivO CineticO

CONVERSATIONS OUT OF PLACE
concept, testo e coreografia / concept, text and choreography Ivana Müller
in collaborazione con i performer / in collaboration with the performers Hélène Iratchet, Julien Lacroix, Anne Lenglet e / and Vincent Weber
lighting design Martin Kaffarnik, Soundscape Cornelia, Friederike Müller
collaborazioni artistiche / artistic collaboration Jonas Rutgeerts
assistenza al set e ai costume / assistance set and costumes Alisa Hecke
traduzione / italian translation Giulia Messia
grazie a / thanks Nicolas Boehm, Nils De Coster, Peter Hewitt, François Maurisse
produzione / production I’M COMPANY (Matthieu Bajolet, Gerco de Vroeg)
co-produzione / co-production Schauspiel Leipzig / Residenz (Leipzig, DE), Ménagerie de verre (Paris, FR), La Villette, Résidences d’artistes (Paris, FR), Kunstencentrum BUDA (Courtrai, BE), Le Phare, Centre chorégraphique national du Havre Normandie, direction Emmanuelle Vo-Dinh (Le Havre, FR), SZENE Salzburg (Salzburg, AT)
con il supporto di / with the support of Fonds Transfabrik – French-German Fund for performing arts, Institut Français / réseau Labaye, Danse en Normandie / apap-per- forming Europe 2020, co-funded by the ”Creative Europe“-program of the European Union / Adami / Spedidam / Direction régionale des affaires culturelles d’Île-de-France – Ministère de la Culture et de la Communication.

GOODBYE
performance Michikazu Matsune
assistente artistica / artistic assistant Andrea Gunnlaugsdóttir
assistente alla ricerca / research assistant Almud Krejza
sostenuto da / supported by The Cultural Department of the City of Vienna, apap – Performing Europe 2020



Categorie:Arte, Cultura e società, Danza, Novità, Performing Arts, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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