Il mercante di Venezia, ovvero la valenza universale dell’opera shakespeariana

PAOLA ABENAVOLI | La classicità che conferma la sua valenza universale: Shakespeare, con le sue opere, incarna perfettamente questo assunto e la riproposizione di un suo testo drammaturgico ne svela l’attualità, quale che sia la linea interpretativa che si intende privilegiare. Come nel caso di una delle sue commedie più complesse, proprio nel senso interpretativo: da sempre, Il mercante di Venezia, pone, con le storie e le sfaccettature dei personaggi, vari interrogativi e linee da sviluppare. Quella della giovinezza, del passare del tempo, del contrasto tra le generazioni – ma anche della caducità di un mondo, come metafora del passaggio delle stagioni dell’uomo – è quella seguita come principale nella versione portata in scena da Giancarlo Marinelli, che riprende la riduzione – sempre diretta all’epoca dallo stesso regista – elaborata da Giorgio Albertazzi e da lui stesso interpretata nel 2014. Ma, se questo è il fulcro della versione proposta, in realtà, alla fine, l’elemento più “politico-sociale” – quello che sta poi alla base di tutto il racconto shakespeariano –  ovvero il contrasto con colui che viene considerato straniero, diverso rispetto al resto della società, emerge inevitabilmente e conquista gli spettatori.

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Mariano Rigillo nei panni di Shylock – Foto Antonio Sollazzo

Un fascino che l’opera ha sul pubblico grazie alla forza scenica del protagonista: Mariano Rigillo si cala nei panni di Shylock con una fortissima presenza scenica, ma senza enfasi, con un’interpretazione intensa ma misurata, decisa ma con toni umanissimi, sottolineando le sfaccettature di un personaggio complesso, che passa dall’essere odiato all’essere compreso, che mostra cinismo e debolezza nello stesso tempo. Lo Shylock di Rigillo è reale, mai caratterizzato, e si prende la scena con naturalezza.
L’apice lo raggiunge nei “duelli” con Antonio, interpretato da Ruben Rigillo: padre e figlio sul palco creano un’alchimia che riesce a rendere tutti i contorni sfumati dei loro personaggi, in cui anche i temi del potere e del denaro ritornano prepotentemente.

Accanto a loro, un cast di giovani interpreti che valorizza gli aspetti differenti dell’opera, dagli immancabili accenti comici a quelli più romantici: su tutti, da rilevare in particolare la coinvolgente prova, nei panni di Job, di Cristina Chinaglia, già presente nella precedente riduzione, così come Francesco Maccarinelli, incisivo nel ruolo di Bassanio. E ancora, l’interpretazione di Simone Ciampi, divertente e irrefrenabile Graziano, la dolce e convincente Jessica di Francesca Valtorta, la misurata Porzia di Romina Mondello. Giovani protagonisti che danno verve alla messinscena, la quale trova il giusto ritmo anche in virtù delle prove artistiche, nonché dell’uso di una scenografia che ripropone il ponte come elemento principale, snodo delle storie, ma anche metafora di un passaggio dalla vita spensierata alle nuove consapevolezze. A ciò si aggiunge la costruzione di interessanti quadri, supportati dall’uso delle luci. Meno utili, invece, ci sono sembrati i movimenti scenici che virano verso la danza e che rischiano di appesantire il tutto. Mentre sono la vitalità, la scorrevolezza i pregi caratteristici della rappresentazione.

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Giulia Pellicciari/Nerissa e Romina Mondello/Porzia – Foto Antonio Sollazzo

E se proprio la vitalità, l’amore – anche con il riferimento a quello che Antonio, secondo alcune interpretazioni, proverebbe per Bassanio –, la giovinezza che si vede quasi ostacolata dai personaggi più maturi, sono scelti come temi prevalenti, come linea del racconto, tuttavia l’aspetto sociale, la critica nei confronti di una società che emargina chi è “differente”, oltre il motivo religioso o economico, emerge con altrettanta forza, come si diceva. E non potrebbe essere diversamente: Shakespeare si impone con la sua capacità di lettura del mondo, che diviene universale. Così, il momento più importante è sempre il monologo Un ebreo non ha forse occhi?, in cui Shylock interroga tutti noi, con le luci che si spostano sulla platea, come a metterci di fronte a domande che oggi si propongono con forza. Ma colpisce anche il finale, in cui sempre Shylock afferma di non essere straniero; nonchè la parte in cui Antonio redarguisce dall’utilizzare impropriamente esempi o parabole cristiane: ma non nel senso di una contrapposizione religiosa, bensì in riferimento a quella che è l’interpretazione più autentica dell’opera: il superamento delle barriere e dell’uso di termini o riferimenti solo per una propria convenienza.
Shakespeare colpisce ancora ed è l’universalità di ogni sua parola che ancora stupisce manifestandosi nella sua profonda verità.

 

IL MERCANTE DI VENEZIA
di William Shakespeare

regia Giancarlo Marinelli
con Mariano Rigillo, Romina Mondello, Ruben Rigillo, Cristina Chinaglia, Francesco Maccarinelli, Francesca Valtorta, Antonio Rampino, Mauro Recanati, Simone Ciampi, Giulia Pellicciari
scene Fabiana Di Marco
costumi Daniele Gelsi
luci Gianluca Cioccolini
produzione Ghione Produzioni

CatonaTeatro
Arena Neri – Reggio Calabria
5 agosto 2019



Categorie:Recensioni, Satura, Teatro

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